R-i-v-o-l-u-z-i-o-n-e

QUELLA COSA CHE SI CHIAMA RIVOLUZIONE 1/4

Mattino presto. Sole. C’era fervore, in città, c’era tensione. Un corteo. Un lungo corteo, colorato, che partiva dalla Stazione per poi svilupparsi lungo il viale principale. E c’era tanta gente. Tanti giovani. Giovani che continuavano ad urlare, a cantare, ad esultare come dei forsennati. Era mattina, certo, ma quel giorno non erano andati a scuola. No… dovevano scioperare, dovevano balzare, dovevano farlo per dimostrare al mondo il proprio valore alzando i pugni al cielo.

Quella mandria continuava ad avanzare, lentamente, incalzata dai cori e dalle grida di ragazzi che le intonavano dal furgone che apriva la sfilata. Ragazzi con indosso delle magliette d’un colore acceso, ridente, con stampigliato il simbolo d’un movimento che voleva stravolgere ogni cosa. Il mondo non andava bene, faceva schifo, bisognava riformarlo. E quei ragazzi erano lì per dimostrare di esigere quel cambiamento, di essere quel cambiamento.

Era una festa. C’era il sole, c’erano i colori e i sorrisi e i cartelloni e la musica e gli applausi. Le grida. I cori. Ci-avete-rubato-il-futuro, saltiamo-le-lezioni-per-insegnarvene-una.

Noi viviamo in una società che non ha mai pensato alle future generazioni. Una società, un mondo, che ha sempre e solo pensato a sé stesso e che non ha mai avuto un occhio di riguardo nei confronti di chi sarebbe venuto dopo. Hanno consumato, hanno distrutto le risorse di questo Pianeta e con esse il nostro futuro. Ci hanno tolto il futuro, ci continuano a rubare il nostro futuro!”

La folla inferocita esultava, gridava, intonava: “Giù-le-mani-dal-nostro-futuro-giù-le-mani-dal-nostro-futuro.”

“Ci hanno preso in giro! Ci hanno continuato a raccontare balle su un’ipotetica crescita infinita, su un ipotetico benessere indeterminato. Ci hanno raccontato un sacco di bugie per nascondere le loro colpe, i loro errori, i loro egoismi e le loro arroganze! Ci hanno usato e continuano ad usarci. Dicono che siamo la gioventù-bruciata, la gioventù dei buoni a nulla. Ora basta! Basta menzogne! Basta bugie! Rivogliamo-il-nostro-futuro, la-nostra-dignità, i-nostri-diritti!”

“Ecco-noi-siamo-noi-siamo-il-cambiamento. Ecco-noi-siamo-noi-siamo-il-cambiamento!” interruppe la folla con un tripudio di applausi, grida e bandiere sventolate al vento.

“E siamo qui a dirglielo, a spiegarlielo, ad urlarglielo. Hanno lucrato sulle nostre spalle per anni, ma ora basta. Ora si cambia. Ora ci siamo noi. Noi… il popolo del presente, la speranza del futuro! Perché il futuro è nostro… non è loro! E oggi noi ce lo riprendiamo, il nostro futuro, ce lo riconquistiamo. Con le parole, con le piazze piene… e anche con la forza, se necessario! E la storia non finisce qui, la battaglia è appena incominciata. E noi lotteremo. Lotteremo, sempre, uniti. Giovani… giovani del tutto il mondo, unitevi! Unitevi alla lotta!”

“R-i-v-o-l-u-z-i-o-n-e, R-i-v-o-l-u-z-i-o-n-e, R-i-v-o-l-u-z-i-o-n-e, R-i-v-o-l-u-z-i-o-n-e.”

“Siamo qui di fronte a voi, vecchi sfruttatori, per dirvi che non ci stiamo più! Vogliamo riprenderci quello che ci avete tolto! Siamo i vostri figli, i vostri nipoti… insomma, quelli che pagano e pagheranno in futuro per il vostro lusso sfrenato e il vostro egoismo incontrollato. Noi siamo… Noi faremo… Noi vogliamo…”

Nel frattempo, lungo quelle strade, passeggiava un vecchio solitario. Camminava lentamente, sulle sue gambe incerte, armato di un bastone che stringeva nella mano destra e un buon giornale sotto il braccio. Aveva il viso consunto, rugoso, gli occhi vacui che giacevano dietro un paio di occhiali dalle esili stanghette dorate. Indossava un piccolo cappello marrone, un paio di pantaloni di velluto color nocciola e un vecchio cappotto sbottonato che rivelava un maglioncino di lana color amaranto, una camicia a quadretti e una cravatta celeste. Ed era fragile, stanco, con le mani che tremavano come foglie.

Tutte le mattine usciva di casa alle prime luci dell’alba. Andava in Chiesa a dire il rosario di fronte alla Madonna, prendeva il giornale e poi si incamminava verso il suo bar preferito. Quell’isolato, ormai, era diventato il suo mondo, la sua vita, l’anticamera dei suoi ricordi e di una morte che, si sentiva, era sempre più vicina. La percepiva nell’aria, la sentiva nelle gambe, avvertiva che sarebbe potuta arrivare da un momento all’altro.

Ma quel giorno, in centro, c’era tumulto. Non c’era il traffico di sempre, quello che produceva tutta quella puzza che lo faceva tossire come un dannato. No… quel giorno di sole c’era gente, c’era molta gente. E c’era rumore. Giovani. Giovani che urlavano, giovani che s’agitavano, giovani che cantavano, gridavano e ballavano. Ma che cosa volevano quei cari figliuoli? Perché non erano a scuola? E quanto fracasso, quanto trambusto, quante paranoie per le sue povere e vecchie orecchie! Ma cosa avevano per la testa, quella volta?

D’un tratto, però, poco di fronte a lui apparve un aggeggio lampeggiante che in poco tempo esplose. Il povero vecchio si spaventò a morte, il suo cuore iniziò a sussultare all’impazzata, i nervi smisero di ragionare. E le sue gambe cedettero, il bastone rotolò per terra, il cappello scivolò in una pozzanghera fangosa. Il colpo fu pesante, duro, sul marmo gelido del marciapiede. La vista si offuscò, gli occhiali si ruppero lontani. Per qualche attimo sentì ancora quel forte vociare e quella forte musica. Rumori. Botti. Delle urla, una voce al megafono in sottofondo. Un ragazzo biondo pieno di riccioli, all’inizio del corteo, che alzava minaccioso una bicicletta scassata per mostrarla al pubblico in visibilio. E poi ancora della musica, ma le melodie si facevano sempre meno orecchiabili, sempre più spezzate, sempre più incerte. Passi. Passi di ragazzi, di scarpe da ginnastica, calzature firmate, nuove, che battevano pesantemente sull’asfalto. Caviglie scoperte, bottiglie di vetro che rotolavano, da sole, tra una gamba e l’altra. Mozziconi di sigarette. Una cacca di cane dimenticata, mai raccolta, che giaceva poco vicina. E il sole. I rami di un albero, la luce che penetrava e fendeva a macchie. Poi basta. Un respiro. Silenzio. E cadde nel vuoto.

FINE PRIMA PARTE

Continua mercoledì con “Quello, era il tempo in cui si moriva di fame”

Alessandro Frosio

2 pensieri riguardo “R-i-v-o-l-u-z-i-o-n-e

  1. Questa che avete modo di leggere è la prima parte narrativa di una riflessione che ho sviluppato in merito alla parola “Rivoluzione”. Una parola che molti invocano, ma che pochi conoscono veramente. Per questo mi sembra giusto fermarsi un attimo e riflettere, riflettere attentamente sulla portata di questa piccola ma immensa parola. Per capire cos’è la “Rivoluzione”, mi sono avvalso dei ricordi di un vecchio che nella sua vita ne ha conosciute molte, di rivoluzioni o presunte tali. Un vecchio, che rappresenta il passato, e un corteo di giovani, che rappresenta il presente, sono stati e verranno ancora messi a confronto. L’obiettivo è quello di conoscere il passato, capire il presente, costruire il futuro.
    Non posso fare altro che darvi appuntamento mercoledì 24 marzo, in cui andrà in scena la seconda parte di questo viaggio con il racconto “Quello, era il tempo in cui si moriva di fame”.
    Buon viaggio e… a presto!
    – Alessandro Frosio

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  2. L’inizio è talmente urlato che quasi rischia di passare vuoto se non si guarda agli occhi di ogni ragazzo in corteo. Tutti diversi, spinti in quella strada con un unico grido e motivazioni diverse nella testa.
    Ma quando arriva la descrizione del vecchietto c’è un salto, è di suo molto bella. Poi scrivi che quella che sta percorrendo è la strada della sua vita, ma anche quella dove, camminando percepisce la sua morte. La morte rimane come qualcosa di lontano, che comunque non appartiene a quell’istante. Si rimanda. Come quello che sta a cuore ai ragazzi coi cartelli. Parallelismo?
    Poi SPANNUNG, l’uomo cade, e senti tutti questi rumori e colori, e lo vedi a terra, e capisci che è successo qualcosa.
    Poi passa avanti la mandria, i ragazzi che lottano per le nuove generazioni ma pure loro lasciano a terra mozziconi e impronte di scarpe firmate. È un’incrocio di significati, di tempi quasi cinematografico. Un sacco interessante!!
    Si può cercare di rendere piacevole la scrittura sistemando il ritmo, scegliendo le parole. Ma si sente quando scorre naturale, non è più scrivere per lo scrittore e non è più leggere per il lettore. È annusare, calpestare, ascoltare, morire.
    Consiglio di ascoltare questo: https://youtu.be/1TTAXENxbM0

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