Noi, giovani, giovani del XXI secolo

QUELLA COSA CHE SI CHIAMA RIVOLUZIONE 4/4

Seguito di “Quelle voci che volevano cambiare il mondo” pubblicato il 26.03.2021

Noi, giovani, giovani del XXI secolo, abbiamo tutto. Viviamo in un Paese democratico che non ci perseguita per le nostre idee, in cui è permesso manifestare il proprio pensiero e scrivere quello che si vuole senza dover temere di finire alla gogna. Andiamo a votare, siamo partecipi del nostro destino, eleggiamo chi vogliamo e se vogliamo. Ci possiamo vestire come ci pare, uscire con chi ci pare e quando ci pare, ascoltare la musica che preferiamo, andare a vedere un film al cinematografo o un quadro al museo.

Nessuno ci impone nulla. Il lavoro ce lo scegliamo noi, il percorso di studi anche. Ma soprattutto… abbiamo la possibilità di lavorare, abbiamo il privilegio di studiare. Frequentiamo le elementari e le medie, poi possiamo scegliere tra una vastissima gamma di scuole superiori. C’è un indirizzo per ogni gusto, per ogni attitudine, per ogni persona. Poi, possiamo approdare all’Università. E l’Università non è più quella cosa che fanno solo i più fortunati, i più abbienti, ma è quella cosa che ormai è alla portata di tutti.

Non viviamo in un paese in guerra. L’ultimo conflitto si è concluso nel 1945, quando se n’andarono quei biondi che erano i tedeschi e arrivarono quegli altri con la stella bianca che erano gli americani. Finì quando i partigiani finirono di ammazzare i vinti rimasti in vita, finì quando il sole tornò a risorgere sulle macerie. Poi, è vero, abbiamo avuto il terrorismo rosso e quello nero, abbiamo avuto e continuiamo ad avere fior fior di mafie e camorre e n’dranghete. Però, noi la guerra non ce l’abbiamo e nessuno di noi giovani l’ha mai vissuta. La famosa “cartolina blu” non ci è mai arrivata, il servizio di leva non è più obbligatorio.

Per noi la guerra è quella cosa lontana che ci fanno vedere i telegiornali, quella cosa che si combatte in terre remote che ieri si chiamavano Iraq, oggi Siria e domani chissà. L’abbiamo vista anche in quei film che ci piacciono tanto, quelli americani, dove i nostri stimatissimi divi hollywoodiani fanno gli agenti segreti che scappano dalle esplosioni, soldati che corrono nelle trincee ed elicotteri che scoppiano in aria. Oppure in quei libri di storia, quelli che leggiamo poco, in cui vediamo delle foto in bianco e nero con degli uomini in uniforme. Quegli uomini che potevano essere i nostri bisnonni, i nostri lontani zii. Che saremmo potuti essere noi.

Noi non abbiamo mai vissuto sotto una dittatura, sotto un regime che ti tappava la bocca e ti trasformava in una di quelle tante piccole pedine da mandare al macello. Noi non abbiamo mai corso sotto una pioggia di proiettili, lungo un ponte minato, in un campo tempestato di bombe. Non abbiamo mai visto un uomo armato, non siamo mai stati armati, non abbiamo mai avuto la necessità di fare del male a qualcuno se non alle zanzare in estate. Non abbiamo visto cadaveri putrefatti per le strade, non abbiamo mai visto gente gravemente ferita. Probabilmente, la maggior parte di noi non ha mai visto un morto in faccia. O una persona morire, di fronte ai propri occhi.

Non abbiamo mai patito la fame. Possiamo mangiare quello che vogliamo, quanto vogliamo, quando vogliamo e con chi vogliamo. Ieri siamo andati al Mc’Donand’s e oggi dal kebabbaro, mentre domani andremo al Sushi e poi magari in pizzeria o dal cinese che fa il gelato fritto. Mangiamo, mangiamo, mangiamo così tanto che abbiamo problemi di obesità. Ma anche di anoressia, di bulimia, perché c’è gente che per evitare di sentirsi grassa decide di non mangiare o che s’abbuffa con un’ingordigia raggelante. Viviamo in una società che abbonda così tanto di cibo che ci permette di essere vegetariani o vegani, che ci permette il lusso di rifiutare un pezzo di carne, una fetta di formaggio o una tazza di latte piuttosto che un uovo all’occhio di bue.

Viviamo così tanto nell’abbondanza che possiamo dire frasi del tipo “sono sazio”, “non ho più fame”, “questa cosa non mi piace”. Come? Questa-cosa-non-ci-piace? Veramente crediamo che sia normale essere sazi, non avere più fame, non avere più sete? Veramente crediamo sia normale buttare il cibo nella spazzatura e avere delle preferenze su cosa mangiare dove mangiare e con chi mangiare? Crediamo sia normale dire no-io-la-carne-non-la-mangio-perché oppure no-io-il-latte-non-lo-bevo-perché?

Non abbiamo mai patito il freddo, noi giovani del XXI secolo. Viviamo in case riscaldate, case che hanno i caloriferi ai muri se non un impianto a pavimento che ci permette di passare l’inverno a ventitré gradi. Ci permette di non avere le piaghe e i geloni ai piedi, ci permette di non svegliarci al mattino con il bicchiere d’acqua sul comodino completamente ghiacciato, ci permette di dormire ognuno del proprio letto e non in sei o sette nello stesso per scaldarsi a vicenda.

Le nostre case sono belle, pulite, ben illuminate. Magari sono dei piccoli appartamenti, ne convengo, ma anche il più piccolo e il più brutto degli appartamenti di questo XXI secolo ha la luce elettrica, l’acqua corrente e il bagno. Per defecare non dobbiamo andare a fare una buca in giardino, ma ci basta tirare uno sciacquone magari usando della carta igienica morbida e accomodante.

Ci possiamo lavare tutti i giorni, con sapone e acqua calda. Non dobbiamo immergerci in catini gelidi, non dobbiamo aspettare due settimane per poterlo fare e non dobbiamo usare l’acqua lercia già usata da nostro padre e da nostra madre e dai nostri fratelli. Abbiamo il sapone, i vestiti puliti, una lavatrice che li sistema per noi e un’asciugatrice che ce li asciuga per noi. Una lavastoviglie che ci pulisce le stoviglie, un’aspirapolvere che aspira da sola, un asciugacapelli che ci risolve mille problemi.

Ognuno di noi, infine, è sempre e costantemente iper-connesso con il mondo. C’è una televisione o più in ogni casa, c’è un cellulare in ogni mano. Possiamo scrivere ad un nostro amico che abita agli antipodi del globo e ricevere una risposta dopo due secondi. Possiamo avercelo, un amico che abita agli antipodi. E poi sentiamo il bisogno di condividere con ogni cellula vivente ogni minimo atto della nostra vacua esistenza. Dobbiamo far vedere a tutti il nostro nuovo paio di scarpe, il nostro nuovo taglio di capelli, il nostro nuovo cane se non il nostro nuovo porcellino d’India.

Vite passate così, su dei cellulari, a guardare il mondo o meglio a non guardare il mondo attraverso degli schermi luminosi. Senza contare che viviamo nel mondo dell’attrazione fisica, del piacere, della lussuria. I dati dicono che le ragazze perdono la verginità all’incirca a quattordici anni, i ragazzi verso i sedici. Possiamo baciare chiunque, uscire con chiunque, corteggiare chiunque e palpare qualunque cosa.

E noi, giovani, giovani del XXI secolo, noi che viviamo in un paese democratico che ci fa dire tutto quello che vogliamo, noi che se ci facciamo male veniamo curati, noi che possiamo fare il lavoro che vogliamo e studiare quello che vogliamo. Noi che la guerra l’abbiamo vista solo nei film, noi che non abbiamo mai patito la fame, il freddo, che viviamo in case riscaldate nonché in regge che sono regge per il fatto di avere luce elettrica e acqua corrente. Noi che siamo iper-connessi con il mondo, noi che possiamo scopare già a quattordici o sedici anni senza per questo essere menati dai genitori e rifiutati dalla società o costretti al suicidio. Sì… insomma, noi. Proprio noi. Quelli che hanno il telefonino a nove anni, il motorino a quattordici e la macchina a diciotto. Noi, noi che in tutto questo possiamo sollazzarci fino a che papà campa senza fare un giorno di lavoro, senza consumare le nostre candide manine.

Noi, che abbiamo tutto questo, non abbiamo il diritto di gridare R-i-v-o-l-u-z-i-o-n-e R-i-v-o-l-u-z-i-o-n-e nelle piazze. Non abbiamo il diritto di dire ai nostri vecchi ci-avete-tolto-il-futuro-ridateci-il-nostro-futuro. Perché i nostri vecchi, i nostri nonni, la guerra l’hanno conosciuta e spesso anche combattuta. I nostri nonni hanno patito la fame, hanno patito il freddo, hanno patito la povertà e la miseria più nera. Perché loro sono nati in quell’epoca in cui si lavorava a partire dai sei anni, in quell’epoca in cui si dovevano fare chilometri per raggiungere la scuola in cui si imparava solo a tracciare le aste e “fare di conto”.

Loro, i nostri nonni, la morte in faccia l’hanno vista. Hanno visto uomini armati, hanno visto uomini morti. Hanno visto fascisti che uccidevano partigiani e partigiani che uccidevano fascisti, nazisti che uccidevano parenti e amici e poi ancora partigiani che uccidevano altri partigiani. Uomini che uccidevano uomini. Vita che sopprimeva la vita. Tutto questo senza televisione, senza attori hollywoodiani, senza internet. Il loro problema più grande era che si moriva di fame e di freddo, mentre il nostro è solo che oddio-oggi-non-funziona-la-wi-fi.

Però, noi la R-i-v-o-l-u-z-i-o-n-e la vogliamo fare lo stesso. Organizziamo cortei, manifestazioni e scioperi studenteschi per rivendicare che il futuro è nostro e che quelli venuti prima di noi sono solo stati degli stronzi sfruttatori che ci hanno usato per il loro cinico egoismo. Alziamo bandiere, cori, urla, megafoni, per dire questo. Per sputare contro i nostri nonni cioè contro coloro che sono risorti dalle macerie, che si sono rimboccati le maniche, che hanno sconfitto la fame e il freddo, la guerra e la disperazione, la sofferenza e la miseria. E ci hanno permesso, oggi, di avere tutto quello che abbiamo e di fare tutto quello che facciamo.

No… ragazzi. Noi non abbiamo il diritto di organizzare queste manifestazioni, noi non abbiamo il diritto di dire ci-avete-tolto-il-futuro, di alzare biciclette scassate in aria con cui far-tremare-i-vecchi-sfruttatori-che-hanno-lucrato-sulle-spalle-dei-loro-figli. E allora? Che cosa dobbiamo fare? Innanzitutto, trovare una briciola di coraggio per dire “Grazie”. Grazie a quelli che sono morti per noi, grazie a quelli che hanno faticato e sudato per noi, per il nostro futuro. Perché loro, il futuro, non ce l’hanno mai tolto. Piuttosto, ce ne hanno regalato uno migliore del loro presente.

Infine, dobbiamo abbassare cartelloni e striscioni, megafoni e bandiere, ed iniziare a rimboccarci le maniche. Iniziare a studiare, veramente, tornare a lavorare. Dobbiamo sporcarci le mani, spaccarci le schiene, dimostrare a quei pazzi-vecchi-bigotti come li chiamiamo che anche noi siamo capaci di costruire un futuro migliore. Non servono le manifestazioni, non servono le parole. Servono i fatti.

Passare dalle parole ai fatti, lo so, costa fatica. Sudore. Ma può anche essere una cosa bella, la fatica, può essere anche una cosa gratificante. Come l’agricoltore che pianta un seme nel terreno e poi vede nascere una pianta. Quel seme, da solo, non serviva nulla. Ma poi la fatica e la dedizione hanno trasformato quel seme in un germoglio, quel germoglio in una pianta, quella pianta in fiori e quei fiori in frutti. Noi, oggi, dobbiamo continuare a raccogliere quei frutti. Ma non solo per mangiarceli, bensì anche per estrarne i semi da mettere sottoterra. Solo così, solo con i fatti, solo con l’ambizione, solo con la fatica, solo con la pazienza, potremo fare la nostra piccola, ma immensa, Rivoluzione.

Ecco, quindi, cos’è per me “quella cosa che si chiama Rivoluzione”.

Alessandro Frosio

Quelle voci che volevano cambiare il mondo

QUELLA COSA CHE SI CHIAMA RIVOLUZIONE 3/4

Seguito di “Quello, era il tempo in cui si moriva di fame” pubblicato il 24.03.2021

Un giorno, all’osteria, arrivò uno strumento rivoluzionario: la radio. L’osteria, da allora, divenne sempre più piena di gente che voleva ascoltare la voce che usciva da quell’aggeggio. Una voce forte, detonante, che pronunciava parole di salvezza e speranza, riscatto e rivoluzione. Eccola, quella parola. Rivoluzione. R-i-v-o-l-u-z-i-o-n-e R-i-v-o-l-u-z-i-o-n-e, dicevano le folle in ascolto. Quella voce forte, sicura, certa, era diventata una speranza. In pochi anni, al paese arrivò l’energia elettrica e poi il telefono. Iniziarono a costruire delle nuove case, dei nuovi edifici. Erano possenti, quegli edifici, così maestosi. Così grandi. E intanto quella voce continuava a parlare, a tracciare solchi, a falciare grano, ad arringare folle. E la gente, dall’osteria, la ascoltava.

Quella radio, quella voce, continuò a parlare per anni. Apparvero le sue immagini, le sue frasi scritte sui muri. Fece vedere il mare ai suoi fratelli più piccoli, fece conoscere la gloria al più grande in una terra che si chiamava Abissinia. Un giorno andò in città per entrare in uno di quei cosi chiamati “cinematografo”, dove facevano vedere delle immagini che si muovevano in cui quell’uomo veniva rappresentato in carne ed ossa. Quella voce, infatti, iniziò ad avere un volto, un nome. E bisognava fare l’Impero.

Arrivò la guerra e la giovinezza fu bruscamente interrotta. Bisognava andare, lasciare l’osteria, partire per chissà dove. Fu spedito in una terra lontanissima, lui che non s’era mai mosso fuori dalla propria provincia. Lavorando in un magazzino d’armi aveva conosciuto molti ragazzi della sua età, giovani, che provenivano da ogni parte d’Italia. E poi c’erano anche i biondi, quelli seri, che di sorriso non ne facevano manco mezzo. In un giorno come tanti, furono proprio loro a prenderlo per il braccio e a scaraventarlo in quel furgone insieme ai suoi connazionali. Furono messi in un treno, in carri da bestiame, diretti chissà dove e soprattutto chissà perché. Cosa gli avevano fatto di male?

Fu portato in una terra senza vita. Dove c’era la neve, c’era il gelo, il ghiaccio, il freddo. E bisognava lavorare, come sempre, come tutti, come la vita impone. Ma lì, ad imporlo, erano ancora quei biondi con i fucili carichi tra le mani. In quel campo non c’erano solo italiani, ma anche polacchi, finlandesi, francesi e greci. I greci ce l’avevano a morte, con lui, con l’Italia, con quella voce ormai scomparsa. Ecco… dov’era quella voce? Perché non parlava più? Perché non rivoluzionava più? Un fantoccio, ecco, ecco a chi apparteneva quella voce che parlava di rivoluzione. Ad un fantoccio, ad un buffone, ad un comico che faceva i suoi spettacoli con un buffo berretto in testa.

Lavoravano anche diciotto ore al giorno, sempre, scavando buche. Non potevano lavarsi e dormivano sul pavimento in enormi stanzoni sovraffollati. Mangiavano un pezzo di pane raffermo a testa, la sera. Usando dei bastoncini, loro del gruppo di italiani, avevano costruito una piccola bilancia con cui pesavano quelle misere razioni di cibo per evitare che qualcuno se ne approfittasse e ne mangiasse di più. A volte si litigava, si litigava anche solo per una briciola. Altre volte, invece, qualcuno tentava di uscire dalla capanna per andare a cercare dell’altro pane o qualche patata. Alcune volte andava bene, e si faceva festa. Altre, invece, si sentiva solo una raffica di mitra. E poi il silenzio.

Una notte, però, uno di quei biondi entrò nella loro stanza e con tono autoritario li condusse in una delle zone più remote del campo. Temevano il peggio. Ma lui, quel biondo, anziché ammazzarli come loro pensavano, li fece evadere. “Weg, weg, weg! Renn weg! Via, via, via! Andate via!” Uscirono e scapparono, nel bosco, per poi scomparire nel buio.

E così iniziò quell’odissea in cui percorsero foreste, paesi devastati, fiumi di sangue, praterie desolate. E poi ancora boschi, e poi le montagne. E il freddo, e il gelo, e un viaggio che non vedeva mai la fine. Mangiavano quello che trovavano come bacche, radici, funghi… lumache, soprattutto lumache. Ma poi, dopo tanto tempo, riuscì a tornarci, a casa sua. Quella vera, l’osteria del papà. Ma era occupata, al suo posto c’erano ancora quei biondi che la usavano come fosse una caserma. La Zia brutta era morta, il nonno anche, il papà era ormai un vecchio che con le sorelle era subordinato agli ordini dei biondi.

E i fratelli? I fratelli erano su in montagna, tra i ribelli, a combattere. E allora li raggiunse anche lui, quei ribelli, quei fratelli, con cui si unì riprendendo ancora una volte le armi in mano. Ma gli altri della brigata erano arroganti, eccentrici, parlavano di una Rivoluzione. Ecco. Ancora una volta quella parola. Rivoluzione. Una parola che lo intimoriva, visto che non aveva mai portato nulla di buono. Quelli lì parlavano di un certo paese lontano, in oriente, che aveva trovato la via della libertà e della giustizia. Un paese dove non c’erano né oppressi né oppressori, dove la vita era migliore perché tutti venivano trattati allo stesso modo. Ma lui non la voleva fare, la Rivoluzione. Non gliene importava nulla. Lui voleva solo ritornare alla normalità. Voleva una moglie, una famiglia, una vita tranquilla. Al diavolo, la Rivoluzione!

Poi, i biondi, se n’andarono. Se n’andarono quando arrivarono gli altri, quelli dei carri armati con la stella bianca. Sì, proprio loro… quelli che gli paracadutavano le armi e le munizioni, che gli avevano portato delle scatole con dentro del cibo e che facevano i cascamorti con le ragazze del paese. Ragazze che la davano. Ragazze che la facevano pagare. Ma poi, quei ragazzi a stelle e a strisce, scomparvero, cosicché lui poté tornare da suo padre e dalle sue sorelle.

Ma la guerra non era ancora finita. Quei suoi compagni dal fazzoletto rosso continuarono a sparare, continuarono a gridare R-i-v-o-l-u-z-i-o-n-e, R-i-v-o-l-u-z-i-o-n-e. Continuarono ad ammazzar gente, gente che aveva appena perduto la guerra ma non ancora la vita. E le loro donne, le loro mogli, venivano stuprate, rapate a zero e costrette a correre seminude per le strade. Il suo fratello maggiore, quello che per primo era entrato nelle bande e che ora criticava quelle sconcezze, fu trovato morto lungo un sentiero. Era andato a cercar funghi, ma aveva solo trovato il fuoco che fino al giorno prima gli era amico.

Poi, un giorno, accadde una cosa strana. Bisognava andare a fare la fila di fronte ad un vecchio edificio e, con una matita, fare la croce su un pezzo di carta da mettere in un’urna. Anche le sorelle ci andarono, anche le nonne e le mogli e le comare del paese. E fu strano. Le cose, forse, stavano iniziando a cambiare. Ma a cambiare veramente. Rivoluzione? No… nessuna rivoluzione. Bisognava rimboccarsi le maniche, ancora una volta. E lavorare. Lavorare per un futuro migliore.

FINE TERZA PARTE

Continua domenica con “Noi, giovani, giovani del XXI secolo”

Alessandro Frosio

Quello, era il tempo in cui si moriva di fame

QUELLA COSA CHE SI CHIAMA RIVOLUZIONE 2/4

Seguito di “R-i-v-o-l-u-z-i-o-n-e” pubblicato il 22.03.2021

Anche lui era stato giovane come quei ragazzi che oggi manifestano per le strade. Però rammendava che la sua, di gioventù, era stata molto diversa dalla loro.

Perché lui era nato in quell’epoca, lontana ma non troppo, in cui si moriva di fame. In una casa senza riscaldamento in inverno e senza aria condizionata in estate, dove nei mesi freddi ci si svegliava al mattino con l’acqua gelata nel bicchiere e i ghiaccioli che pendevano dalla finestra. In quell’epoca lontana dove non c’era internet e neanche la televisione, il telefono, l’acqua calda, l’energia elettrica, il bagno in casa. L’automobile ce l’aveva solo il medico, il brigadiere e il veterinario due motociclette. Ma era già grande cosa, visto che le strade non erano asfaltate e i bambini andavano in giro sempre a piedi nudi. E con i calzoncini corti. Anche in inverno.

In famiglia erano in sei fratelli e, con i genitori, vivevano insieme al nonno e alla sorella zitella di papà, la zia brutta. Anche se, in realtà, i fratelli sarebbero dovuti essere otto e non sei. Con sua mamma, il papà era già al secondo matrimonio perché la prima moglie era morta di parto. Erano nati due gemelli, ma uno dei due morì dopo sei mesi di vita. Fortunatamente il padre era riuscito a trovarsene un’altra, di moglie, con cui però non riusciva ad avere figli. E allora, un giorno, quella santa donna partì di buon mattino e a piedi scalzi percorse chilometri e chilometri recitando sfilze di Ave Marie e Pater Noster, fino ad arrivare a quel lontano santuario mariano. “Maria, madre delle madri, donaci la grazia di avere un figlio.” Dopo dieci mesi, il figlio arrivò. Anzi… una figlia. E una figlia era un problema, a quei tempi, molti le abbandonavano. O le annegavano.

Un giorno, però, quella bella bambina all’asilo proprio non ci voleva andare. Strano… solitamente le piaceva. Nel pomeriggio, mentre lavorava in cucina, la mamma sentì un concitato vociare lungo la strada. Uscì di corsa di casa, vide un nugolo di persone poco distante. Urlando, corse verso di loro. C’era la Suorina dell’asilo con una bambina in braccio. Aveva del sangue alla testa. “Cadendo dalla sedia ha battuto la testa sul tavolo” le disse la monaca. E gliela porse, in un bagno di lacrime. Poi nacquero anche gli altri. E nacque anche lui, non senza complicazioni nel parto che si svolgeva sempre in casa.

Il papà aveva un’osteria e per questo girava brutta gente, per la loro casa… nascere e crescere in quell’ambiente, infatti, non fu facile. La povertà imperava, la miseria generale era la più nera. Gli uomini del paese, quindi, andavano da loro per ubriacarsi e dimenticare le disperazioni della giornata. E bevevano, bevevano, bevevano fino a perdere la vista e a cadere per terra. E allora lui, insieme ai suoi fratelli, li doveva prendere con la forza per buttarli fuori. E certe volte, quegli ubriaconi, erano pure violenti.

Quella era l’epoca in cui si mangiava la polenta tutti i giorni. Polenta senza-niente era la specialità della casa, ma a volte si aveva il lusso di gustare anche polenta taragna, polenta con il latte, polenta con il pane. Pane nero, non bianco. Ma non perché andavano di moda i-cinque-cereali o la-farina-di-segale-con-semini-di-nonsocché, bensì perché quello normale costava troppo. Ce l’avevano solo i Signori, quel pane, ma in quei luoghi di Signori ce n’erano gran pochi e al paese erano quasi tutti al loro servizio. Mezzadri, coloni, affittuari, mondine… questi erano i lavori. C’erano alcune donne impiegate in una vicina filanda, certo, ma erano poche. E con turni massacranti. Lavoravano tutti i giorni, almeno quindici ore, senza sabato né domenica. E così anche nei campi, dove si iniziava alle prime luci dell’alba e si tornava a casa quando il sole era calato da un pezzo.

La scuola era distante cinque chilometri e tutte le mattine la doveva raggiungere prendendo quel piccolo sentierino che costeggiava i campi. La maestra era una sola e in quella stanza ci stavano studenti di prima-seconda-terza elementare, tutti insieme. Non c’erano altre aule, non c’erano altre insegnanti. Tutti maschi, inoltre, perché le bambine dovevano andare in un’altra sezione dell’edificio e con loro non si poteva comunicare. La pena, per chi trasgrediva le regole, consisteva nello stare in ginocchio sui chicchi di mais.

Le aule erano povere, scrostate, con dei banchi in legno vecchi e cigolanti pieni di tarli rumorosi. Inoltre, in inverno, ogni studente doveva portare a scuola un tocco di legno da mettere nella stufa. Era obbligatorio, altrimenti si moriva di freddo. E se non lo portavi, ti beccavi le legnate sulla schiena così come quando osavi rispondere male all’insegnante, non studiavi, non scrivevi ordinato o ti sporcavi le mani d’inchiostro. La maestra aveva un bastone, un bastone che faceva male ed incuteva molta paura.

Studiavano la consecutio, loro, che parlavano esclusivamente in dialetto. L’italiano era un idioma sconosciuta nelle loro famiglie e anche la maestra, in realtà, non lo parlava alla perfezione. Poi dovevano fare le aste sul quaderno, studiare le lettere sull’abbecedario, memorizzare le poesie, imparare “a fare di conto”. E poi? Chi lo sa… ma va da sé che praticamente nessuno proseguiva negli studi. Bisognava aiutare nei campi, faticare, mettere insieme il pranzo con la cena.

Già a sei o sette anni lui lavorava, come tutti i bambini nel paese. C’era da aiutare la famiglia all’osteria, c’erano da scopare i pavimenti, apparecchiare le tavole, servire i clienti, pulire le stoviglie e le pentole bruciacchiate. Poi bisognava andare a cercare la legna e a spaccarla per il camino, tentare di acchiappare i pesci con il solo uso delle mani e della furbizia. Con i suoi fratelli, infatti, passava le ore al fiume con i piedi immersi nell’acqua gelata. Costruivano delle piccole dighe con i sassi per intrappolare le trote e prenderle, così, con le mani. Non avevano canne da pesca, non avevano retini. Solo buon occhio e tanta, tanta, tanta fame. Fame che gli rodeva il fegato, fame che li faceva piangere, fame che li teneva svegli di notte.

S’ammazzava il maiale una volta all’anno e con esso si facevano gli insaccati, i prosciutti, le “sanguinelle”, ovvero torte dolci fatte con il sangue. Del maiale, infatti, non si buttava via niente. In complesso, però, la carne era un piatto raro, ma non perché erano tutti ambientalisti-vegetariani-vegani. E va da sé che nessuno, dico nessuno, osava rinunciare anche solo ad un pugno di lardo dicendo che va-contro-i-miei-principi o che io-sono-animalista-e-la-carne-non-la-mangio. Non esisteva nessun animalismo, nessuna presunta speculazione sulla carne, nessun problema etico nello squartare un vitello.

La sera, in casa, ci si ritrovava tutti insieme accanto al camino. Non c’era nessun telecomando da maneggiare, nessun talent-show reality-show talk-show da seguire. Nessuna televisione. Nessuna connessione wi-fi. Si stava insieme e si parlava, si cantava. Soprattutto, si recitava il rosario. Ave Maria Grazia plena dominus tecum… tutto in latino. Un latino sbiascicato, poco conosciuto, ma che tutti ripetevano concitatamente. Benedicte tu in mulieribus e benedicte fructus ventris tui Iesus. Intanto la mamma faceva la maglia o rammendava un calzettone, mentre lui e i fratelli sgusciavano i grani delle pannocchie per la polenta. Sancta Maria mater dei ora pronobis peccatoribus. Lui e i suoi fratelli capirono, fin da piccini, che il piatto della minestra non si riempiva da sé. E se qualcuno di loro lamentava stanchezza o si rifiutava di obbedire ad un ordine, prendeva tante di quelle botte da far venire il culo viola. Bisognava obbedire, obbedire e basta. Nunc et in hora mortis nostrae. Amen.

Sei fratelli. Sei fratelli che dormivano insieme, nello stesso letto, tre da un capo e tre dall’altro. Le lenzuola erano gelide, ma in quel modo riuscivano ad intiepidirle in poco tempo, anche se gli spifferi della casa erano tanti. Le finestre erano fragili, i termosifoni non esistevano, i muri erano impregnati di umidità e l’acqua colava dal soffitto. Andavano a letto sporchi, sudici, stremati dopo una giornata di lavoro. Si lavavano una volta ogni due settimane e lo facevano immergendosi a turno in un piccolo catino di latta. L’acqua era sempre gelata e per questo bisognava fare in fretta. Ma soprattutto, l’acqua, era sempre la stessa. Prima si lavava il nonno, poi il papà, poi la mamma, poi la zia brutta, poi i fratelli e infine le sorelle in ordine d’età. Per defecare, invece, c’era una buca in giardino.

La domenica era giorno di festa e si indossavano i “vestiti belli” per andare alla Messa. La Chiesa non era vicina, ma in alto, arroccata su una collinetta. Tutto il paese saliva, sempre,  andandoci anche se nevicava, se pioveva, se grandinava. Se c’era la nebbia si andava tenendo in mano una candela per farsi strada. Poi c’era la catechesi, la “dottrina”, infine i vespri pomeridiani e la sera di nuovo il rosario.

Ma poi, quando aveva otto anni, la sua amata mamma s’ammalò. Una malattia stupida, ma che al tempo non era ancora curabile. “Fa stödià i mei tosai. Fai studiare i miei bambini” disse al marito prima di morire il quale promise solennemente. Poi pianse. Anche la sua seconda amata moglie se n’era andata e sulle sue spalle gravavano il nonno, la sorella, sei figli. E un’osteria in crisi da mandare avanti.

FINE SECONDA PARTE

Continua venerdì con “Quelle voci che volevano cambiare il mondo”

Alessandro Frosio

R-i-v-o-l-u-z-i-o-n-e

QUELLA COSA CHE SI CHIAMA RIVOLUZIONE 1/4

Mattino presto. Sole. C’era fervore, in città, c’era tensione. Un corteo. Un lungo corteo, colorato, che partiva dalla Stazione per poi svilupparsi lungo il viale principale. E c’era tanta gente. Tanti giovani. Giovani che continuavano ad urlare, a cantare, ad esultare come dei forsennati. Era mattina, certo, ma quel giorno non erano andati a scuola. No… dovevano scioperare, dovevano balzare, dovevano farlo per dimostrare al mondo il proprio valore alzando i pugni al cielo.

Quella mandria continuava ad avanzare, lentamente, incalzata dai cori e dalle grida di ragazzi che le intonavano dal furgone che apriva la sfilata. Ragazzi con indosso delle magliette d’un colore acceso, ridente, con stampigliato il simbolo d’un movimento che voleva stravolgere ogni cosa. Il mondo non andava bene, faceva schifo, bisognava riformarlo. E quei ragazzi erano lì per dimostrare di esigere quel cambiamento, di essere quel cambiamento.

Era una festa. C’era il sole, c’erano i colori e i sorrisi e i cartelloni e la musica e gli applausi. Le grida. I cori. Ci-avete-rubato-il-futuro, saltiamo-le-lezioni-per-insegnarvene-una.

Noi viviamo in una società che non ha mai pensato alle future generazioni. Una società, un mondo, che ha sempre e solo pensato a sé stesso e che non ha mai avuto un occhio di riguardo nei confronti di chi sarebbe venuto dopo. Hanno consumato, hanno distrutto le risorse di questo Pianeta e con esse il nostro futuro. Ci hanno tolto il futuro, ci continuano a rubare il nostro futuro!”

La folla inferocita esultava, gridava, intonava: “Giù-le-mani-dal-nostro-futuro-giù-le-mani-dal-nostro-futuro.”

“Ci hanno preso in giro! Ci hanno continuato a raccontare balle su un’ipotetica crescita infinita, su un ipotetico benessere indeterminato. Ci hanno raccontato un sacco di bugie per nascondere le loro colpe, i loro errori, i loro egoismi e le loro arroganze! Ci hanno usato e continuano ad usarci. Dicono che siamo la gioventù-bruciata, la gioventù dei buoni a nulla. Ora basta! Basta menzogne! Basta bugie! Rivogliamo-il-nostro-futuro, la-nostra-dignità, i-nostri-diritti!”

“Ecco-noi-siamo-noi-siamo-il-cambiamento. Ecco-noi-siamo-noi-siamo-il-cambiamento!” interruppe la folla con un tripudio di applausi, grida e bandiere sventolate al vento.

“E siamo qui a dirglielo, a spiegarlielo, ad urlarglielo. Hanno lucrato sulle nostre spalle per anni, ma ora basta. Ora si cambia. Ora ci siamo noi. Noi… il popolo del presente, la speranza del futuro! Perché il futuro è nostro… non è loro! E oggi noi ce lo riprendiamo, il nostro futuro, ce lo riconquistiamo. Con le parole, con le piazze piene… e anche con la forza, se necessario! E la storia non finisce qui, la battaglia è appena incominciata. E noi lotteremo. Lotteremo, sempre, uniti. Giovani… giovani del tutto il mondo, unitevi! Unitevi alla lotta!”

“R-i-v-o-l-u-z-i-o-n-e, R-i-v-o-l-u-z-i-o-n-e, R-i-v-o-l-u-z-i-o-n-e, R-i-v-o-l-u-z-i-o-n-e.”

“Siamo qui di fronte a voi, vecchi sfruttatori, per dirvi che non ci stiamo più! Vogliamo riprenderci quello che ci avete tolto! Siamo i vostri figli, i vostri nipoti… insomma, quelli che pagano e pagheranno in futuro per il vostro lusso sfrenato e il vostro egoismo incontrollato. Noi siamo… Noi faremo… Noi vogliamo…”

Nel frattempo, lungo quelle strade, passeggiava un vecchio solitario. Camminava lentamente, sulle sue gambe incerte, armato di un bastone che stringeva nella mano destra e un buon giornale sotto il braccio. Aveva il viso consunto, rugoso, gli occhi vacui che giacevano dietro un paio di occhiali dalle esili stanghette dorate. Indossava un piccolo cappello marrone, un paio di pantaloni di velluto color nocciola e un vecchio cappotto sbottonato che rivelava un maglioncino di lana color amaranto, una camicia a quadretti e una cravatta celeste. Ed era fragile, stanco, con le mani che tremavano come foglie.

Tutte le mattine usciva di casa alle prime luci dell’alba. Andava in Chiesa a dire il rosario di fronte alla Madonna, prendeva il giornale e poi si incamminava verso il suo bar preferito. Quell’isolato, ormai, era diventato il suo mondo, la sua vita, l’anticamera dei suoi ricordi e di una morte che, si sentiva, era sempre più vicina. La percepiva nell’aria, la sentiva nelle gambe, avvertiva che sarebbe potuta arrivare da un momento all’altro.

Ma quel giorno, in centro, c’era tumulto. Non c’era il traffico di sempre, quello che produceva tutta quella puzza che lo faceva tossire come un dannato. No… quel giorno di sole c’era gente, c’era molta gente. E c’era rumore. Giovani. Giovani che urlavano, giovani che s’agitavano, giovani che cantavano, gridavano e ballavano. Ma che cosa volevano quei cari figliuoli? Perché non erano a scuola? E quanto fracasso, quanto trambusto, quante paranoie per le sue povere e vecchie orecchie! Ma cosa avevano per la testa, quella volta?

D’un tratto, però, poco di fronte a lui apparve un aggeggio lampeggiante che in poco tempo esplose. Il povero vecchio si spaventò a morte, il suo cuore iniziò a sussultare all’impazzata, i nervi smisero di ragionare. E le sue gambe cedettero, il bastone rotolò per terra, il cappello scivolò in una pozzanghera fangosa. Il colpo fu pesante, duro, sul marmo gelido del marciapiede. La vista si offuscò, gli occhiali si ruppero lontani. Per qualche attimo sentì ancora quel forte vociare e quella forte musica. Rumori. Botti. Delle urla, una voce al megafono in sottofondo. Un ragazzo biondo pieno di riccioli, all’inizio del corteo, che alzava minaccioso una bicicletta scassata per mostrarla al pubblico in visibilio. E poi ancora della musica, ma le melodie si facevano sempre meno orecchiabili, sempre più spezzate, sempre più incerte. Passi. Passi di ragazzi, di scarpe da ginnastica, calzature firmate, nuove, che battevano pesantemente sull’asfalto. Caviglie scoperte, bottiglie di vetro che rotolavano, da sole, tra una gamba e l’altra. Mozziconi di sigarette. Una cacca di cane dimenticata, mai raccolta, che giaceva poco vicina. E il sole. I rami di un albero, la luce che penetrava e fendeva a macchie. Poi basta. Un respiro. Silenzio. E cadde nel vuoto.

FINE PRIMA PARTE

Continua mercoledì con “Quello, era il tempo in cui si moriva di fame”

Alessandro Frosio

La rivoluzione di un vecchio

C’era una volta un vecchio che guardava il vuoto. Non faceva altro, nella sua vita, che fissare il nulla. Ogni mattina si alzava sempre presto, alla stessa ora, quando il sole ancor dormiva dietro il confine dell’ignoto. E partiva, col suo camminare lento e goffo, per prendere quel vecchio pullman che portava in città. Il cielo era sempre bigio, le nuvole piangevano e le grondaie mormoravano sommessamente. Saliva, timbrava il biglietto, prendeva posto a sedere. E poi si metteva a guardare fuori dal finestrino, triste, con una mano che gli avvolgeva il collo. Osservava i disegni delle gocce sul vetro, le pozzanghere che si infrangevano per la strada quasi come i suoi sogni perduti. E si immergeva in quei fantastici mondi da lui inventati, cercando di trovare ristoro negli anditi più nascosti della propria immaginazione. Il mondo reale era lontano, complicato, ostile… non gli poteva più dare nulla di buono. Infine pensava a lei, a quella donna scomparsa anni prima e che forse non era mai esistita, ma che era riuscita a rubargli il cuore. Lei non l’amava e lui lo sapeva, ma non gliene importava, lei ed il suo ricordo erano il suo unico motivo di vita. Il suo unico stimolo, la sua unica ragion di vita. E soffriva, soffriva sommessamente, avvolgendosi in un antico ed eterno pianto silenzioso. Lacrime amare gli bagnavano gli occhi, gli rigavano il viso fino ad inumidire le labbra rugose di chi ormai non vuole più niente dalla vita. Era forse venuta l’ora di farla finita, gettarsi sotto quel pullman e… farla finita, una volta per tutte. Il mondo era ordinario e andava avanti come aveva sempre fatto, senza alcuna novità. Il mondo era privo di stimoli, il mondo era privo di vita.

Ma un giorno, una giovane voce si alzò dal deserto, e iniziò ad urlare. A questa piccola ma forte voce, se ne aggiunsero altre, raccogliendosi in un concitato coro che iniziò a mettere in subbuglio qualcosa. Il sistema iniziò a mostrare le proprie crepe, il mondo iniziò ad apparire meno ordinario. Si capì che qualcosa non andava, che bisognava cambiare ogni cosa. Era ora di finirla, di voltare pagina e di ricominciare da capo. Il futuro era in pericolo, ma nessuno pareva rendersene conto.

E lui ascoltò. Si rese conto che era ora di agire, che peggio di così non si poteva andare. Bisognava cambiare, bisognava andare avanti. Così si alzò, premette il pulsante della fermata e scese dal pullman. L’autista lo guardò stupito e gli chiese: “Che fai?”, ma lui non rispose e gli volse le spalle per sempre. Il ricordo della donna provò a trattenerlo, ma non ci riuscì. Il cielo era limpido, il sole padroneggiava infuocato illuminando le torri ed i campanili della città posta sul colle. Improvvisamente sentì un boato e una forte brezza di cambiamento gli sfiorò il viso, asciugandogli le lacrime rimaste. E così si trovò quasi incredulo in mezzo alla folla, che agguerrita marciava per le vie della città, in cerca di uno stimolo per riportare la vita in un mondo ormai alla deriva. Si sentì parte di qualcosa, si sentì ancora utile in qualche modo. Ecco, il momento del cambiamento era arrivato.

Ora c’è un giovane che sorride alla vita. Non fa altro, nella sua vita, che gioire per ogni cosa. Il cielo è sempre limpido, il sole alto e splendente, la temperatura piacevole. Risate. Risate di nuovi amici, risate di una nuova vita. Il grigiore della vecchiaia è ormai un brutto ricordo dimenticato, racchiuso in una vecchia fotografia sbiadita. Lei non c’è più, finalmente se n’è andata. E la bicicletta, quella della vita, ora pedala veramente e la catena gira come non mai. Il vento gli accarezza il viso fiero e sicuro di sé, portandolo in compagnia di chi vuol cambiare il mondo.

Ognuno deve fare la propria rivoluzione, ognuno deve trovare la propria felicità. Non sappiamo cosa c’è dopo la morte. Un’altra vita? Il paradiso? E se invece non ci fosse niente? Nel dubbio, cerchiamo di essere felici in questa. E se non lo siamo, dobbiamo trovare il coraggio di cambiare tutto quanto e di ricominciare.

Alessandro Frosio