Noi, giovani, giovani del XXI secolo

QUELLA COSA CHE SI CHIAMA RIVOLUZIONE 4/4

Seguito di “Quelle voci che volevano cambiare il mondo” pubblicato il 26.03.2021

Noi, giovani, giovani del XXI secolo, abbiamo tutto. Viviamo in un Paese democratico che non ci perseguita per le nostre idee, in cui è permesso manifestare il proprio pensiero e scrivere quello che si vuole senza dover temere di finire alla gogna. Andiamo a votare, siamo partecipi del nostro destino, eleggiamo chi vogliamo e se vogliamo. Ci possiamo vestire come ci pare, uscire con chi ci pare e quando ci pare, ascoltare la musica che preferiamo, andare a vedere un film al cinematografo o un quadro al museo.

Nessuno ci impone nulla. Il lavoro ce lo scegliamo noi, il percorso di studi anche. Ma soprattutto… abbiamo la possibilità di lavorare, abbiamo il privilegio di studiare. Frequentiamo le elementari e le medie, poi possiamo scegliere tra una vastissima gamma di scuole superiori. C’è un indirizzo per ogni gusto, per ogni attitudine, per ogni persona. Poi, possiamo approdare all’Università. E l’Università non è più quella cosa che fanno solo i più fortunati, i più abbienti, ma è quella cosa che ormai è alla portata di tutti.

Non viviamo in un paese in guerra. L’ultimo conflitto si è concluso nel 1945, quando se n’andarono quei biondi che erano i tedeschi e arrivarono quegli altri con la stella bianca che erano gli americani. Finì quando i partigiani finirono di ammazzare i vinti rimasti in vita, finì quando il sole tornò a risorgere sulle macerie. Poi, è vero, abbiamo avuto il terrorismo rosso e quello nero, abbiamo avuto e continuiamo ad avere fior fior di mafie e camorre e n’dranghete. Però, noi la guerra non ce l’abbiamo e nessuno di noi giovani l’ha mai vissuta. La famosa “cartolina blu” non ci è mai arrivata, il servizio di leva non è più obbligatorio.

Per noi la guerra è quella cosa lontana che ci fanno vedere i telegiornali, quella cosa che si combatte in terre remote che ieri si chiamavano Iraq, oggi Siria e domani chissà. L’abbiamo vista anche in quei film che ci piacciono tanto, quelli americani, dove i nostri stimatissimi divi hollywoodiani fanno gli agenti segreti che scappano dalle esplosioni, soldati che corrono nelle trincee ed elicotteri che scoppiano in aria. Oppure in quei libri di storia, quelli che leggiamo poco, in cui vediamo delle foto in bianco e nero con degli uomini in uniforme. Quegli uomini che potevano essere i nostri bisnonni, i nostri lontani zii. Che saremmo potuti essere noi.

Noi non abbiamo mai vissuto sotto una dittatura, sotto un regime che ti tappava la bocca e ti trasformava in una di quelle tante piccole pedine da mandare al macello. Noi non abbiamo mai corso sotto una pioggia di proiettili, lungo un ponte minato, in un campo tempestato di bombe. Non abbiamo mai visto un uomo armato, non siamo mai stati armati, non abbiamo mai avuto la necessità di fare del male a qualcuno se non alle zanzare in estate. Non abbiamo visto cadaveri putrefatti per le strade, non abbiamo mai visto gente gravemente ferita. Probabilmente, la maggior parte di noi non ha mai visto un morto in faccia. O una persona morire, di fronte ai propri occhi.

Non abbiamo mai patito la fame. Possiamo mangiare quello che vogliamo, quanto vogliamo, quando vogliamo e con chi vogliamo. Ieri siamo andati al Mc’Donand’s e oggi dal kebabbaro, mentre domani andremo al Sushi e poi magari in pizzeria o dal cinese che fa il gelato fritto. Mangiamo, mangiamo, mangiamo così tanto che abbiamo problemi di obesità. Ma anche di anoressia, di bulimia, perché c’è gente che per evitare di sentirsi grassa decide di non mangiare o che s’abbuffa con un’ingordigia raggelante. Viviamo in una società che abbonda così tanto di cibo che ci permette di essere vegetariani o vegani, che ci permette il lusso di rifiutare un pezzo di carne, una fetta di formaggio o una tazza di latte piuttosto che un uovo all’occhio di bue.

Viviamo così tanto nell’abbondanza che possiamo dire frasi del tipo “sono sazio”, “non ho più fame”, “questa cosa non mi piace”. Come? Questa-cosa-non-ci-piace? Veramente crediamo che sia normale essere sazi, non avere più fame, non avere più sete? Veramente crediamo sia normale buttare il cibo nella spazzatura e avere delle preferenze su cosa mangiare dove mangiare e con chi mangiare? Crediamo sia normale dire no-io-la-carne-non-la-mangio-perché oppure no-io-il-latte-non-lo-bevo-perché?

Non abbiamo mai patito il freddo, noi giovani del XXI secolo. Viviamo in case riscaldate, case che hanno i caloriferi ai muri se non un impianto a pavimento che ci permette di passare l’inverno a ventitré gradi. Ci permette di non avere le piaghe e i geloni ai piedi, ci permette di non svegliarci al mattino con il bicchiere d’acqua sul comodino completamente ghiacciato, ci permette di dormire ognuno del proprio letto e non in sei o sette nello stesso per scaldarsi a vicenda.

Le nostre case sono belle, pulite, ben illuminate. Magari sono dei piccoli appartamenti, ne convengo, ma anche il più piccolo e il più brutto degli appartamenti di questo XXI secolo ha la luce elettrica, l’acqua corrente e il bagno. Per defecare non dobbiamo andare a fare una buca in giardino, ma ci basta tirare uno sciacquone magari usando della carta igienica morbida e accomodante.

Ci possiamo lavare tutti i giorni, con sapone e acqua calda. Non dobbiamo immergerci in catini gelidi, non dobbiamo aspettare due settimane per poterlo fare e non dobbiamo usare l’acqua lercia già usata da nostro padre e da nostra madre e dai nostri fratelli. Abbiamo il sapone, i vestiti puliti, una lavatrice che li sistema per noi e un’asciugatrice che ce li asciuga per noi. Una lavastoviglie che ci pulisce le stoviglie, un’aspirapolvere che aspira da sola, un asciugacapelli che ci risolve mille problemi.

Ognuno di noi, infine, è sempre e costantemente iper-connesso con il mondo. C’è una televisione o più in ogni casa, c’è un cellulare in ogni mano. Possiamo scrivere ad un nostro amico che abita agli antipodi del globo e ricevere una risposta dopo due secondi. Possiamo avercelo, un amico che abita agli antipodi. E poi sentiamo il bisogno di condividere con ogni cellula vivente ogni minimo atto della nostra vacua esistenza. Dobbiamo far vedere a tutti il nostro nuovo paio di scarpe, il nostro nuovo taglio di capelli, il nostro nuovo cane se non il nostro nuovo porcellino d’India.

Vite passate così, su dei cellulari, a guardare il mondo o meglio a non guardare il mondo attraverso degli schermi luminosi. Senza contare che viviamo nel mondo dell’attrazione fisica, del piacere, della lussuria. I dati dicono che le ragazze perdono la verginità all’incirca a quattordici anni, i ragazzi verso i sedici. Possiamo baciare chiunque, uscire con chiunque, corteggiare chiunque e palpare qualunque cosa.

E noi, giovani, giovani del XXI secolo, noi che viviamo in un paese democratico che ci fa dire tutto quello che vogliamo, noi che se ci facciamo male veniamo curati, noi che possiamo fare il lavoro che vogliamo e studiare quello che vogliamo. Noi che la guerra l’abbiamo vista solo nei film, noi che non abbiamo mai patito la fame, il freddo, che viviamo in case riscaldate nonché in regge che sono regge per il fatto di avere luce elettrica e acqua corrente. Noi che siamo iper-connessi con il mondo, noi che possiamo scopare già a quattordici o sedici anni senza per questo essere menati dai genitori e rifiutati dalla società o costretti al suicidio. Sì… insomma, noi. Proprio noi. Quelli che hanno il telefonino a nove anni, il motorino a quattordici e la macchina a diciotto. Noi, noi che in tutto questo possiamo sollazzarci fino a che papà campa senza fare un giorno di lavoro, senza consumare le nostre candide manine.

Noi, che abbiamo tutto questo, non abbiamo il diritto di gridare R-i-v-o-l-u-z-i-o-n-e R-i-v-o-l-u-z-i-o-n-e nelle piazze. Non abbiamo il diritto di dire ai nostri vecchi ci-avete-tolto-il-futuro-ridateci-il-nostro-futuro. Perché i nostri vecchi, i nostri nonni, la guerra l’hanno conosciuta e spesso anche combattuta. I nostri nonni hanno patito la fame, hanno patito il freddo, hanno patito la povertà e la miseria più nera. Perché loro sono nati in quell’epoca in cui si lavorava a partire dai sei anni, in quell’epoca in cui si dovevano fare chilometri per raggiungere la scuola in cui si imparava solo a tracciare le aste e “fare di conto”.

Loro, i nostri nonni, la morte in faccia l’hanno vista. Hanno visto uomini armati, hanno visto uomini morti. Hanno visto fascisti che uccidevano partigiani e partigiani che uccidevano fascisti, nazisti che uccidevano parenti e amici e poi ancora partigiani che uccidevano altri partigiani. Uomini che uccidevano uomini. Vita che sopprimeva la vita. Tutto questo senza televisione, senza attori hollywoodiani, senza internet. Il loro problema più grande era che si moriva di fame e di freddo, mentre il nostro è solo che oddio-oggi-non-funziona-la-wi-fi.

Però, noi la R-i-v-o-l-u-z-i-o-n-e la vogliamo fare lo stesso. Organizziamo cortei, manifestazioni e scioperi studenteschi per rivendicare che il futuro è nostro e che quelli venuti prima di noi sono solo stati degli stronzi sfruttatori che ci hanno usato per il loro cinico egoismo. Alziamo bandiere, cori, urla, megafoni, per dire questo. Per sputare contro i nostri nonni cioè contro coloro che sono risorti dalle macerie, che si sono rimboccati le maniche, che hanno sconfitto la fame e il freddo, la guerra e la disperazione, la sofferenza e la miseria. E ci hanno permesso, oggi, di avere tutto quello che abbiamo e di fare tutto quello che facciamo.

No… ragazzi. Noi non abbiamo il diritto di organizzare queste manifestazioni, noi non abbiamo il diritto di dire ci-avete-tolto-il-futuro, di alzare biciclette scassate in aria con cui far-tremare-i-vecchi-sfruttatori-che-hanno-lucrato-sulle-spalle-dei-loro-figli. E allora? Che cosa dobbiamo fare? Innanzitutto, trovare una briciola di coraggio per dire “Grazie”. Grazie a quelli che sono morti per noi, grazie a quelli che hanno faticato e sudato per noi, per il nostro futuro. Perché loro, il futuro, non ce l’hanno mai tolto. Piuttosto, ce ne hanno regalato uno migliore del loro presente.

Infine, dobbiamo abbassare cartelloni e striscioni, megafoni e bandiere, ed iniziare a rimboccarci le maniche. Iniziare a studiare, veramente, tornare a lavorare. Dobbiamo sporcarci le mani, spaccarci le schiene, dimostrare a quei pazzi-vecchi-bigotti come li chiamiamo che anche noi siamo capaci di costruire un futuro migliore. Non servono le manifestazioni, non servono le parole. Servono i fatti.

Passare dalle parole ai fatti, lo so, costa fatica. Sudore. Ma può anche essere una cosa bella, la fatica, può essere anche una cosa gratificante. Come l’agricoltore che pianta un seme nel terreno e poi vede nascere una pianta. Quel seme, da solo, non serviva nulla. Ma poi la fatica e la dedizione hanno trasformato quel seme in un germoglio, quel germoglio in una pianta, quella pianta in fiori e quei fiori in frutti. Noi, oggi, dobbiamo continuare a raccogliere quei frutti. Ma non solo per mangiarceli, bensì anche per estrarne i semi da mettere sottoterra. Solo così, solo con i fatti, solo con l’ambizione, solo con la fatica, solo con la pazienza, potremo fare la nostra piccola, ma immensa, Rivoluzione.

Ecco, quindi, cos’è per me “quella cosa che si chiama Rivoluzione”.

Alessandro Frosio

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