Ma cosa ci faccio, io, in questa città? (3/4)

Seguito di “Ma cosa ci faccio, io, in questa città? (2/4)

E finalmente, tutto era finito. Finalmente, ero tornato a casa. Un luogo dove nulla, ma proprio nulla, mi pareva più scontato.

Ma poi passarono i giorni. Il camminare, il mangiare, e il parlare, tornarono ad essere delle cose ordinarie, banali, scontate. Prive di stupore, prive di sapore. Il cielo azzurro e il sole smisero di stupirmi, insieme alle fronde degli alberi e la gente che passeggiava al parco. Non era più nulla d’eccezionale, di fuori dal normale, così com’anche il cane che mi veniva incontro quando uscivo in giardino o la mamma che stava seduta ad uno sgabello in cucina a leggere. Tutto quello che era stato così straordinario, così eccezionale, così emozionate, ora era tornato ad essere ordinario, monotono, piatto.

E non riuscivo più ad afferrare il bello nelle piccole cose. Non riuscivo più a stupirmi di fronte alla quotidianità, che di giorno in giorno era sempre più grigia, sempre più spenta, sempre così noiosamente prevedibile. Ed è per quello che decisi di partire per le montagne andando a Lantana. Lì sì che l’avrei trovata, la pienezza. Lì sì che avrei ritrovato l’essenza della mia esistenza, della mia felicità, il significato ultimo del mio vivere! Era la mia casa, quella, la mia Patria!

E quando arrivai a Lantana, infatti, fu una gioia. Eccole lì, le mie Montagne! Eccola lì, la mia Valle! Eccola lì, la Chiesetta! Eccola lì, la mia Casa! La mia piccola, e dolce, casetta, che abita sul limitare del bosco, abbracciata dai monti e allietata dal vento che soffia sulle fronte degli alberi. Tutto era straordinario, eccezionale, bello. Tutto era unico.

Ma ecco che, dopo pochi giorni, lo straordinario prese a vestire i panni dell’ordinario, l’eccezionale dell’abitudinario, il bello della noia. E quelle Montagne tornarono ad essere delle montagne, la Chiesetta la chiesetta, la mia Casa la mia casa. Qualcosa di ordinario, di normale, di abitudinario. Di scontato. E soprattutto, tornò ad albergare in me quell’insopportabile, quell’angosciante, quell’inquietante sensazione di vuoto. Non riuscivo più a cogliere un significato per me, per la mia vita, per il mio Essere. E passai l’estate così, vivendo solo in una casa sola, con l’unica compagnia dei libri dell’università. Libri che studiavo solo perché sapevo che dovevo studiarli, e non perché sentivo che mi sarebbero serviti a qualcosa. Era un dovere fine a sé stesso, che tentava invano di colmare quel senso di vuoto, di nulla, che di giorno in giorno mi disperava sempre di più.

E quella sensazione, ora, dopo tanto tempo, è tornata.

Segue…

Alessandro Frosio

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