Ci sarà un senso, un senso a tutto questo

Quante volte mi capita di pormi quella domanda. È una domanda che arriva così, all’improvviso, quando meno me l’aspetto. Ma arriva. Mi coglie di sorpresa. Mi tormenta. Mi seduce. Insomma… ci sono certi avvenimenti, nel corso della mia esistenza, che quasi naturalmente mi portano a chiedermi: ma c’è un senso a tutto questo? E se c’è, qual è? Perché?

Ci sono delle volte in cui mi rispondo che un senso, la Vita, ce l’ha. E si chiama Morte. La Morte sembra essere il metro di tutto, il fine ineluttabile di ogni cosa, l’entropia cioè il caos finale a cui tutti noi siamo inesorabilmente destinati. Sono momenti di sofferenza, momenti in cui sono avvolto nella solitudine interiore. Sono quegli attimi, quegli approdi, quelle pennellate, che paiono senza colore. Grigie. Come una giornata di pioggia che non finisce mai, come un banco di nebbia che impedisce alle navi di salpare, come un pittore che imbianca un vecchio muro con un pennello senza setole. Una malattia, che ti impedisce di abbracciare un amico, di sorridere ad un bambino, di ribellarti al tuo infido destino.

Sono quelli, i momenti più difficili. Sembra che non ci sia un motivo, in tutto questo, che ogni nostra singola azione sia priva di senso perché prima o poi bisogna andarsene. Che senso ha darsi da fare e affrontare il mondo con tutte le sue fatiche, le sue sofferenze, le sue storture, le sue delusioni e le sue malinconie, se tanto poi bisogna morire? Che senso ha amarla, la Vita, se già sappiamo che prima o poi ci tradirà? Qual’è il motivo che ci induce a correrle dietro, corteggiarla, sedurla, se poi questa Vita altro non è che una vacua illusione che sta in mezzo a due eterne parentesi di infinita non-esistenza?

Senza contare che non siamo padroni del nostro destino. Perché è inutile negarlo: il libero arbitrio, la libertà, l’autodeterminazione, forse, sono solo delle pie illusioni. Tutto è predeterminato, tutto è programmato. Ogni istante della nostra esistenza si basa su delle infinite catene di coincidenze di fronte alle quali noi siamo completamente inermi ed impotenti. Non possiamo prevederlo, il momento in cui moriremo. Non abbiamo deciso se e quando nascere, non potremo decidere quando andarcene. E questo è frustrante per uno come me che ama infinitamente la libertà, per uno che odia il potere e la sottomissione e la programmazione degli eventi!

Però è così che stanno le cose. Oggi ci siamo, domani chissà… basta un nonnulla. Un’inezia. Quindi, che senso ha il tutto se poi il tutto finisce? Purtroppo, questa, altro non è che uno di quei tanti quesiti senza risposta, un enigma senza soluzione, una foresta senza via d’uscita. Uno si può lambiccare il cervello dedicando tutto il proprio tempo alla ricerca di questo senso, di questa risposta, ma poi alla fine si renderà conto di essere solo in grado di riformulare diversamente la domanda.

E così, solo e sconsolato, prendo a camminare incerto lungo le grigie strade della Vita o di quel mistero che noi chiamiamo Vita. Sono accompagnato dal vento gelido che stiletta le mie guance arrossate, che presto diventano degli infiniti mari dove navigano delle lacrime che lentamente corrono verso il mento e il collo, fino a rimanere spiaccicate nella mano tutta pelle e ossa. Sono circondato dal gelo e dalla nebbia, dall’indifferenza e dalla malinconia, dalla solitudine e dalla paura. Paura di non restare, paura di non durare, paura di un domani che si fa via via sempre più incerto. Ma paura anche di un presente che sento distante, che m’impedisce di esprimere appieno le mille sfaccettature della mia turbolenta personalità.

Ma poi, all’improvviso, sento dei passi che si muovono nella nebbia. Qualcuno mi tocca il cappotto ed io, avviluppato nell’incertezza del domani e abbracciato al trasognato vagheggiamento di quel passato che non c’è più, mi volto. E vedo la risposta, o almeno, una delle tante possibili risposte. Una parvenza di soluzione, forse una migliore formulazione della domanda, ma comunque qualcosa che mi sorprende con una ventata d’aria calda. Con il sole, un insolito tepore, un fazzoletto di seta che mi asciuga il viso malinconico. Non servono le parole, perché in certe occasioni basta uno sguardo per dirsi tutto. Basta un sorriso, una pacca sulla spalla, un invito a proseguire ad andare avanti. Insieme.

Insieme, ecco tutto. Con un parente, con un amico, con un compagno d’avventure, con un amore ritrovato. Non si dà un senso a tutto quanto, se si sta insieme, ma quantomeno ci si può permettere di ignorare quell’infido dilemma. Che importanza ha trovare il senso della Vita? Ci è capitata, ecco tutto. A ciascuno di noi, è capitata. E che fatica… che fortuna abbiamo avuto, il giorno in cui siamo diventati Vita! Siamo tutti dei vincitori, se siamo qui, siamo tutti degli eroi. E se ancora esistiamo, un motivo c’è, un motivo ci sarà. In un romanzo, nessun personaggio entra in scena senza uno scopo. Avremo uno compito, una missione, un obiettivo da portare avanti. Un senso.

E qual è, quindi, questo senso? E chi lo sa… solo il Narratore, lo sa. Sembra inutile star qui a gingillarsi in inutili questioni, perché la verità – cioè quell’istinto animale che ruggisce ancora dentro di noi – ci dice che vivere è il nostro unico imperativo categorico. Unirci agli altri che vivono, vivere insieme a loro. Camminare insieme a loro. Respirare insieme a loro. E ridere, e scherzare, e amare. Ma anche piangere, soffrire, tormentarsi. Ma sempre insieme. Poi, quando il nostro personaggio avrà assolto la sua funzione, se ne andrà. Anche gli altri, se ne andranno. E non sarà la fine. Ma il fine.

Che cos’è, quindi, la Vita? Non lo so, mi rendo conto che ancora non lo so. Nessuno lo sa. Ma forse proprio perché è una domanda senza senso, una domanda che non esige risposta. Intanto, noi ci siamo. Io ci sono. Respiro. Cammino. Rido. Piango. Magari sarò uno di quelli che campa fino a cent’anni o forse oggi è il mio ultimo giorno di vita, e ancora non lo so. Basta poco. C’è sempre quell’incredibile catena di coincidenze che, così come ha decretato il nostro inizio, può facilmente decretare la nostra fine. Una catena che non dipende da nessuno, non dipende da niente, se non da quell’eterno Narratore che sta scrivendo il romanzo della nostra Vita..

Lui lo sa, qual’è il fine. Uno scrittore sa sempre quello che scrive, sa già come andrà a finire il suo romanzo. Un romanzo composto da una moltitudine di personaggi che interagiscono tra loro. Personaggi che nascono, vivono e muoiono. Nascono quando vuole lui, muoiono quando e come vuole lui. E non è vero che è la Morte, il metro di tutto. È la vita. Certo… è la vita, la forza ineluttabile verso cui converge ogni cosa. Se non esistesse la Vita, non esisterebbe manco la Morte. E quindi è la Morte che è succube alla Vita, è la Morte che viene schiacciata dalla Vita, è la Morte che è destinata all’entropia cioè al caos finale.

Non è forse un privilegio, la Morte? Un privilegio dettato dal fatto che muore solo chi è nato. E nascere, della fin dei conti, è sempre meglio alla sua alternativa che è non-nascere. Chi non nasce non ha nulla da raccontare, non ha nessun motivo per crogiolarsi nel dubbio, non ha nulla per cui vale la pena lottare. Nessuno da amare. Nessuno che lo ama.

È vero… prima o poi, quel romanzo finirà. Nessun libro dura in eterno, nessuna opera è priva di finale. Ma un libro non lo si giudica dal fatto che sia finito, bensì dal fatto che sia durato. Lo si guarda per quello che è, lo si apprezza o lo si disprezza per quello che racconta. Di certo, non importa il quando. E non importa neanche il perché. Importa il come. Importa il con chi. Importa il per chi. Per tutto il resto… Insciallah. Se Dio vuole, se il Destino ce lo permette, se il Narratore ce lo consente.

Alessandro Frosio

Seguendo quella stella

Ma seguendo quella stella
dove andrò?
Forse in un mondo magico
e poi chissà…
.
Sono ricco e sono povero
dentro me.
Senza forza né coraggio
nel mio cuor.
.
Ma è arrivato
il momento
di partire senza affanno,
con la gioia e i dolori
di chi non sa!
.
Perché nel mondo non esiste
una ragione che ti assiste,
solo con la fantasia
tu puoi volar!
E poi
lasciarti andar,
perché
così respirerai.
.
Con queste vecchie scarpe rotte
marcerò,
e con gli occhi di cristalli
sognerò.
.
Con la luna tra le stelle
canterò
Con la luce dietro i rami
riderò!
.
Con lo zaino sulle spalle
e il passato dietro a valle,
con amore e con speranza
io marcerò!
Perché non si ha una vera fede
se non si è ciò in cui si crede,
in questo cammino senza fine
ci crederò!
Perché
io amerò,
e poi
io volerò.
Alessandro Frosio

Il futuro di un pomeriggio silenzioso

Dedicato ad un pomeriggio di giugno, dedicato al vento della mia casa.

E ascolto la tua brezza, che mi giunge da lontano. Mi accarezza il viso tiepido, mi coglie con un leggero fremito. Emozioni e ricordi mi tornano alla mente, anche se c’era un tempo in cui non sentivo niente. E questo fremito mi sorprende all’improvviso, smuovendo i meandri della mia mente come le frasche di questa pianta che mi sovrasta. Una pianta amica, che mi macchia di sole il viso lasciandomi or scoperto, or avvolto, in questo magico mosaico di luce.

E non riesco a capire che cosa sto facendo, dove credo di approdare domani. Perché del domani, lo si disse, non c’è certezza. Eppure sono sempre qui, avvolto nella mente del passato, cercando in quel che fui ciò che domani forse sarò.

Ma la vita è troppo breve per fare tutto, troppo fuggente per assaporarla con l’uso di questa maledetta ragione. Oggi sono qua, tra questi monti e questo cristallino mare in cielo. E domani chissà. Chissà cosa, chissà dove, chissà con chi.

E cosa sarò, io, il giorno che segue? Potrei essere un viaggiatore, che cammina spensierato verso un mondo sempre nuovo. Potrei cantare e continuare a viaggiare, ora con la fantasia, ora con una valigia da portar via. Potrei essere d’aiuto a qualcuno, potrei non servire a nessuno. Potrei provare ad amare… ma chi mi assicura che non raccoglierò solo lacrime amare?

Perché è difficile, difficile camminare in questo mondo. Non si sa mai dove andare, non si sa mai dove si finisce. Si conoscono tante persone, ma è impossibile fidarsi di loro con estrema certezza. Perché è tutta una finzione. Una finzione umana, per problemi umani.

E allora, intanto, resto qui. Sì, resto qui da te, abbracciato dai tuoi profondissimi silenzi e coccolato dalla gioia immensa delle tue antiche cantilene. E resto con te, perché lo so. Lo so che, alla fine, tu mi prenderai per mano e mi porterai lontano. Lontano, da questo mondo di vane finzioni amare. E mi donerai, ancora una volta, quell’ancestrale energia che mi mette le ali ai piedi e mi permette di volare.

Alessandro Frosio

Eccomi qui, eccomi arrivato

Casa. Non c’è niente di meglio al mondo di ciò che ci fa sentire a casa. Viaggiamo, sperimentiamo, ridiamo e piangiamo. Ma poi, alla fine di tutto, torniamo sempre lì. Ma una domanda sorge spontanea all’orizzonte di questo incredibile viaggio: che cos’è veramente una casa?

Casa può essere intesa in mille modi, per esempio come la culla in cui siamo cresciuti. Oppure le mura in cui ci rifugiamo quando fuori sferza la tempesta. Una tempesta assordante, che batte furiosamente sulle tegole, graffia i vetri delle finestre illuminate dalla luce calda del nostro rifugio. Ci isola, proteggendoci dal mondo che ci fa sentire inutili puntini in un mare senza onde. Una casa fisica, ma anche una casa senza muri, per una burrasca silenziosa dove a graffiare sono soltanto i nostri pensieri, che minacciosi si addensano sopra le nostre teste malate di frenesia.

Una casa solitaria, in mezzo al nulla. Dove nessuno ci può trovare, dove siamo al sicuro dal mondo violento che imperversa là fuori. Ma poi c’è anche una casa di persone, una casa calda, con un bel fuoco che arde nel camino. Una casa di sorrisi e dolcezza dove la serenità regna padrona e in cui tutto è avvolto dal tenero abbraccio di un familiare aroma che viene dalla cucina. Una casa può essere sola ma sicura, ma anche accogliente e intrisa d’amore fino all’ultimo mattone.

Una casa. Solo una casa. C’è chi non ce l’ha, una casa. Chi non l’ha mai avuta. Chi l’ha persa. Chi l’ha vista cadere su sé stessa con i propri occhi impotenti. C’è chi viaggia, la cerca, prova a costruirsene un’altra lasciandosi il passato alle spalle. C’è chi scappa, chi fugge, chi viene cacciato perché non è più amato. C’è chi l’ha tradita, la propria casa.

Casa. Dopo un lungo peregrinare c’è sempre lei ad aspettarci. Una casa di mattoni, una casa di persone, una casa calda come il fuoco che scoppietta nel camino in una fredda e buia notte d’autunno. La casa che ha il suo odore, inconfondibile, che quando lo annusiamo ci fa capire che siamo arrivati. Profumo di capelli, calore della pelle, voci melodiose, parole, promesse, sentimenti mai espressi… già, perché ogni cosa può essere casa. Può anche essere qui, dentro di noi, al nostro fianco. Una persona cara, un’amicizia, un familiare, una vecchia fiamma, una persona a cui abbiamo affidato la nostra fiducia. È la spalla su cui piangiamo, gli occhi con cui ridiamo. Un libro. Una canzone. Un ricordo, magari di tempi e compagnie che non torneranno più.

Ecco che cos’è una casa. Ed eccomi, eccomi arrivato. Questa è la mia, questo è il luogo in cui mi sento arrivato. Casa, semplicemente una casa. Solo una casa. Una casa di mattoni, una casa di persone, una casa di pensieri, di promesse, di parole e di sogni ancora tutti da realizzare.

Alessandro Frosio

Torniamo a pedalare, domani sarà un nuovo giorno

Sono su un piccolo ponte con la mia cara bicicletta. Abbiamo fatto un bel giro insieme e ora ammiriamo il dolce cammino del fiume che gorgoglia sotto di noi. Siamo qui, insieme, in questo magnifico spaccato di mondo che è stato parzialmente risparmiato dalla furia devastatrice dell’ossessione del profitto. Ci siamo io, lei e la natura. Dietro di noi ci sono dei bambini che giocano al parco, lo stesso dove mi portavano la mamma e la nonna diversi anni fa. Quanto mi sono divertito su quei giochi! Mi ricordo le corse che facevo nei prati cercando le margherite per chi, sorridente, stava a guardarmi seduta su una panchina all’ombra. Mi divertivo così, spesso con mia sorella, andando sullo scivolo e dondolandomi sull’altalena.

Davanti a noi, lungo la riva destra del fiume, ci sono dei ragazzi che giocano a pallavolo. Ridono, sono felici… come si fa a non essere euforici i primi giorni dopo la fine della scuola! Le mie mani sono ancora tinte di rosso… quelle more da gelso erano proprio buone! Chissà se quelle piante là hanno fatto le amarene quest’anno, potrei andare a vedere…

Potrei, ma non posso. Perché ora sono qui, seduto in un ufficio, intrappolato dalle spigolose mascelle di una fredda scrivania senza colore. Sono obbligato a stare qui, mentre fuori il mondo va avanti. I fiori sbocciano, gli uccelli cantano, le frasche degli alberi danzano con il vento, i bambini giocano sorridenti e il sole splende alto in cielo… ma io tutto questo posso solo immaginarlo. Qui c’è gente che sta seduta su delle lunghe file di scrivanie tutte uguali, come se fossero in trincea. Una trincea morta, per una guerra silenziosa. Mi chiedo se questa è vita, se è questo l’obiettivo che l’umanità deve raggiungere. Star seduti a creare qualcosa che non si può toccare, mentre tutta la concretezza della vita sorride distante dietro le grigie tapparelle di grandi finestroni indifferenti.

Chiudo nuovamente gli occhi.

Si sta bene, c’è un’ottima temperatura. Il sole è ormai calato dietro gli alberi, lasciando in cielo un tripudio di sfumature colorate che si riflettono su ogni cosa. Il fiume, gli alberi, i bambini, i grilli tra i fili d’erba… qui è tutto più bello, qui è tutto più reale. Ma ora è tardi, fra poco diventerà tutto buio e le lucciole si muoveranno nell’aria insieme ai pollini dei gelsi. La notte avvolgerà tutto quanto in un magico abbraccio, ma noi dobbiamo andare. Torniamo a pedalare, domani sarà un nuovo giorno.

Alessandro Frosio

Il viaggio dell’attesa

Grigio. Il cielo è grigio, l’asfalto è grigio, il sedile è grigio. Manca un pò di vita, mancano i colori. Le nuvole sono minacciose su nel cielo, forse pioverà fra un paio d’ore. Intanto sto qui. E aspetto, seduto su questo squallore grigio.

Nell’aria si sente un parlottar leggero, costante, che non cessa mai. Diverse voci silenziose che si sovrappongono, nascondendo solo in parte i sibili del motore a benzina. Benzina che brucia, rodendo i resti di antichi animali vissuti prima di noi. Milioni di anni di storia che se ne vanno, sfumando in sottili volute di gas tossico.

La vita va avanti, il viaggio continua. Si sente nell’aria sonnolenta un particolare senso d’euforia, di speranze e di attesa. È questo quello che stiamo facendo: attendiamo. Attendiamo di arrivare, di entrare in quello stadio e di cantare in nome della nostra città. È un evento importante, atteso da anni. Attesa… quanto tempo è passato! Tempo che fugge via malato, mentre il grigiore della strada corre veloce sotto i nostri sogni di speranza. Le montagne hanno lasciato spazio alla pianura: un tavolo da biliardo piatto ed infinito reduce dall’umidità della notte appena trascorsa. Dal frumento al riso, dal trifoglio al granoturco… colture diverse, che si alternano tra loro, accompagnandoci dolcemente verso la lontana Città Eterna.

Non so cosa sarà e come sarà. Il futuro è incerto ed imprevedibile, certe volte oscuro. Ma non mi importa. Intanto aspetto, godendomi questo unico ed euforico viaggio, diretto  verso una destinazione ancora tutta da scoprire.

Alessandro Frosio

La catena deve girare, il viaggio non deve conoscere confini

Mi sveglio. La prima cosa che noto è che mi fanno male i denti e tutta la mandibola, una cosa che mi capita spesso quando sono nervoso e carico di fatica. È una bellissima domenica mattina, il sole ride in cielo e gli uccelli cantano allegramente spostandosi spensierati da un albero all’altro: loro sì che sanno cos’è la libertà. Ma io sono veramente libero? Forse per la Costituzione sì, ma nella realtà? Questa domanda mi fa riflettere, ma non riesco a darmi una risposta soddisfacente. L’unico modo per capirlo, forse, è mettersi in viaggio.

Sono le nove, per le strade non c’è anima viva. Prendo un lungo respiro e poi, dopo una vigorosa rincorsa data con il piede destro, salgo sulla sella della bicicletta. Non so dove sto andando, so solo che sto cercando la libertà. La città è deserta, le case dormono ancora con le ante chiuse e le tapparelle abbassate. Passo di fronte ad una serie di villette a schiera che lasciano presto il posto a grigi condomini, finché non raggiungo la riva del fiume che dà il nome alla mia città. Lo vedo calmo, piatto, come se anche lui stesse ancora dormendo. Affascinato dal suo moto timido e silenzioso, decido di seguirlo prendendo un sentiero che costeggia la sua riva sinistra, quella più arida e fredda. Sto pedalando. Il sole illumina d’immenso il mio viso, mentre i sibili del vento scompigliano i miei capelli, accarezzandoli con brezze materne. Gli unici suoni che sento vengono dagli uccelli, sempre allegri, sempre liberi. E poi il chiacchiericcio della ghiaia, accompagnato dal continuo cigolio della catena della bicicletta che va sempre avanti, senza mai fermarsi, inoltrandosi in un mondo che ancora non conosce. Nell’aria è intenso il profumo dell’acqua del fiume che, sempre alla mia destra, prosegue muto e sonnolento il suo eterno viaggio verso l’orizzonte. È un piacere ascoltare la dolce melodia dell’acqua nelle rogge, che zampillante gorgoglia sotto i ponticelli di legno che incuriosito mi appresto ad attraversare. Il paesaggio è brullo e secco, pieno di sassi e sterpaglie. Sembra quasi una di quelle tante brughiere che si possono trovare descritte nei romanzi inglesi di fine ottocento. Devo dire che da una parte mi inquieta, ma dall’altra mi intriga, portandomi alla folle idea di proseguire. Sto andando verso l’ignoto, attraverso luoghi che prima non conoscevo. Sto andando veloce e sento i muscoli delle mie gambe urlare come un gorilla, mentre percepisco l’acre sapore del sangue che mulina in bocca. Sto sudando. Il viaggio è difficile, ma non riesco ancora a trovare un valido motivo per fermarmi e fare marcia indietro. Il cielo è terso, il sole caldo, la catena continua a girare.

Ad un certo punto scorgo in lontananza una grande cupola ed un campanile. Mi fermo e la osservo, chissà che cosa è! Condotto da un brivido di fervida curiosità, lascio la strada maestra e mi lascio trasportare dall’emozione della scoperta. Dopo qualche pedalata su un aspro sentiero sassoso, mi trovo improvvisamente all’inizio di un quartiere residenziale. Sotto la mia bicicletta c’è l’asfalto, attorno a me solo case. Procedo lentamente per questa strada senza capire dove sono e, soprattutto, perché mi trovo qui. Un cane in un giardino mi accoglie abbaiando, per il resto regna il silenzio più assoluto. Giro l’angolo ed ecco che rivedo la cupola. La guardo, si sta avvicinando sempre di più. Ad un certo punto il silenzio che mi accompagna da ormai troppo tempo viene rotto da delle grida. Sono dei bambini, che festosi si divertono giocando nel campo di un oratorio. Loro sì che sono felici, loro sì che sono spensierati, loro sì che sono in possesso della formula della libertà. Sorrido e poi, dopo poche pedalate, raggiungo l’enorme cattedrale che avevo visto in lontananza. Qui mi fermo e scendo dalla bicicletta.

La vita è un grande ed immenso viaggio. Un viaggio che certe volte può apparire faticoso o senza significato, altre volte intrigante e pieno di emozioni. Anche se spesso il percorso può apparire arido e sterile, prima o poi si riesce a raggiungere la propria destinazione. Una destinazione che conosciamo solo quando la vediamo e che spesso si trova in luoghi lontani che mai ci saremmo aspettati di visitare. Certe volte la strada può farsi accidentata e pericolosa, altre volte semplicemente sbagliamo sentiero. Ma l’importante è che non dobbiamo mai fermarci, perché la catena della nostra bicicletta deve sempre girare. Pensate alle montagne: sono lì da milioni di anni. Per non parlare dei fiumi e del mare… il mare c’è da sempre, mentre un albero vive per secoli. E invece noi? Al massimo arriviamo a novant’anni e spesso non in perfetta forma. La vita è troppo breve, non dobbiamo mai permetterci di fermarci, bisogna sempre guardare avanti. È inutile fermarsi alle apparenze, bisogna accettare il paesaggio che ci circonda anche se è secco ed inquietante, trasformarlo in un motivo per andare avanti e dare sempre il massimo.

La catena deve continuare a girare e girare, bisogna faticare, bisogna credere nel viaggio, per poi godersi l’idilliaca destinazione che ci aspetta alla fine.

Alessandro Frosio

Un viaggio oltre i confini, alla scoperta del mondo che non vediamo

20190213_213035Molti sostengono che gli scrittori siano inutili perché non creano nulla di concreto. Voglio rispondere a queste voci riportando una citazione di Pablo Picasso: “Todo lo que puedas imaginar es real” che, per chi non sa lo spagnolo come me, significa che “Tutto ciò che puoi immaginare è reale”. Come ho già detto nella mia presentazione, sto provando a scrivere un romanzo le cui vicende si svolgono in un mondo immaginario. Ma il fatto che lo stia inventando affidandomi completamente alla fantasia, non significa che non sia reale: i luoghi che descrivo con i loro profumi e colori ed i personaggi con le loro storie, esistono. Io li vedo e li sento.

Questo per dire che non dobbiamo fermarci a considerare solo quello che possiamo vedere e toccare, ma cercare di imparare a guardare oltre i nostri confini. Lo sapete che le mosche vedono dei colori che l’occhio umano non è in grado di percepire? Questo vuol dire che la natura ha delle sfumature che noi non conosciamo, ma ciò non significa che non esistono. La mosca, un insetto apparentemente inutile e fastidioso, vede cose che noi non possiamo ammirare. Oltre alle nostre diottrie si cela un mondo nascosto e pieno di sorprese… non è affascinante? Un po’ inquietante, certo, ma affascinante. Ed è per questo che, secondo me, lo scrittore è una sorta di viaggiatore. Un viaggiatore che cerca ed esplora terre sconosciute, tracciando sentieri dove nessuno è mai passato prima, alla costante ricerca di nuove prospettive da cui ammirare la vita.

La scrittura è concreta, la scrittura è viva. Se quello che viene narrato in un libro non esistesse, allora come si spiegherebbero le emozioni che provano i lettori? Un semplice racconto può far piangere, ridere, arrabbiare, riflettere… la gente si lega alle vicende dei personaggi di una storia, soffre e si rallegra con loro, come se fossero dei reali compagni di viaggio. Ed effettivamente, mentre leggiamo, quasi ci dimentichiamo del fatto che dietro a tutto quello ci sta la fervida fantasia di uno scrittore. La verità è che un’idea, una penna ed un foglio di carta possono smuovere le montagne e prosciugare gli oceani. Le parole rimangono nel tempo e lasciano un segno nella storia.

La scrittura non è astratta, anzi, dà vita a qualcosa di potente. La scrittura può compiere rivoluzioni. La scrittura può sollevare il mondo.

Alessandro Frosio