Seguendo quella stella

Ma seguendo quella stella
dove andrò?
Forse in un mondo magico
e poi chissà…
.
Sono ricco e sono povero
dentro me.
Senza forza né coraggio
nel mio cuor.
.
Ma è arrivato
il momento
di partire senza affanno,
con la gioia e i dolori
di chi non sa!
.
Perché nel mondo non esiste
una ragione che ti assiste,
solo con la fantasia
tu puoi volar!
E poi
lasciarti andar,
perché
così respirerai.
.
Con queste vecchie scarpe rotte
marcerò,
e con gli occhi di cristalli
sognerò.
.
Con la luna tra le stelle
canterò
Con la luce dietro i rami
riderò!
.
Con lo zaino sulle spalle
e il passato dietro a valle,
con amore e con speranza
io qui vivrò!
Perché non si ha una vera fede
se non si è ciò in cui si crede,
in questo cammino senza fine
ci crederò!
Perché
io amerò,
e poi
io volerò.
Alessandro Frosio

La ribellione della mia penna

Sei contento, o mondo? Mi stai togliendo le parole.

Passano i giorni e la mia fantasia è sempre più ristretta. E sei tu, o mondo, che mi stai succhiando la bellezza. Sto disimparando ad amare, mi sto adeguando al tuo fare volgare. La mia penna è sempre più muta, il foglio di carta è sempre più bianco. Non so più cosa scrivere, non so più perché vivere. E questa è colpa tua, o maledetto mondo umano, che non mi accogli per quel che sono, non capisci che tutti noi siamo un dono.

O mondo umano, che tutto fai e nulla sai. Per te uguali dobbiamo essere, senza identità e senza nettare. E siamo tutti allo sbaraglio, come gocce tra le onde. E andiamo tutti, nella stessa direzione, confondendoci nella massa come fossimo dei pesciolini in branco. E siamo come loro, tutti uguali, senza ricchezze e senza fantasia.

Tu ci stai provando, o mondo, a risucchiarmi in questo mare immondo. E forse, in parte, ci stai anche riuscendo. Stai provando a togliere le parole dalla mia penna, mi sta tentando con il tuo dettato pensiero, mi stai attirando in una trappola senza fuga.

Ma non ce l’hai ancora fatta. Io qui sono, io qui resisto. Mi vuoi togliere la parola? E io qui continuerò a parlare.  Mi vuoi impedire di scrivere? Troverò linguaggi che non potrai decifrare. Perché io non sono uno fra tanti, non sono un inerme pesce del branco. Io sono solo io, nessuno è uguale a me. E così, per sempre, la mia essenza sarà qui, libera da ogni pensiero altrui, libera da ogni costrizione.

Mi vorrai togliere la fantasia, ma io non ti concederò la sua eutanasia. Vuoi che del mio amore io ne faccia un aborto, ma troverai il mio cuore ancora una volta risorto. Mi vuoi solo, in questo strano mondo di castelli. Mi vuoi chiuso dentro di te, con le sbarre alle finestre e l’incapacità di parlare.

Vacci. Vacci tu nell’indifferenza di quel cieco branco di “non vedenti”, con tutte le sue accuse, il suo odio e le sue sacrosante correttezze. Vacci tu, perché io resto qua. Perché il mio pensiero può sollevare la Terra, la mia parola può smuovere le montagne e le mie azioni possono prosciugare gli oceani. E non sono un Dio come tu ti credi, sono solo io. Un essere umano, come tutti noi dovremmo essere.

Ma un giorno tutto questo finirà, tra le onde e le fronde di questo impietoso girotondo. La catena si spezzerà, o caro mondo umano, e il branco si scioglierà. Solo allora saremo veramente liberi e ognuno noterà le tue promesse vane. La fantasia e il libero pensiero torneranno, da soli, ad essere i fautori della verità.

Io non sono un pesce in un branco. Io sono io, e come sempre, con orgoglio, mi troverai controcorrente.

Alessandro Frosio

La malattia della paura

Ecco, è tornata, si è fatta viva pure oggi. È la paura di non restare, è l’ansia di lacrime amare, è quella tensione che c’è nell’aria che ti impedisce di pensare.

Le strade sono deserte e nessuno esce di casa, mentre le sirene dell’ambulanza continuano a viaggiare per la via, come prese da una fugace malattia. È un ambiente surreale, perché niente è più normale. Il parco è deserto, con le altalene cigolanti che si cullano con il vento. Lo scivolo luccica al sole, senza amici, con del fango rinsecchito e una gran voglia di giocare. Dove sono finite le care voci dei bimbi? Dov’è finita quella pazza euforia che impregnava il vento di quella sana allegria?

Mi ricordo dei bambini, nei giardini, che osannavano la vita con un gelato in mano e un pallone da calciare. Mi ricordo la panettiera, che mi serviva con dolcezza e un sorriso ancor scoperto, senza maschere né sospetti. C’era la gente che camminava per le strade, salutandosi senza affanno con le braccia o con le mani. E c’era vita, c’era sale… tutto era bello, perché tutto era normale.

Oggi i bambini al parco sono solo un ricordo, che si conserva in quel pallone sgualcito abbandonato tra le piante. I locali sono vuoti e serrati verso sera. La gente va in giro per le strade, di nascosto, coprendosi il viso e accennando dei saluti solo a chi è ancor lontano. Sembra di essere soli, in un vuoto mare senza sale. E tutti noi corriamo all’impazzata, senza sapere dove andare. Siamo stati conquistati dalla paura, che si è impossessata del nostro corpo, uccidendo il normal pensare di chi un tempo sapeva amare.

Siamo vittime di noi stessi, che ci credevamo tanto forti in questo strano mondo di cristalli. E ora siamo, inermi, di fronte a questo imprevisto surreale.

È la paura, la malattia più colossale. Quel sentimento che ti coglie all’improvviso, che entra dentro il cuore senza nome e senza viso. Ti fa tremare lasciandoti atterrito, ti fa sospettare del tuo migliore amico. Ed è proprio lei che dobbiamo combattere, affidandoci alla mente come unico vero vaccino. Dobbiamo credere nel futuro, dobbiamo lottare per quel che siamo e abbattere con furore ogni ostacolo e ogni muro. Perché con il panico non si fa nulla, non si lotta e non si vince. Dobbiamo credere in noi stessi, senza sospettare ansiosi l’arrivo del domani.

Ora basta. Basta aver paura di una stupida malattia! Chiudiamo gli occhi e torniamo a volare.

Alessandro Frosio

Il futuro di un pomeriggio silenzioso

Dedicato ad un pomeriggio di giugno, dedicato al vento della mia casa.

E ascolto la tua brezza, che mi giunge da lontano. Mi accarezza il viso tiepido, mi coglie con un leggero fremito. Emozioni e ricordi mi tornano alla mente, anche se c’era un tempo in cui non sentivo niente. E questo fremito mi sorprende all’improvviso, smuovendo i meandri della mia mente come le frasche di questa pianta che mi sovrasta. Una pianta amica, che mi macchia di sole il viso lasciandomi or scoperto, or avvolto, in questo magico mosaico di luce.

E non riesco a capire che cosa sto facendo, dove credo di approdare domani. Perché del domani, lo si disse, non c’è certezza. Eppure sono sempre qui, avvolto nella mente del passato, cercando in quel che fui ciò che domani forse sarò.

Ma la vita è troppo breve per fare tutto, troppo fuggente per assaporarla con l’uso di questa maledetta ragione. Oggi sono qua, tra questi monti e questo cristallino mare in cielo. E domani chissà. Chissà cosa, chissà dove, chissà con chi.

E cosa sarò, io, il giorno che segue? Potrei essere un viaggiatore, che cammina spensierato verso un mondo sempre nuovo. Potrei cantare e continuare a viaggiare, ora con la fantasia, ora con una valigia da portar via. Potrei essere d’aiuto a qualcuno, potrei non servire a nessuno. Potrei provare ad amare… ma chi mi assicura che non raccoglierò solo lacrime amare?

Perché è difficile, difficile camminare in questo mondo. Non si sa mai dove andare, non si sa mai dove si finisce. Si conoscono tante persone, ma è impossibile fidarsi di loro con estrema certezza. Perché è tutta una finzione. Una finzione umana, per problemi umani.

E allora, intanto, resto qui. Sì, resto qui da te, abbracciato dai tuoi profondissimi silenzi e coccolato dalla gioia immensa delle tue antiche cantilene. E resto con te, perché lo so. Lo so che, alla fine, tu mi prenderai per mano e mi porterai lontano. Lontano, da questo mondo di vane finzioni amare. E mi donerai, ancora una volta, quell’ancestrale energia che mi mette le ali ai piedi e mi permette di volare.

Alessandro Frosio

Lantana, semplicemente Lantana

C’è un luogo, sperduto nell’infinità del mondo, che si chiama Lantana. È un posto che, come il nome suggerisce, è lontano da tutto. È protetto dall’aura di magici monti che, abbracciandola come fosse una figlia, la proteggono dagli atroci mali di una società sempre in tempesta. Si tratta di un sottile anfratto di vita, che sembra essere la proiezione di quei tempi antichi dove nel mondo c’era ancora un po’ di magia.

È la casa del Vento, che leggero spira tra le fronde degli abeti. Si diverte, col suo rigoglioso coro, ad allietar la terra con i suoi antichi canti. E scivola, frusciando chetamente, trasformando i versanti in piccoli mari con le onde spumeggianti. E poi s’inoltra, agilmente, tra gli anfratti delle rocce: penetra curioso tra le pietre e nelle cave zampillanti, salutando sibilante il viso dolce di Maria.

È la casa dell’Acqua, che scivola e rigola saltellando verso valle. E avvolge tutto, come solo ella sa fare, con il proprio chiacchiericcio e la sua voglia di cantare. E scende giù, gorgogliando verso la calma della piana. E poi la raggiunge, la valle, che di Tede prende il nome. È qui che luccica: accarezzata di giorno dai raggi del sole e confortata, di notte, dall’amore della Luna e dalla guida delle stelle. L’Acqua come specchio, che dialoga con gli abeti che gli si affacciano dall’alto, nel silenzio, mentre dei girini si destreggiano in gruppo ai primordi della vita.

È la casa del Fuoco, che ballando si esibisce nei camini delle case. È sempre lui, coraggioso, che dona sicurezza e allegria alle Famiglie. Egli scoppietta, gioioso, sfrigolando e canticchiando nei domestici focolari. Fuori c’è buio, imperversano le tenebre, e la sua luce felice ristora tutti i figli del Signore. E poi ci sono loro, sottili e sante fiamme, che ondeggiano tutte insieme di fronte agli occhi della Vergine e del suo Bambin Gesù. Raccolgono pensieri, azioni e lacrime amare, che chiedono perdono e grazia a chi è lassù. E tutto questo è lì, di fronte a quell’antico affresco illuminato dalla luce saltellante di quegli umili lumi della gente.

È la casa del Ghiaccio e della Neve, che in inverno candidamente scende trasformando tutto quanto in un incredibile miraggio. È una cosa magica, ancestrale e misteriosa. Lei scende, non si sa perché, appoggiandosi sui rami e i tetti delle case e riposandosi lungo i prati sonnacchiosi dove sotto si fa il pane. La natura è immobile, in pausa, riposa in pace in attesa che il sol si desti dal tacito riposo del mondo antico delle nebbie. Intanto tutto è bianco, i Bambini escono a giocare con la neve e all’albeggiar qualcuno raggiunge il Pora, per rendergli omaggio accarezzandolo con gli sci. Ed è tutta una festa, che scende senza affanno, adagiandosi delicatamente sull’accogliente suolo di Lantana. I leprotti fanno capolino dalle loro tane e saltellano curiosi lasciando impresso il lor passaggio, mentre un bambino e una bambina, tenendosi per mano, escono di casa con indosso i berretti fatti dalle mani di chi dell’amor ne fa un mestiere. E ridono, come solo loro sanno fare, di fronte a tutta questa bellezza senza fine.

È la casa della Terra, che accoglie la Vita, la custodisce e la protegge. È la Madre di immensi boschi eterni, dove la resina cola dai tronchi degli abeti e la luce fende a macchie. Si sente, nell’aria, quel pungente dolce aroma. Ci sono gli aghi delle piante e la rugiada del mattino, che accompagnano festose la fragranza dei funghi e la pazza euforia del muschio che ricopre ogni cosa. Il Bosco è un luogo sicuro, che protegge accogliendo con onore l’essenza pura della vita prosperosa. E poi ci sono loro, i Prati, abbracciati con amore dagli amanti della Valle. Ed ecco qui gli amati fiori canterini, che ondeggiano con i loro colori seguendo il ritmo che vien dall’alto.

Amici ronzanti, che si spostano da una margherita a un dente di leone, da un bucaneve ad un croco bianco, approdando su quel fior giallo che per molti, di Lantana, ne è l’essenza del suo coraggio. E poi c’è l’estate, con le sue erbe alte, popolate dai grilli e dalle loro armoniose sinfonie. E scende la sera, con qualcuno che s’accende, imitando le misteriose stesse che da qui splendono ancora.

E questa è Lantana: la casa di tutto ciò che la Vita genera, accoglie e protegge. È il luogo del mondo in cui basta esser sé stessi, dove il Tempo scorre a tempo senza fretta e senza noia. Quello spaccato di mondo, reale, dove si torna accanto a lei, la Madre di tutto quanto, che ci accoglie a braccia aperte intonando una silenziosa musica d’amore. Ed è tutto un trionfo di emozioni, che ci insegnano con amore come uscir di casa col sorriso. Un sorriso che ci accompagna in questo viaggio, accarezzandoci al risveglio e baciandoci la notte come una madre affettuosa.

Ecco che cos’è Lantana: una creatura nascosta e fuori da ogni rotta, conosciuta solo dai suoi figli e da quegli occhi, del cielo, che la proteggono con il soffio del vento e un mazzolin di fiori appena colti.

Lantana, solo Lantana. Un puntino nell’immensità perversa del mondo, un insieme di grandi ed inestimabili ricchezze, di cui l’amore silenzioso ne è il prezioso custode.

Alessandro Frosio

Ecco, lo sento, è arrivato il vento

Ecco, lo sento, è arrivato il vento. Arriva da lontano, mi percuote mestamente, mi sorprende all’improvviso accarezzando corpo e mente. E le foglie vanno a volteggiare, nell’aria, si uniscono agli uccelli iniziando a danzare. Scricchiolii, brividi a fior di pelle: sento la natura mormorare e il mio essere sussultare, insieme ad una lacrima che naviga sul mio volto. Ed è tutto un fruscio, che corre, tra i rami canterini. Un suono, potente, sommesso, che abbraccia tutto quanto lasciandomi in ascolto. E poi silenzio. Silenzio che m’accompagna, silenzio che mi accarezza, mi assorda, mi lascia libero di pensare.

Sono qui, lontano. Lontano da quel mondo, che consuma, sulle menzogne amare.

Qui è al bando la distrazione, qui non esiste l’illusione. Qui ci si alterna, tra alba e tramonto: qui c’è il sole nel profondo turchese del ciel solìngo, le stelle e la luna in lunghe notti di chete meraviglie. Una scia cadente, là in fondo, e disegni di antiche virtù: sembra quasi di star lassù, in alto, a giocare sulle note di lontani luccichii.

Osservo, ammiro, rifletto nel mio petto. Sono qui, col naso all’insù, a sognare un mondo nuovo come quando ero un bambino. Un bambino felice, semplice, che era capace di sollevarsi da terra ed iniziare a volare. Come quel bambino che era capace, da solo, a toccare il cielo con un dito, a trasformare ogni secondo in un’incredibile avventura.

E io sono qui, abbracciato dalla quiete, mentre dei cristalli fatti d’acqua si fondono col sale delle lacrime mondane. Pioggia, pioggia a non finire. Acqua che scende, leggera, avvolgendo tutto quanto in un vaporoso tintinnio, posandosi lontana dalle vane glorie di un’illusione di finzioni.

E alla fine torno dentro, sotto il fuoco del mio tetto, attendendo con speranza il nuovo giorno che verrà. Rintanato qui, tra le mie amate mura, ripenso qualche volta a quella nostra furia. Così nascosta, potente, che ci lascia su un piedistallo con un pugno vuoto in mano.

Sibili, mormorii, piccoli passi ed antiche eterne danze. Ecco dove sono, dove l’essere è più importante dell’avere. Dove basta un fruscio per aprire  cuore e mente, dove basta un bel fuoco per trovare il conforto. Dove tutto quanto appare logico, in un mondo senza senso.

Guardo il fuoco scoppiettante, che sfrigola curioso dentro il buio della stanza. Mi dice, senza dubbi, che forse c’è ancor speranza. Che un giorno ce la faremo. Che un giorno lo capiremo. Ci renderemo conto, insomma, che per ritrovare il nostro essere, bisogna solo spegner tutto. E tornare, tornare al nostro posto. È arrivato il momento, per noi, di chiedere scusa a nostra madre. È arrivato il momento, per il ribelle, di tornare a casa propria e di ricominciare.

   Alessandro Frosio

Ecco chi è forte, ecco chi è perduto

Sei tranquillo, tutto fila liscio. Sei con i tuoi amici, tra risate e pensieri felici. Sei te stesso, l’idea che qualcosa possa andare storto non ti sfiora nemmeno la punta dei capelli. Ma poi eccolo, eccolo che arriva. Arriva come un’ombra, e come un’ombra ti trapassa. È veloce, fugace, ti lascia lì con un pugno vuoto in mano. E così le risate scompaiono alle tue spalle, gli immani spazi che ti circondano vengono avvolti nel silenzio. Un silenzio freddo, assordante, che ti fa sentire piccolo ed insignificante in questo strano posto che assume la tetra forma di un’immensa valle di vane glorie.

Non capisci, sei ancora stordito. Non sai cosa dire, non sai cosa pensare. Non lo sai… avresti dovuto parlare, dire cosa sei veramente. Avresti dovuto lottare, tirare fuori il tuo carattere. Avresti dovuto mostrare il meglio delle tue capacità. Avresti dovuto… ma non l’hai fatto. E non capisci perché. “Come mai non gli ho detto come stanno le cose?  Come mai non ho dato speranza alla mia grinta? Perché non mi sono difeso? Perché?” C’era poco tempo, lui era veloce. Forse un fantasma, forse uno che vive succhiando l’energia degli altri. Ma qualunque cosa fosse, ti ha svelato, arrestando la tua concitata marcia verso il futuro. Ti ha reso nudo in uno strano mondo di castelli.

Si suda e si stringono i denti per perseguire i propri ideali, si da tutto per fare ciò in cui si crede. Perché l’importante è quello: credere. Credere in un ideale, credere in una speranza, credere in un mondo migliore… credere in sé stessi. Tu fatichi e lotti per quello in cui sei convinto, doni ogni tua risorsa per fare ciò che ti suggerisce il cuore. Ma poi ci sono le ombre, sì, proprio loro. E sono quelli che non ti credono, quelli che non ti vogliono capire. Si mettono sul tuo cammino, ti deridono provando a mettere in dubbio il sentiero che faticosamente stai tracciando con il sudore della tua fronte. Lo fanno con la superficialità del vento che soffia tra le nuvole. Ed è brutto. Ti senti giudicato. Spazzato via, come un minuscolo granello di senape in un campo coltivato a zizzania. Sei inutile come una goccia d’acqua, dispersa nell’immensità di un oceano senza nome e senza onde.

Ma non bisogna arrendersi. Mai. Non devi abbassare la testa di fronte a loro. Mai! Mai! Mai! Perché loro non capiscono, non sanno cosa si cela nell’idilliaca valle che stai attraversando. Ignorano di che pasta sei fatto. Forse loro non ce li hanno dei sogni, forse loro non sanno cosa significa avere un obiettivo in cui credere. Forse loro non fanno altro che vivere la giornata, godendosi le reazioni che vengono dopo le loro critiche. E tu non vuoi, non vuoi e non sei come loro! O meglio, come lui… come quei tanti lui che navigano senza meta in quell’infinito oceano senza nome e senza onde in cui vorrebbero inabissarti.

Tanti anni fa, un uomo che ha rivoluzionato il mondo disse che “la bocca esprime ciò che dal cuore sovrabbonda.” Un altro uomo, qualche secolo più avanti, scrisse: “Non ragioniam di loro, ma guarda e passa.” Ed è per questo che passi. Perché se lui è sibillino come il vento, tu devi essere massiccio come una montagna.

Perché chi suda e persevera, è forte. Chi alza il dito e abbandona, è perduto.

Alessandro Frosio

Riferimenti: Vangeli cristiani, La Divina Commedia di Dante Alighieri.

Eccomi qui, eccomi arrivato

Casa. Non c’è niente di meglio al mondo di ciò che ci fa sentire a casa. Viaggiamo, sperimentiamo, ridiamo e piangiamo. Ma poi, alla fine di tutto, torniamo sempre lì. Ma una domanda sorge spontanea all’orizzonte di questo incredibile viaggio: che cos’è veramente una casa?

Casa può essere intesa in mille modi, per esempio come la culla in cui siamo cresciuti. Oppure le mura in cui ci rifugiamo quando fuori sferza la tempesta. Una tempesta assordante, che batte furiosamente sulle tegole, graffia i vetri delle finestre illuminate dalla luce calda del nostro rifugio. Ci isola, proteggendoci dal mondo che ci fa sentire inutili puntini in un mare senza onde. Una casa fisica, ma anche una casa senza muri, per una burrasca silenziosa dove a graffiare sono soltanto i nostri pensieri, che minacciosi si addensano sopra le nostre teste malate di frenesia.

Una casa solitaria, in mezzo al nulla. Dove nessuno ci può trovare, dove siamo al sicuro dal mondo violento che imperversa là fuori. Ma poi c’è anche una casa di persone, una casa calda, con un bel fuoco che arde nel camino. Una casa di sorrisi e dolcezza dove la serenità regna padrona e in cui tutto è avvolto dal tenero abbraccio di un familiare aroma che viene dalla cucina. Una casa può essere sola ma sicura, ma anche accogliente e intrisa d’amore fino all’ultimo mattone.

Una casa. Solo una casa. C’è chi non ce l’ha, una casa. Chi non l’ha mai avuta. Chi l’ha persa. Chi l’ha vista cadere su sé stessa con i propri occhi impotenti. C’è chi viaggia, la cerca, prova a costruirsene un’altra lasciandosi il passato alle spalle. C’è chi scappa, chi fugge, chi viene cacciato perché non è più amato. C’è chi l’ha tradita, la propria casa.

Casa. Dopo un lungo peregrinare c’è sempre lei ad aspettarci. Una casa di mattoni, una casa di persone, una casa calda come il fuoco che scoppietta nel camino in una fredda e buia notte d’autunno. La casa che ha il suo odore, inconfondibile, che quando lo annusiamo ci fa capire che siamo arrivati. Profumo di capelli, calore della pelle, voci melodiose, parole, promesse, sentimenti mai espressi… già, perché ogni cosa può essere casa. Può anche essere qui, dentro di noi, al nostro fianco. Una persona cara, un’amicizia, un familiare, una vecchia fiamma, una persona a cui abbiamo affidato la nostra fiducia. È la spalla su cui piangiamo, gli occhi con cui ridiamo. Un libro. Una canzone. Un ricordo, magari di tempi e compagnie che non torneranno più.

Ecco che cos’è una casa. Ed eccomi, eccomi arrivato. Questa è la mia, questo è il luogo in cui mi sento arrivato. Casa, semplicemente una casa. Solo una casa. Una casa di mattoni, una casa di persone, una casa di pensieri, di promesse, di parole e di sogni ancora tutti da realizzare.

Alessandro Frosio

Non ci sono altre parole

Odio. Non ci sono altre parole, non c’è nulla da aggiungere. Sono solo quattro lettere, una consonante e tre vocali. Solo questo: una parola breve e concisa, che però spiega tutto quanto.

Odio, c’è odio tutti i giorni. Gli esseri umani non sanno fare altro: si litiga, si urla e si serbano rancori. Si accende la televisione e si vedono solo guerre e signorotti pieni di sé che alzano la voce, credendosi sempre superiori agli altri. In giro per le strade ci sono anziani che litigano con i giovani, autisti che urlano ai pedoni, comuni mortali che sfidano altri comuni mortali. Un ragazzo, vestito di stracci, venuto da chissà quale posto nel mondo intriso di guerre ed orrori. Ecco un libro di storia, le pagine trasudano solo di quello: odio. Odio verso gli altri, odio verso sé stessi.

Andiamo nei luoghi di culto e facciamo i bravi religiosi, preghiamo in ginocchio e accendiamo ceri da innalzare al cielo. Preghiamo un Dio, ognuno il suo. Non importa quale, perché ciascuno di loro ci invita solo ad amare. Preghiamo un Dio, tanti Dei, ma veneriamo solo una vita che ci porta all’odio e alla violenza.

Non c’è tregua, mai una sosta per fermarsi e pensare. Dobbiamo sempre correre, in continuazione, cercando in tutti i modi di arrivare prima degli altri. Ci spingiamo, ci sfidiamo, ci diamo le gomitate e alziamo la voce. Facciamo schifo, veramente schifo. Ma tanto che differenza fa? Eh? Sì, sto parlando proprio con voi: che differenza fa? Possiamo pure essere più belli e bravi degli altri, ma indipendentemente da quanto siamo bravi, siamo comunque tutti destinati a diventare fluttuante polvere al vento. Polvere che vola, polvere che va via correndo lontano sotterrandosi nei meandri del putrido strato melmoso delle nostre vane menzogne.

Siamo tutti qui, sulla stessa barca. Una barca che, se non impariamo a remare in sincronia, non manderemo mai avanti. Siamo tutti fratelli e sorelle. Siamo qui, ci siamo. Insieme. Viviamo poco, troppo poco: che senso ha farlo così? Possiamo decidere se sopravvivere affannosamente nell’odio o vivere felicemente nella comprensione e nell’amore.

Amore. Un’altra parola. Un po’ più lunga, forse un po’ più complessa. Amore. Amore che si staglia trasparente nel cielo cristallino delle prime luci dell’alba, si insinua nei nostri corpi facendoli sussultare. Amore che non si sente, amore che non si tocca, amore che non ha sostanza, non ha forma. Un po’ come l’acqua, che prende le caratteristiche del recipiente in cui la vogliamo versare.

Siamo davanti ad un bivio, possiamo decidere. Possiamo continuare ad alzare la voce con coloro che hanno un’età differente, possiamo proseguire a guardare dall’alto in basso chi è diverso, possiamo andare avanti a smembrare famiglie ed amicizie. Possiamo… chi ce lo vieta? Il Padre Eterno? Forse, ma ormai sono tanti quelli che non vogliono provare l’ebrezza di credere in qualcosa che, seppur invisibile, dona un senso a tutto quanto.

Oppure, possiamo cambiare. Sì, possiamo farlo, possiamo ancora farlo. Siamo sempre in tempo per chiedere scusa, per tendere la mano e aiutare l’altro ad alzarsi, regalare un abbraccio o aiutare qualcuno solo per la gioia di farlo, senza chiedere nulla in cambio. Possiamo. E dobbiamo.

L’essere umano sta fallendo su tanti fronti: ambiente, clima, pace e… futuro. Sono tanti i problemi che ci affliggono, sono miliardi. Ma dobbiamo affrontarli, insieme, come veri fratelli e sorelle legati indissolubilmente dal legame della vita. Perché il diverso è bello, perché il diverso è nuovo, perché il diverso ci fa crescere. E noi, poveri illusi come siamo, abbiamo tanto bisogno di crescere, in continuazione, fianco a fianco. Solo così, solo se riusciremo a tagliare il traguardo insieme, potremo dire che ce l’abbiamo fatta.

Perché l’orologio va avanti, il tempo passa e non si ferma mai. Al di là del torto e della ragione, è giunto il momento. Sì, proprio quel momento. Il momento di farla finita. Il momento di cambiare. Il momento, insomma, di fermare tutto e di ricominciare.

Alessandro Frosio

Non so chi l’ha voluto, non so chi l’ha deciso

Siamo amici. Sì, siamo proprio amici. Non so chi l’ha voluto, non so chi l’ha deciso. È così che stanno le cose, non ci sono altre spiegazioni. E non ci è voluto neanche molto: è bastata una partita a Monopoli, non ancora terminata, per capire che eravamo sulla stessa lunghezza d’onda. Perché la vita è così: è immediata, fuggente… fatta di piccoli attimi che bisogna saper cogliere. Ne basta uno per capire, ma bisogna usarli tutti per spiegare.

E così pensando mi chiedo: ma che cos’è l’amicizia? Non lo so, forse nessuno lo sa. Esiste e basta, anche questa volta non ci sono altre spiegazioni. L’amicizia può essere vista come un calderone turbinoso di cose indefinite. Si può essere amici di chi è uguale da noi, ma anche di chi è completamente diverso. L’amicizia ci rende vivi, estrapola la vera essenza del nostro essere. Lei ci scopre, ci sradica dal nostro nido e ci fa volare lontano, oltre i confini di questo indefinito mondo irto di sorprese e di speranze. Inizialmente la guardiamo con occhio titubante, non sappiamo se fidarci o rimanere nel nostro guscio. È una cosa che attrae e respinge allo stesso tempo, qualcosa che vogliamo vedere, ma che abbiamo paura di toccare.

Rischiamo di sbagliare amicizie, di rimanere delusi. Succede che diamo la nostra fiducia alle persone sbagliate, alle persone che ci fanno soffrire. Non erano veri amici, loro non ci volevano… non gli importa se, a causa loro, stiamo qui a soffrire cercando nel nostro mondo le risposte inesistenti della loro indifferenza. E così si soffre, si annega nel vorticoso mare della disperazione e altro non si vuole che tagliare i collegamenti con il mondo crudele che ci ha causato tutto questo.

Ma io e lui siamo amici, questo è sicuro. L’amicizia che ci lega è, senza dubbio, la ciambella uscita con il buco. Ci vediamo poche volte, abitiamo distanti… ma poco importa. Lui è la persona a cui posso dire qualunque cosa, senza vergogna o ripensamenti. È con lui che mi diverto di più, che rido e gioco con la vita. È con lui che condivido le mie stranezze e i miei eccentrici progetti che non capisce mai nessuno. Non facciamo chissà che cosa: qualche risata seduti sotto i portici di una chiesa, una passeggiata immersi nella natura, una bibita comprata in un super alimentari… nulla di più. Perché l’amicizia non è una cosa sofisticata, anzi, è la massima espressione dell’essenza della vita: la semplicità.

Non serve chissà che cosa per essere felici, basta solo essere qualcosa. Che cosa siamo non importa, viviamo apposta per scoprirlo. Ma questo non sarebbe possibile se, al nostro fianco, non avessimo qualcuno con cui condividere le infinite bellezze di questo viaggio mozzafiato. Perché andare avanti da soli è difficile ed insensato, mentre camminare insieme significa vivere un’incredibile avventura senza confini. Dove andremo? Non lo so… intanto, andiamo.

Alessandro Frosio

Torniamo a pedalare, domani sarà un nuovo giorno

Sono su un piccolo ponte con la mia cara bicicletta. Abbiamo fatto un bel giro insieme e ora ammiriamo il dolce cammino del fiume che gorgoglia sotto di noi. Siamo qui, insieme, in questo magnifico spaccato di mondo che è stato parzialmente risparmiato dalla furia devastatrice dell’ossessione del profitto. Ci siamo io, lei e la natura. Dietro di noi ci sono dei bambini che giocano al parco, lo stesso dove mi portavano la mamma e la nonna diversi anni fa. Quanto mi sono divertito su quei giochi! Mi ricordo le corse che facevo nei prati cercando le margherite per chi, sorridente, stava a guardarmi seduta su una panchina all’ombra. Mi divertivo così, spesso con mia sorella, andando sullo scivolo e dondolandomi sull’altalena.

Davanti a noi, lungo la riva destra del fiume, ci sono dei ragazzi che giocano a pallavolo. Ridono, sono felici… come si fa a non essere euforici i primi giorni dopo la fine della scuola! Le mie mani sono ancora tinte di rosso… quelle more da gelso erano proprio buone! Chissà se quelle piante là hanno fatto le amarene quest’anno, potrei andare a vedere…

Potrei, ma non posso. Perché ora sono qui, seduto in un ufficio, intrappolato dalle spigolose mascelle di una fredda scrivania senza colore. Sono obbligato a stare qui, mentre fuori il mondo va avanti. I fiori sbocciano, gli uccelli cantano, le frasche degli alberi danzano con il vento, i bambini giocano sorridenti e il sole splende alto in cielo… ma io tutto questo posso solo immaginarlo. Qui c’è gente che sta seduta su delle lunghe file di scrivanie tutte uguali, come se fossero in trincea. Una trincea morta, per una guerra silenziosa. Mi chiedo se questa è vita, se è questo l’obiettivo che l’umanità deve raggiungere. Star seduti a creare qualcosa che non si può toccare, mentre tutta la concretezza della vita sorride distante dietro le grigie tapparelle di grandi finestroni indifferenti.

Chiudo nuovamente gli occhi.

Si sta bene, c’è un’ottima temperatura. Il sole è ormai calato dietro gli alberi, lasciando in cielo un tripudio di sfumature colorate che si riflettono su ogni cosa. Il fiume, gli alberi, i bambini, i grilli tra i fili d’erba… qui è tutto più bello, qui è tutto più reale. Ma ora è tardi, fra poco diventerà tutto buio e le lucciole si muoveranno nell’aria insieme ai pollini dei gelsi. La notte avvolgerà tutto quanto in un magico abbraccio, ma noi dobbiamo andare. Torniamo a pedalare, domani sarà un nuovo giorno.

Alessandro Frosio

Ho sollevato i piedi da terra

Siamo un gregge di pecorelle smarrite. Abbiamo perso la strada, stiamo vagando alla cieca in un mondo sconosciuto che crediamo di possedere. Abbiamo smesso di sognare, abbiamo smesso di ascoltare, abbiamo smesso di correre per i prati. Ci basiamo sulla freddezza di una ragione che non esiste, abbiamo perso il contatto con la natura delle cose e non abbiamo più il coraggio di sollevare i piedi da terra. Sollevarli, invece, significherebbe ritornare ad essere noi stessi e ritrovare la vera essenza che sta dietro a questo meraviglioso palcoscenico.

Me ne sono reso conto. Nella vita di tutti i giorni non facciamo altro che basarci sulla razionalità, credendo che essa possa capire tutto e risolvere qualunque cosa. Crediamo che il nostro obiettivo sulla Terra sia quello di diventare ricchi e potenti, di fare soldi. Ma cosa sono i soldi? Sono carta straccia e, per la maggiore, impulsi elettrici che non hanno sostanza. Viaggiano veloci in una dimensione che non esiste, che non possiamo vedere, che non possiamo ascoltare.

Ma allora cosa dobbiamo fare? Cosa dobbiamo fare per ritrovare la retta via? Non riuscivo a darmi una risposta, per questo ho deciso di chiederlo a chi ne sa più di me. Ed è così che, in un caldo pomeriggio di giugno, ho sollevato i piedi da terra arrampicandomi su un albero. Sì, su una maestosa magnolia verde che sovrasta una triste strada asfaltata di grigio. Mi sono seduto su uno dei suoi rami. E ho aspettato. Che cosa? Non lo sapevo, aspettavo e basta. Poi ho iniziato ad ascoltare il lieve fruscio delle foglie che venivano mosse da dolci brezze invisibili. Mi sono messo ad annusare ciò che mi circondava e l’aria sapeva di… aria. Sì, proprio di aria. Non di smog, non di vanità. Semplicemente aria, aria fresca e cristallina come un antico lago montano incastonato tra una catena di rocce alpine.

Mi sono reso conto che una pianta è viva, i rami che stringevo mi hanno trasmesso una magica energia che pian piano si è insinuata nel mio corpo. Mi sono sentito sollevato, in pace con me stesso, mentre la frenesia delle nostre finzioni scompariva  sbiadendo dalla mia mente. Mi sono sentito vero. Mi sono sentito a casa, come se tornato dopo un lungo viaggio. Ero in alto, la pianta sovrastava ogni cosa: la strada, il parcheggio, i pedoni… io e lei vedevamo tutto insieme, ma il tutto non era in grado di vedere noi.

L’albero è più che un pezzo di legno. Ci tiene su, è il nostro sostegno, la nostra protezione. L’albero è la fonte di tutto quanto. L’albero ci sovrasta, mentre noi ci ammazziamo a vicenda sotto l’ombra indiscreta delle sue fronde. È come un amico silenzioso, che ci comunica sensazioni senza parlare. È qui che sta la forza della natura: esiste, esiste e basta. Non ha bisogno di essere spiegata perché è lei che dà le spiegazioni a tutto. E noi, che ci siamo allontanati da lei, dovremmo solo star zitti e rispettarla ascoltandola meravigliati.

Il nostro vivere quotidiano si basa su dei pilastri di cartapesta. Abbiamo costruito un mondo che non esiste. Ogni giorno creiamo finzioni basandoci su altre finzioni, tracollando periodicamente nel tumultuoso vortice delle nostre falsità. Abbiamo perso l’equilibrio, abbiamo perso noi stessi. E siamo stupidi. Perché, per proteggere il nostro mondo inesistente che ci affligge, stiamo pian piano distruggendo il vero mondo che, pazientemente, ci protegge ogni giorno. Quel vero mondo che, per amore, ha generato tutto quanto.

Alessandro Frosio

Il tempo passa, scorre come sabbia

Ho sempre avuto timore a far leggere le mie poesie, credo che non siano all’altezza. Ma oggi ho deciso di proporvene una… lasciate un commento o scrivetemi nella sezione “contatti” e fatemi sapere cosa ne pensate! I consigli, ma anche le critiche costruttive, sono sempre molto gradite e mi possono aiutare a migliorare. Grazie e… buona lettura!

Il tempo passa
scorre come sabbia.
Sabbia tintinnante
che scorre via leggera,
frusciando sul mio corpo
per poi svanir nel nulla.

Il tempo passa
e non riesco ad afferrarlo,
c’e il sole e poi la luna
il bocciolo e poi il fiore.

Ma il fiore dura poco
s’incupisce troppo in fretta,
s’accascia sconsolato
lasciando il posto al mondo.

Piove e fa tempesta
la neve scende lesta,
la grandine distrugge
e il sole in alto splende.

Ma poi tutto
finisce,
lasciando amaro in bocca.
Andiamo a riposare
che domani è un nuovo giorno.
E come sempre
la vita tornerà.

Alessandro Frosio

Il viaggio dell’attesa

Grigio. Il cielo è grigio, l’asfalto è grigio, il sedile è grigio. Manca un pò di vita, mancano i colori. Le nuvole sono minacciose su nel cielo, forse pioverà fra un paio d’ore. Intanto sto qui. E aspetto, seduto su questo squallore grigio.

Nell’aria si sente un parlottar leggero, costante, che non cessa mai. Diverse voci silenziose che si sovrappongono, nascondendo solo in parte i sibili del motore a benzina. Benzina che brucia, rodendo i resti di antichi animali vissuti prima di noi. Milioni di anni di storia che se ne vanno, sfumando in sottili volute di gas tossico.

La vita va avanti, il viaggio continua. Si sente nell’aria sonnolenta un particolare senso d’euforia, di speranze e di attesa. È questo quello che stiamo facendo: attendiamo. Attendiamo di arrivare, di entrare in quello stadio e di cantare in nome della nostra città. È un evento importante, atteso da anni. Attesa… quanto tempo è passato! Tempo che fugge via malato, mentre il grigiore della strada corre veloce sotto i nostri sogni di speranza. Le montagne hanno lasciato spazio alla pianura: un tavolo da biliardo piatto ed infinito reduce dall’umidità della notte appena trascorsa. Dal frumento al riso, dal trifoglio al granoturco… colture diverse, che si alternano tra loro, accompagnandoci dolcemente verso la lontana Città Eterna.

Non so cosa sarà e come sarà. Il futuro è incerto ed imprevedibile, certe volte oscuro. Ma non mi importa. Intanto aspetto, godendomi questo unico ed euforico viaggio, diretto  verso una destinazione ancora tutta da scoprire.

Alessandro Frosio

Evasione

Evasione. Una piccola, semplice e breve parola.

Cosa vedo, quando guardo fuori dalla finestra? Vedo un fiume luminoso, un torbido torrente di frenetiche automobili perennemente in gara tra di loro. Un via vai continuo di gente impegnata ad essere di fretta, tra sbuffi bianchi e minacciose volute grigiastre di caligine malata. Non vedo sorrisi, non vedo felicità, non vedo spensieratezza… dove sono finiti i bambini? Ho bisogno di bambini, questo mondo in paralisi ne ha bisogno.

Ma è questo il mio posto? La mia casa? È qui che devo stare? Una strana sensazione inizia a pervadere le mie membra, la mente si abbandona a cari ricordi. Ricordo una leggera brezza, che dolcemente si adagia sulle fronde degli alberi che si esibiscono in un’antica ed eterna danza, cantando una melodia silenziosa. Ricordo un laghetto, e un ruscello, dove si adagiano liberamente le foglie e l’acqua chiacchiera in una sinfonia di zampilli. Ricordo una chiesetta, delle risate di bambini, grandi e piccoli, che giocano a nascondersi e si fanno gli scherzi. Si respira un piacevole profumo di allegria intrisa fino all’osso di felicità, dove tutto è legato indissolubilmente da un denso rapporto di amicizia. Mi pare di sentire ancora le risate dei miei amici e l’appiccicoso profumo della resina sugli alberi, che cola lungo i tronchi fino a raggiungere morbidi tappeti di aghi d’abete.

Vorrei tanto essere là, ora, nella mia vera casa. Essere ancora rincorso per le strade e sentieri, saltando staccionate e cancelli arrugginiti. Vorrei sentire ancora la fronte imperlata di sudore tentando di fare quell’agognato gol al parco che, purtroppo, non arriva mai. Vorrei tornare a svegliarmi con il sole, al mattino, a respirare quella magica aria frizzantina a pieni polmoni e ad osservare divertito i buffi leprotti che saltano nei prati bagnati dalla cristallina magia del mattino. Questa è la mia vera vita, non quella della fretta cittadina. Una vita lenta, a passo d’uomo, fatta di piccole cose. Dove basta un sorriso per sentirsi felice, un piccolo fiore che sboccia. Dove non c’è guerra, dove non c’è rumore.

Viviamo in un mondo finto. In un mondo senza vita, che ci illude di essere onnipotenti. Ma non è vero, è tutto falso. Non c’è nulla di reale. E dobbiamo rendercene conto. Dobbiamo ribellarci a questa farsa sonnolenta. Ed evadere, ritrovare la nostra strada. Evadere da tutto questo ed andare dove ci sentiamo veramente liberi, dove la nostra vita possa ritrovare la propria essenza.

Alessandro Frosio

La pioggia in una giungla di smog

Sono in mezzo ad una giungla di smog, e piove. Tante piccole gocce d’acqua che precipitano dal cielo, bagnando ogni cosa. Le foglie degli alberi si risollevano, gli insetti si nascondono, le lucertole si dileguano nelle loro tane, aspettando che finisca. Le grondaie iniziano a borbottare, i pedoni aprono gli ombrelli e molti corrono in cerca di un riparo. Le strade diventano trafficate, si azionano i tergicristalli. Sento urla e automobili che ruggiscono recalcitranti, mentre un innocente e costante ticchettio avvolge tutto quanto in un silente e vaporoso abbraccio. E io posso vedere e sentire tutto questo, stando dietro ad un finestrino graffiato da sottili rigoli d’acqua. Che cosa strana, la pioggia. Acqua che scende dal cielo, senza che nessuno la comandi, senza che nessuno la venda o la compri. Acqua di nessuno o acqua di tutti? Acqua prestigiosa, acqua fastidiosa, acqua che non si riesce a bere. In città scende malata, in campagna irriga i campi, in montagna saluta le marmotte che stanno a guardarla mentre scende. Ma che cosa ci serve, alla fine, questa maledetta pioggia? Sporca i vestiti, stropiccia i capelli, interrompe i lavori, sospende la partita, obbliga i bambini a stare al chiuso… a che serve? Non è conveniente, è anti economica, è roba d’altri tempi: è possibile che nel ventunesimo secolo non possiamo decidere di avere sempre il sole?

Intravedo in fondo alla via un piccolo parco, ha l’erba secca e degli alberi secolari con i rami striminziti. Sul bordo della strada c’è un ragazzo di colore, vestito di stracci, che con occhi lucidi tiene in mano un vecchio berretto grigio tutto sgualcito, chiedendo spiccioli ai passanti indaffarati. È lì perché è scappato da casa sua, dove la terra arida e secca non dava più nulla da mangiare, dove suo figlio è morto per la fame. Dove c’è la guerra. Una guerra per fame, una guerra per sete, sete d’acqua e sete di potere. Non era più stata la stessa vita, quando aveva smesso di piovere. Ah, benedetta pioggia!

Sono arrivato, è ora di scendere. Il marciapiede è scivoloso, quasi rischio di cadere. Ah, maledetta pioggia! Però l’aria è buona… sa di pioggia. Non percepisco più quell’acre odore che fa arricciare il naso, ma un dolce profumo che non sentivo da ormai troppo tempo. E la strada è pulita, come se l’acqua avesse lavato via gli errori di una civiltà ormai alla deriva.

Oh mia pioggia, cara pioggia. Scendi e bagna cara amica, bagna ed irriga, irriga e pulisci questa sporcizia che noi ti lasciamo. Perché tu sei l’amica silenziosa, che scende copiosa, disturbando tutti e sollevando il mondo.

Alessandro Frosio

La rivoluzione di un vecchio

C’era una volta un vecchio che guardava il vuoto. Non faceva altro, nella sua vita, che fissare il nulla. Ogni mattina si alzava sempre presto, alla stessa ora, quando il sole ancor dormiva dietro il confine dell’ignoto. E partiva, col suo camminare lento e goffo, per prendere quel vecchio pullman che portava in città. Il cielo era sempre bigio, le nuvole piangevano e le grondaie mormoravano sommessamente. Saliva, timbrava il biglietto, prendeva posto a sedere. E poi si metteva a guardare fuori dal finestrino, triste, con una mano che gli avvolgeva il collo. Osservava i disegni delle gocce sul vetro, le pozzanghere che si infrangevano per la strada quasi come i suoi sogni perduti. E si immergeva in quei fantastici mondi da lui inventati, cercando di trovare ristoro negli anditi più nascosti della propria immaginazione. Il mondo reale era lontano, complicato, ostile… non gli poteva più dare nulla di buono. Infine pensava a lei, a quella donna scomparsa anni prima e che forse non era mai esistita, ma che era riuscita a rubargli il cuore. Lei non l’amava e lui lo sapeva, ma non gliene importava, lei ed il suo ricordo erano il suo unico motivo di vita. Il suo unico stimolo, la sua unica ragion di vita. E soffriva, soffriva sommessamente, avvolgendosi in un antico ed eterno pianto silenzioso. Lacrime amare gli bagnavano gli occhi, gli rigavano il viso fino ad inumidire le labbra rugose di chi ormai non vuole più niente dalla vita. Era forse venuta l’ora di farla finita, gettarsi sotto quel pullman e… farla finita, una volta per tutte. Il mondo era ordinario e andava avanti come aveva sempre fatto, senza alcuna novità. Il mondo era privo di stimoli, il mondo era privo di vita.

Ma un giorno, una giovane voce si alzò dal deserto, e iniziò ad urlare. A questa piccola ma forte voce, se ne aggiunsero altre, raccogliendosi in un concitato coro che iniziò a mettere in subbuglio qualcosa. Il sistema iniziò a mostrare le proprie crepe, il mondo iniziò ad apparire meno ordinario. Si capì che qualcosa non andava, che bisognava cambiare ogni cosa. Era ora di finirla, di voltare pagina e di ricominciare da capo. Il futuro era in pericolo, ma nessuno pareva rendersene conto.

E lui ascoltò. Si rese conto che era ora di agire, che peggio di così non si poteva andare. Bisognava cambiare, bisognava andare avanti. Così si alzò, premette il pulsante della fermata e scese dal pullman. L’autista lo guardò stupito e gli chiese: “Che fai?”, ma lui non rispose e gli volse le spalle per sempre. Il ricordo della donna provò a trattenerlo, ma non ci riuscì. Il cielo era limpido, il sole padroneggiava infuocato illuminando le torri ed i campanili della città posta sul colle. Improvvisamente sentì un boato e una forte brezza di cambiamento gli sfiorò il viso, asciugandogli le lacrime rimaste. E così si trovò quasi incredulo in mezzo alla folla, che agguerrita marciava per le vie della città, in cerca di uno stimolo per riportare la vita in un mondo ormai alla deriva. Si sentì parte di qualcosa, si sentì ancora utile in qualche modo. Ecco, il momento del cambiamento era arrivato.

Ora c’è un giovane che sorride alla vita. Non fa altro, nella sua vita, che gioire per ogni cosa. Il cielo è sempre limpido, il sole alto e splendente, la temperatura piacevole. Risate. Risate di nuovi amici, risate di una nuova vita. Il grigiore della vecchiaia è ormai un brutto ricordo dimenticato, racchiuso in una vecchia fotografia sbiadita. Lei non c’è più, finalmente se n’è andata. E la bicicletta, quella della vita, ora pedala veramente e la catena gira come non mai. Il vento gli accarezza il viso fiero e sicuro di sé, portandolo in compagnia di chi vuol cambiare il mondo.

Ognuno deve fare la propria rivoluzione, ognuno deve trovare la propria felicità. Non sappiamo cosa c’è dopo la morte. Un’altra vita? Il paradiso? E se invece non ci fosse niente? Nel dubbio, cerchiamo di essere felici in questa. E se non lo siamo, dobbiamo trovare il coraggio di cambiare tutto quanto e di ricominciare.

Alessandro Frosio

La catena deve girare, il viaggio non deve conoscere confini

Mi sveglio. La prima cosa che noto è che mi fanno male i denti e tutta la mandibola, una cosa che mi capita spesso quando sono nervoso e carico di fatica. È una bellissima domenica mattina, il sole ride in cielo e gli uccelli cantano allegramente spostandosi spensierati da un albero all’altro: loro sì che sanno cos’è la libertà. Ma io sono veramente libero? Forse per la Costituzione sì, ma nella realtà? Questa domanda mi fa riflettere, ma non riesco a darmi una risposta soddisfacente. L’unico modo per capirlo, forse, è mettersi in viaggio.

Sono le nove, per le strade non c’è anima viva. Prendo un lungo respiro e poi, dopo una vigorosa rincorsa data con il piede destro, salgo sulla sella della bicicletta. Non so dove sto andando, so solo che sto cercando la libertà. La città è deserta, le case dormono ancora con le ante chiuse e le tapparelle abbassate. Passo di fronte ad una serie di villette a schiera che lasciano presto il posto a grigi condomini, finché non raggiungo la riva del fiume che dà il nome alla mia città. Lo vedo calmo, piatto, come se anche lui stesse ancora dormendo. Affascinato dal suo moto timido e silenzioso, decido di seguirlo prendendo un sentiero che costeggia la sua riva sinistra, quella più arida e fredda. Sto pedalando. Il sole illumina d’immenso il mio viso, mentre i sibili del vento scompigliano i miei capelli, accarezzandoli con brezze materne. Gli unici suoni che sento vengono dagli uccelli, sempre allegri, sempre liberi. E poi il chiacchiericcio della ghiaia, accompagnato dal continuo cigolio della catena della bicicletta che va sempre avanti, senza mai fermarsi, inoltrandosi in un mondo che ancora non conosce. Nell’aria è intenso il profumo dell’acqua del fiume che, sempre alla mia destra, prosegue muto e sonnolento il suo eterno viaggio verso l’orizzonte. È un piacere ascoltare la dolce melodia dell’acqua nelle rogge, che zampillante gorgoglia sotto i ponticelli di legno che incuriosito mi appresto ad attraversare. Il paesaggio è brullo e secco, pieno di sassi e sterpaglie. Sembra quasi una di quelle tante brughiere che si possono trovare descritte nei romanzi inglesi di fine ottocento. Devo dire che da una parte mi inquieta, ma dall’altra mi intriga, portandomi alla folle idea di proseguire. Sto andando verso l’ignoto, attraverso luoghi che prima non conoscevo. Sto andando veloce e sento i muscoli delle mie gambe urlare come un gorilla, mentre percepisco l’acre sapore del sangue che mulina in bocca. Sto sudando. Il viaggio è difficile, ma non riesco ancora a trovare un valido motivo per fermarmi e fare marcia indietro. Il cielo è terso, il sole caldo, la catena continua a girare.

Ad un certo punto scorgo in lontananza una grande cupola ed un campanile. Mi fermo e la osservo, chissà che cosa è! Condotto da un brivido di fervida curiosità, lascio la strada maestra e mi lascio trasportare dall’emozione della scoperta. Dopo qualche pedalata su un aspro sentiero sassoso, mi trovo improvvisamente all’inizio di un quartiere residenziale. Sotto la mia bicicletta c’è l’asfalto, attorno a me solo case. Procedo lentamente per questa strada senza capire dove sono e, soprattutto, perché mi trovo qui. Un cane in un giardino mi accoglie abbaiando, per il resto regna il silenzio più assoluto. Giro l’angolo ed ecco che rivedo la cupola. La guardo, si sta avvicinando sempre di più. Ad un certo punto il silenzio che mi accompagna da ormai troppo tempo viene rotto da delle grida. Sono dei bambini, che festosi si divertono giocando nel campo di un oratorio. Loro sì che sono felici, loro sì che sono spensierati, loro sì che sono in possesso della formula della libertà. Sorrido e poi, dopo poche pedalate, raggiungo l’enorme cattedrale che avevo visto in lontananza. Qui mi fermo e scendo dalla bicicletta.

La vita è un grande ed immenso viaggio. Un viaggio che certe volte può apparire faticoso o senza significato, altre volte intrigante e pieno di emozioni. Anche se spesso il percorso può apparire arido e sterile, prima o poi si riesce a raggiungere la propria destinazione. Una destinazione che conosciamo solo quando la vediamo e che spesso si trova in luoghi lontani che mai ci saremmo aspettati di visitare. Certe volte la strada può farsi accidentata e pericolosa, altre volte semplicemente sbagliamo sentiero. Ma l’importante è che non dobbiamo mai fermarci, perché la catena della nostra bicicletta deve sempre girare. Pensate alle montagne: sono lì da milioni di anni. Per non parlare dei fiumi e del mare… il mare c’è da sempre, mentre un albero vive per secoli. E invece noi? Al massimo arriviamo a novant’anni e spesso non in perfetta forma. La vita è troppo breve, non dobbiamo mai permetterci di fermarci, bisogna sempre guardare avanti. È inutile fermarsi alle apparenze, bisogna accettare il paesaggio che ci circonda anche se è secco ed inquietante, trasformarlo in un motivo per andare avanti e dare sempre il massimo.

La catena deve continuare a girare e girare, bisogna faticare, bisogna credere nel viaggio, per poi godersi l’idilliaca destinazione che ci aspetta alla fine.

Alessandro Frosio