Ma cosa ci faccio, io, in questa città? (4/4)

Seguito di “Ma cosa ci faccio, io, in questa città? (3/4)

In seguito ad un incontro, ogni frammento della mia esistenza si è rivoluzionato. E da allora è stato un continuo susseguirsi di sorprese, un costante crescendo che è riuscito a riempirmi sempre di più, a donarmi gioia e significato in ogni istante. Ho preso ad improvvisare la mia vita, facendomi fare dagli attimi fuggenti. Abbracciando, o meglio facendomi abbracciare, dal mistero delle cose.

Ma ora, quello che è nato come straordinario, lentamente sta diventando ordinario. Ciò che prima era nuovo, ora sta pian piano scadendo nel già saputo, nel già visto, nel già sentito. E anche quegl’incontri, che inizialmente parevano essere fuori dalla norma, stanno diventando prevedibili e banali. Scontati. Dove prima c’era stupore, ora c’è torpore. Dove c’era meraviglia, ora c’è solo un vecchio stanco che sbadiglia di fronte a qualcosa che non lo affascina più.

E la ricerca del Senso, del Mistero, è tornata a bussare alla mia porta. Perché la vita è esattamente questo: una continua corsa verso un traguardo che non esiste, o meglio che è così tanto lontano, così tanto effimero, che non basta una vita per raggiungerlo. E quando si crede d’essere arrivati, ecco che dopo qualche attimo di estasi ci si rende conto d’aver raggiunto solamente una tappa. Una delle tante tappe intermedie, che volgono verso il futuro, che servono per recuperare energie. E per riprendere la corsa.

È tardi, è ora di partire. Ringrazio le ragazze dell’ottavo piano di questo travagante condominio di piazza Gerusalemme per la gentile ospitalità. Gli lascio la crostata con la marmellata d’albicocche che gli ho portato: non ho fame, e l’ho presa proprio pensando a loro. Sono contento di sapere che sarà il dolce che saluterà, domani, il loro risveglio. Che sarà l’inizio della loro giornata, della loro nuova partenza verso l’ignoto.

Anche loro, come me, sono alla ricerca di un Senso. Di un significato. Anche loro, come me, ora devono riposare per riprendere a correre domani mattina. E via, via, verso il traguardo, alla costante ricerca delle voci, degli sguardi, e delle compagnie, che tenteranno di riempirci la nostra breve, ma intensa, corsa. E che incontreremo in un momento, in una circostanza, in un modo straordinariamente ordinario.

Esco dall’appartamento. Sono triste, sconsolato, sento che c’è qualcosa che mi manca. Sto andando a testa bassa verso le scale, ma quello scansafatiche d’un Daniele mi ferma invitandomi a prendere l’ascensore: costa meno fatica, mi dice.

Il bottone rosso lampeggia: l’ascensore è già occupato. Sono avvolto nei miei pensieri, perso nel buio della mia fame di pienezza. Una lacrima si sta formando sull’occhio sinistro, che chissà come mai è da sempre quello più sensibile. Sto ripensando alle mie domande, alla mia lontana ma non troppo lontana esperienza in ospedale, alla mia lontana ma non troppo lontana solitudine. Traviato dalla mia insoddisfazione, rassegnato al fatto che lo straordinario, per l’ennesima volta, sta tornando a vestire i panni dell’ordinario. E quindi della malinconia.

L’ascensore arriva. Si sentono delle voci femminili, e in quel momento il mio volto si desta. Si aprono le porte. Lei mi sorride, io le sorrido. Parliamo per un minuto, forse due, e poi l’ascensore si richiude.

Non è successo nulla di particolare. E’ stato un incontro ordinario, casuale, assolutamente imprevisto. Ma è stato sufficiente per ritirare dentro quell’accenno di lacrima. E ora mi sento pieno, soddisfatto, intriso fino all’osso di significato. E tutta questa gioia è dovuta, ancora una volta, ad un fatto straordinariamente ordinario.

Questa euforia, poi, passerà. Ma intanto, c’è.

Alessandro Frosio

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