Siamo italiani o pulviscolo umano?

È passata, ma nessuno se n’è accorto. È arrivata come arriva un vento d’aria fresca, una brezza che vuole accarezzare i fili d’erba e le frasche degli alberi, la superficie dei mari, le rocce delle montagne. Perché il vento, solitamente, fa questo effetto: scuote. Scuote la natura, scuote gli animali, scuote gli uomini. Ma questa volta, quel vento non ha sortito nessun effetto. È arrivato, ma i fili d’erba non hanno risposto alle sue carezze e le frasche degli alberi non si sono mosse, così come la superficie dei mari e le rocce delle montagne. Nessuno se n’è accorto, ch’è arrivata quella brezza, nessuno l’ha avvertita.

Mi sto riferendo alla vergogna con cui anche questa volta noi italiani ci siamo dimenticati di essere italiani. Mi sto riferendo al fatto che il 17 marzo del 1861, in un certo parlamento di una certa città subalpina, un certo Re dichiarò la nascita di un certo Stato, di una certa Nazione, di una certa Unità e di una certa Pace. Ci fu un certo Risorgimento, ci furono certi eroi. Ci furono battaglie, accordi sottobanco, navi cariche di soldati e poi approdi e assalti e imboscate e società segrete e inni, inni cantati, cantati al vento. Un vento che cambiò per sempre quel certo Stato cioè quella certa Nazione. Un vento che oggi, in quello stesso Stato cioè in quella stessa Nazione, ha smesso di smuovere i fili d’erba e le frasche degli alberi.

E lo so che una certa fetta della popolazione, al sol sentire la parola “Patria”, inizia a sputare fior fior di nazionalista-nazionalista e fascista-fascista. Come se il patriottismo fosse la stessa cosa del nazionalismo, come se provare rispetto per la propria terra e amare la propria gente  significa essere un figlio di Mussolini. Una convinzione che tempo fa ha portato un mio caro amico a suggerirmi di toglierla, quella bandierina tricolore dal mio stato Whatsapp, perché-pòta-così-sembri-un-fascista. A me lo venne a dire, che con il fascismo non ho nulla da spartire.

Non confondiamo l’aceto con il vino, perché se nazionalismo e patriottismo non sono parole antitetiche e contrarie poco ci manca. Un conto è uccidere per la presunta supremazia della propria razza o del proprio Dio, un conto è sventolare un tricolore dal terrazzo e difenderne i valori. Il nazionalismo, infatti, è quella cosa con la quale si sono compiute alcune tra le più orribili nefandezze di questo mondo. Quello strumento, quella scusa – o almeno una di quelle tante scuse – con cui si imbracciano i fucili e si sparge sangue per le terre e le strade di Montaperti, Verdun, Pearl Harbour, Berlino, Montecassino, Saigon, Hanoi, Beirut, Lubiana, Zagabria, Tripoli, Aleppo, Damasco. Quella cosa che ti imbottisce di scempiaggini e che con quelle scempiaggini ti fa andare al macello, alla guerra, ora pronunciando Mein-Fuhrer, ora pronunciando Allah-Akbar.

Il patriottismo, invece, è un’altra cosa. Essere patriottici vuol dire sentirsi parte di una comunità, sentirsi un tutt’uno con la terra in cui si è nati e voler bene ai propri conterranei come se fossero dei fratelli. Vuol dire avere dei valori, conservare dei principi, proteggere una cultura e tramandare una Storia. Ma noi italiani, purtroppo, non siamo patriottici. In compenso, noi siamo il popolo che cerca sempre delle scappatoie in tutto, che in una legge appena emanata – scusate, in un dpcm, visto che le leggi non vanno più di moda – cerca il cavillo per aggirarla. E va da sé che quel cavillo lo trova quasi sempre, visto che a scrivere quelle leggi e quei dpcm sono sempre degli italiani con i medesimi obbiettivi. Declamiamo e vomitiamo centinaia di diritti, ma ignoriamo o fingiamo di ignorare l’altra faccia della medaglia che porta il nome di “doveri”.

La nostra frase tipica è: “Questa è l’Italia!”. Il pullman è in ritardo e diciamo questa-è-l’Italia, le scuole e gli edifici pubblici cadono a pezzi perché questa-è-l’Italia, le strade non ci sono o hanno i buchi o sono lastricate male perché questa-è-l’Italia, la giustizia non funziona e i processi sono lunghi perché questa-è-l’Italia. Le imprese chiudono, la disoccupazione galoppa, i migliori emigrano, i peggiori immigrano, i politici corrompono e sono corrotti, la burocrazia è un muro di carte impenetrabile, i ponti crollano e i treni sono perennemente in sciopero perché questa-è-l’Italia, non-ci-possiamo-fare-nulla-perché-questa-è-l’Italia.

Ci lamentiamo di tutto, e poi non paghiamo le tasse. Diciamo questo-qui e questo-là e poi non seguiamo la raccolta differenziata, parcheggiamo in doppia fila, non emettiamo lo scontrino, superiamo i limiti di velocità, ci facciamo pagare in nero e raccomandiamo ad un posto fisso il figlio del cugino dell’amico. Ecco… ora ho capito perché il 17 marzo, la festa dell’Unità d’Italia, la festa del Riscatto, la festa della Fratellanza… insomma, la festa della Patria, noi non la festeggiamo. Non la festeggiamo perché non ce ne importa nulla, della Patria. Perché non abbiamo la benché minima intenzione di essere uniti, di riscattarci, di sentirci tutti fratelli. Ecco… ecco perché. Ora ho capito.

Nessuno, infatti, s’è ricordato che il 17 marzo di centosessant’anni fa un certo Re in un certo parlamento di un certa città subalpina dichiarò la nascita di una certa Nazione che, dopo essere stata “da secoli calpesta e derisa”, aveva ritrovato la forza di dimostrare a Metternich di non essere solo-un’espressione-geografica. I notiziari non ne hanno parlato, i giornali non hanno dedicato neanche uno straccio d’articolo, per ricordarlo. Certo… qualche politico politicante avrà magari “postato” una foto, due righe. Ma la cosa sarà morta lì, in un “post”, in un freddo ed inutile “post” a cui saranno seguiti alcuni stupidi commenti con i cuoricini e i sorrisetti puntualmente alternati da altri ancora più stupidi e tempestati di insulti multicolori. Poi basta. Vite umane sacrificate per nulla, pagine di Storia lavate nell’acido… e un Risorgimento, una Patria, scagliata nell’oblio collettivo e nel torpore della rete.

Oggi, è vero, abbiamo molti problemi. Questi problemi si chiamano covid e quarantena, didattica a distanza e vaccini. Ma questo non è un motivo valido per dimenticare chi siamo e da dove veniamo. Anzi, dovrebbero proprio essere i momenti più difficili ad unirci in un’unica Nazione, in “un’unica speme”. Gli americani, per esempio, hanno issato la bandiera a stelle e a strisce e cantato il proprio inno dopo gli attacchi islamici dell’11 settembre 2001. Gli inglesi dopo i bombardamenti aerei da parte dei nazisti. I francesi dopo le stragi jihadiste di Parigi. Noi, invece, solo quando la Nazionale vince i mondiali di calcio…. solo quando vince, mai quando esce al primo turno o non arriva manco a qualificarsi.

Sono troppo catastrofista? Sì, può essere. Me ne rendo conto. Ma una cosa è certa: possiamo cambiare, possiamo migliorare. Perché se non cambiamo, se non miglioriamo, se non ci uniamo veramente una volta per tutte, allora non ci resterà altro da fare che dare ragione a Montaigne quando scriveva che l’Italia “è un paese di morti, abitato solo da pulviscolo umano”. Scusate, ma io direi che sarebbe proprio bello dimostrare al Signor Montaigne che si sbagliava di grosso. E il primo passo che possiamo compiere per dimostrarglielo, forse, è proprio quello di ricordiamoci che il 17 marzo deve essere una festa, una festa di Unità, una festa di Pace, una festa di Fratellanza. Poi bisognerà passare dalle parole ai fatti, ma se ci impegniamo, se ci crediamo, non potrà che essere una storia meravigliosa.

Scusate se lo dico ma… tanti auguri, Italia!

Alessandro Frosio

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