C’è il sole all’orizzonte: una nuova alba sta sorgendo

Eccoci qui. Oggi è l’ultimo giorno di questo funesto 2020: un anno che era carico di speranze, ma che ha dimostrato fin da subito di essere un nostro acerrimo nemico. Un anno ingrato che ci ha costretto alla lontananza, alla distanza, alla solitudine, alla sofferenza. Abbiamo vissuto e continuiamo a vivere in una situazione tragica, in cui siamo obbligati ad uscire di casa in maschera e a guardarci da lontano, passare le festività in solitudine e limitare i momenti di socialità, di amore e di amicizia.

Questo è un anno che ci ha privato delle più fondamentali libertà su cui si basa l’esistenza stessa dell’essere umano. Un anno che ci ha vietato di uscire di casa quando vogliamo e di incontrare chi vogliamo, che ci ha interdetto la possibilità di fare nuove conoscenze e stringere la mano ad un amico o abbracciare un fratello. Un anno tremendo, infingardo, che ci ha messo in ginocchio rendendoci incapaci di scorgere all’orizzonte un futuro migliore.

Noi, noi che viviamo nel XXI secolo e che siamo nati nel benessere. Noi che non abbiamo conosciuto la guerra, noi che non abbiamo vissuto la povertà, noi che scorgiamo la miseria solo in televisione e nei bollettini di qualche parrocchia missionaria. Noi, che non siamo abituati a vivere nelle limitazioni e che non abbiamo mai lottato per la libertà perché siamo figli, della libertà. Esatto, proprio noi: la prole dell’epoca moderna, della civiltà occidentale, che nascendo non ha conosciuto le catene dei regimi autoritari. Come potevamo immaginare che all’improvviso la pacchia sarebbe finita? Noi non siamo abituati a vivere nei divieti, abbiamo sempre vissuto in un mondo che parla in continuazione di diritti, ma quasi mai di doveri. Un mondo che predica il futuro, ma che non studia il passato e vive in un presente che non vuole capire. Un mondo, insomma, che ci ha messo le dita negli occhi quando di colpo un essere invisibile ha iniziato a scuoterlo come se fosse un nocciolo carico di frutti. E Dio solo sa quanti frutti sono caduti.

Ancora oggi, tutto questo ci sembra assurdo. La gente muore, i negozi abbassano le saracinesche, le scuole e molti uffici sono diventati discariche di polvere. Dove c’erano studenti, ora ci sono solo banchi vuoti. Al posto delle risate, degli scherzi, degli amori, dei sorrisi e anche dei pianti, ora ci sono solo aule deserte con le sedie sui banchi, le lavagne pulite, i calendari fermi a settembre. Dove una volta c’era un ristorante, ora c’è un forno spento. Dove una volta c’era una bottega, ora c’è solo una buia stanza priva di colore. La situazione è drammatica, la soluzione pare ancora lontana.

Questo anno funesto, insomma, ci ha portato via tante cose. Ma c’è una cosa che non possiamo permetterci di lasciargli: la forza, la forza e la voglia di reagire. Questa no, questa non se la dovrà portare via per nessun motivo al mondo. È il momento, il momento di rimboccarsi le maniche. Dobbiamo farlo, insieme, uniti, per cercare di riprenderci quello che ci è stato tolto. Dobbiamo riconquistare la nostra vita e tornare a credere, sperare, sorridere, amare, abbracciare. Non possiamo permetterci un altro anno di sofferenze, non abbiamo il fisico per sopportare altre miserevoli condanne.

Domani non si aprirà soltanto un nuovo anno, bensì un nuovo decennio, i nuovi anni Venti. E sta a noi decidere come gestirli: possiamo continuare a piangere sul latte versato e rassegnarci al corso degli eventi dandola vinta ad uno stupido virus invisibile, oppure possiamo destarci e ricostruire pezzo per pezzo tutto quello che questo terribile terremoto ha vigliaccamente disgregato. Possiamo anche costruirlo meglio, il nostro mondo, migliorarlo. Dobbiamo cogliere l’occasione per ripartire e tracciare, passo passo, un nuovo sentiero che possa essere più responsabile, serio e lungimirante rispetto a quello che abbiamo percorso fino ad oggi.

Sta a noi decidere, a decidere che cosa studieranno i nostri figli e nipoti quando nei corsi di storia del futuro affronteranno i capitoli degli “anni Venti” del XXI secolo. Io mi auguro che quelle saranno delle belle pagine di storia e che i nostri figli e nipoti potranno studiare con passione uno dei decenni più illuminanti della storia recente. Mi auguro che quei libri – ancora tutti da scrivere – racconteranno di una civiltà e di un Paese che, usciti frastornati da uno sconvolgimento senza precedenti, hanno ritrovato fiducia in sé stessi e hanno messo da parte le sofferenze passate per provare a ricostruire tutto quanto. Una civiltà, come l’Occidente, e un Paese, come l’Italia, che non si sono arresi. E che hanno reagito, sempre, spremendosi fino all’ultima goccia di sudore: mi auguro che quei libri di storia parleranno di questo.

Ecco che cosa dobbiamo fare a partire da domani, ecco qual’è il sentiero che dobbiamo iniziare a tracciare. E dobbiamo farlo insieme. In barba al 2020 che ci vuole morti, noi dovremo uscire più vivi che mai. Certo, ancora per un po’ di tempo dovremo fare i conti con morti, indici di contagiosità, mascherine, restrizioni e privazioni. Purtroppo questo è un fatto: non basta uno schiocco di dita per svegliarsi da questo brutto incubo. Ma, nonostante ciò, iniziamo a credere che tutto questo finirà e che finirà presto. Iniziamo a pensare al futuro, cerchiamo di scrutare il bel sole che sta per sorgere all’orizzonte. E facciamo sì che possa essere un’alba capace. Capace di illuminarci il viso, capace di entrare nei nostri cuori, capace di donarci speranza, capace di vegliare su un nuovo e sorprendente inizio.

Che sia veramente un BUON ANNO per tutti!

Alessandro Frosio

Non so chi l’ha voluto, non so chi l’ha deciso

Siamo amici. Sì, siamo proprio amici. Non so chi l’ha voluto, non so chi l’ha deciso. È così che stanno le cose, non ci sono altre spiegazioni. E non ci è voluto neanche molto: è bastata una partita a Monopoli, non ancora terminata, per capire che eravamo sulla stessa lunghezza d’onda. Perché la vita è così: è immediata, fuggente… fatta di piccoli attimi che bisogna saper cogliere. Ne basta uno per capire, ma bisogna usarli tutti per spiegare.

E così pensando mi chiedo: ma che cos’è l’amicizia? Non lo so, forse nessuno lo sa. Esiste e basta, anche questa volta non ci sono altre spiegazioni. L’amicizia può essere vista come un calderone turbinoso di cose indefinite. Si può essere amici di chi è uguale da noi, ma anche di chi è completamente diverso. L’amicizia ci rende vivi, estrapola la vera essenza del nostro essere. Lei ci scopre, ci sradica dal nostro nido e ci fa volare lontano, oltre i confini di questo indefinito mondo irto di sorprese e di speranze. Inizialmente la guardiamo con occhio titubante, non sappiamo se fidarci o rimanere nel nostro guscio. È una cosa che attrae e respinge allo stesso tempo, qualcosa che vogliamo vedere, ma che abbiamo paura di toccare.

Rischiamo di sbagliare amicizie, di rimanere delusi. Succede che diamo la nostra fiducia alle persone sbagliate, alle persone che ci fanno soffrire. Non erano veri amici, loro non ci volevano… non gli importa se, a causa loro, stiamo qui a soffrire cercando nel nostro mondo le risposte inesistenti della loro indifferenza. E così si soffre, si annega nel vorticoso mare della disperazione e altro non si vuole che tagliare i collegamenti con il mondo crudele che ci ha causato tutto questo.

Ma io e lui siamo amici, questo è sicuro. L’amicizia che ci lega è, senza dubbio, la ciambella uscita con il buco. Ci vediamo poche volte, abitiamo distanti… ma poco importa. Lui è la persona a cui posso dire qualunque cosa, senza vergogna o ripensamenti. È con lui che mi diverto di più, che rido e gioco con la vita. È con lui che condivido le mie stranezze e i miei eccentrici progetti che non capisce mai nessuno. Non facciamo chissà che cosa: qualche risata seduti sotto i portici di una chiesa, una passeggiata immersi nella natura, una bibita comprata in un super alimentari… nulla di più. Perché l’amicizia non è una cosa sofisticata, anzi, è la massima espressione dell’essenza della vita: la semplicità.

Non serve chissà che cosa per essere felici, basta solo essere qualcosa. Che cosa siamo non importa, viviamo apposta per scoprirlo. Ma questo non sarebbe possibile se, al nostro fianco, non avessimo qualcuno con cui condividere le infinite bellezze di questo viaggio mozzafiato. Perché andare avanti da soli è difficile ed insensato, mentre camminare insieme significa vivere un’incredibile avventura senza confini. Dove andremo? Non lo so… intanto, andiamo.

Alessandro Frosio

Ho sollevato i piedi da terra

Siamo un gregge di pecorelle smarrite. Abbiamo perso la strada, stiamo vagando alla cieca in un mondo sconosciuto che crediamo di possedere. Abbiamo smesso di sognare, abbiamo smesso di ascoltare, abbiamo smesso di correre per i prati. Ci basiamo sulla freddezza di una ragione che non esiste, abbiamo perso il contatto con la natura delle cose e non abbiamo più il coraggio di sollevare i piedi da terra. Sollevarli, invece, significherebbe ritornare ad essere noi stessi e ritrovare la vera essenza che sta dietro a questo meraviglioso palcoscenico.

Me ne sono reso conto. Nella vita di tutti i giorni non facciamo altro che basarci sulla razionalità, credendo che essa possa capire tutto e risolvere qualunque cosa. Crediamo che il nostro obiettivo sulla Terra sia quello di diventare ricchi e potenti, di fare soldi. Ma cosa sono i soldi? Sono carta straccia e, per la maggiore, impulsi elettrici che non hanno sostanza. Viaggiano veloci in una dimensione che non esiste, che non possiamo vedere, che non possiamo ascoltare.

Ma allora cosa dobbiamo fare? Cosa dobbiamo fare per ritrovare la retta via? Non riuscivo a darmi una risposta, per questo ho deciso di chiederlo a chi ne sa più di me. Ed è così che, in un caldo pomeriggio di giugno, ho sollevato i piedi da terra arrampicandomi su un albero. Sì, su una maestosa magnolia verde che sovrasta una triste strada asfaltata di grigio. Mi sono seduto su uno dei suoi rami. E ho aspettato. Che cosa? Non lo sapevo, aspettavo e basta. Poi ho iniziato ad ascoltare il lieve fruscio delle foglie che venivano mosse da dolci brezze invisibili. Mi sono messo ad annusare ciò che mi circondava e l’aria sapeva di… aria. Sì, proprio di aria. Non di smog, non di vanità. Semplicemente aria, aria fresca e cristallina come un antico lago montano incastonato tra una catena di rocce alpine.

Mi sono reso conto che una pianta è viva, i rami che stringevo mi hanno trasmesso una magica energia che pian piano si è insinuata nel mio corpo. Mi sono sentito sollevato, in pace con me stesso, mentre la frenesia delle nostre finzioni scompariva  sbiadendo dalla mia mente. Mi sono sentito vero. Mi sono sentito a casa, come se tornato dopo un lungo viaggio. Ero in alto, la pianta sovrastava ogni cosa: la strada, il parcheggio, i pedoni… io e lei vedevamo tutto insieme, ma il tutto non era in grado di vedere noi.

L’albero è più che un pezzo di legno. Ci tiene su, è il nostro sostegno, la nostra protezione. L’albero è la fonte di tutto quanto. L’albero ci sovrasta, mentre noi ci ammazziamo a vicenda sotto l’ombra indiscreta delle sue fronde. È come un amico silenzioso, che ci comunica sensazioni senza parlare. È qui che sta la forza della natura: esiste, esiste e basta. Non ha bisogno di essere spiegata perché è lei che dà le spiegazioni a tutto. E noi, che ci siamo allontanati da lei, dovremmo solo star zitti e rispettarla ascoltandola meravigliati.

Il nostro vivere quotidiano si basa su dei pilastri di cartapesta. Abbiamo costruito un mondo che non esiste. Ogni giorno creiamo finzioni basandoci su altre finzioni, tracollando periodicamente nel tumultuoso vortice delle nostre falsità. Abbiamo perso l’equilibrio, abbiamo perso noi stessi. E siamo stupidi. Perché, per proteggere il nostro mondo inesistente che ci affligge, stiamo pian piano distruggendo il vero mondo che, pazientemente, ci protegge ogni giorno. Quel vero mondo che, per amore, ha generato tutto quanto.

Alessandro Frosio

Il tempo passa, scorre come sabbia

Ho sempre avuto timore a far leggere le mie poesie, credo che non siano all’altezza. Ma oggi ho deciso di proporvene una… lasciate un commento o scrivetemi nella sezione “contatti” e fatemi sapere cosa ne pensate! I consigli, ma anche le critiche costruttive, sono sempre molto gradite e mi possono aiutare a migliorare. Grazie e… buona lettura!

Il tempo passa
scorre come sabbia.
Sabbia tintinnante
che scorre via leggera,
frusciando sul mio corpo
per poi svanir nel nulla.

Il tempo passa
e non riesco ad afferrarlo,
c’e il sole e poi la luna
il bocciolo e poi il fiore.

Ma il fiore dura poco
s’incupisce troppo in fretta,
s’accascia sconsolato
lasciando il posto al mondo.

Piove e fa tempesta
la neve scende lesta,
la grandine distrugge
e il sole in alto splende.

Ma poi tutto
finisce,
lasciando amaro in bocca.
Andiamo a riposare
che domani è un nuovo giorno.
E come sempre
la vita tornerà.

Alessandro Frosio

La Mamma è quella persona che…

La Mamma è quella persona che tutto dà senza chiedere nulla in cambio, quella che non ti lascia mai solo e che ha sempre una parola di conforto nei momenti difficili. È la spalla che ti ha sostenuto nel pianto, è il sorriso che ti ha reso felice. La Mamma è colei che ti ascolta da sempre e ti parla, insegnandoti tutto quello che ha imparato in questo meraviglioso viaggio che è la vita. È lei che ti ha nutrito, coccolato e amato per anni. Ti ama senza chiedere nulla in cambio ed è disposta a tutto pur di renderti felice, senza pretendere una ricompensa. È colei che fa un lavoro difficile e duro, forse il più impegnativo di tutti. Un lavoro importante, non retribuito, che agli occhi del mondo moderno sembra inutile perché non crea ricchezza materiale.

Non crea ricchezza… ma ne siamo così sicuri?

La Mamma… quando entrava nella tua camera da letto, con le luci soffuse e le finestre serrate, per lasciarti un dolce bacio sulla fronte. E poi ti rimboccava le coperte, ti pettinava i capelli da bimbo con le sue mani soffici che profumavano di crema per la pelle. Ti cantava una di quelle cantilene, che ascoltavi e riascoltavi mille volte con lo stesso sguardo assonnato d’incredula meraviglia. Oppure, certe volte, si sedeva al tuo fianco e accendeva la lampada del comodino. Usava la sua fantasia per raccontarti storie, storie che non hai mai dimenticato e che per anni ti hanno accompagnato nel dolce mondo dei tuoi sogni segreti. Altre volte leggeva un libro con il suo solito tono di voce, che mai scomparirà dalla tua memoria.

Per non parlare di quando veniva a prenderti a scuola. Le correvi incontro e lei ti prendeva per mano sorridendo, mentre le raccontavi le mille avventure della giornata appena trascorsa lontano da lei. E poi ti preparava la merenda e ti portava al parco a giocare, oppure ti faceva fare dei disegni con i colori nuovi.

Non è questa, forse, una fonte di inestimabile ricchezza?

La Mamma… è sempre la Mamma! Oggi spesso la metti in secondo piano, a volte ci litighi. Ma devi saperla perdonare, e devi farti perdonare. Perché tu sei, e sarai sempre, il più prezioso dei suoi tesori. E lei per te è, e lo sarà sempre, la tua principale fonte di ricchezza.

Alessandro Frosio

La pioggia in una giungla di smog

Sono in mezzo ad una giungla di smog, e piove. Tante piccole gocce d’acqua che precipitano dal cielo, bagnando ogni cosa. Le foglie degli alberi si risollevano, gli insetti si nascondono, le lucertole si dileguano nelle loro tane, aspettando che finisca. Le grondaie iniziano a borbottare, i pedoni aprono gli ombrelli e molti corrono in cerca di un riparo. Le strade diventano trafficate, si azionano i tergicristalli. Sento urla e automobili che ruggiscono recalcitranti, mentre un innocente e costante ticchettio avvolge tutto quanto in un silente e vaporoso abbraccio. E io posso vedere e sentire tutto questo, stando dietro ad un finestrino graffiato da sottili rigoli d’acqua. Che cosa strana, la pioggia. Acqua che scende dal cielo, senza che nessuno la comandi, senza che nessuno la venda o la compri. Acqua di nessuno o acqua di tutti? Acqua prestigiosa, acqua fastidiosa, acqua che non si riesce a bere. In città scende malata, in campagna irriga i campi, in montagna saluta le marmotte che stanno a guardarla mentre scende. Ma che cosa ci serve, alla fine, questa maledetta pioggia? Sporca i vestiti, stropiccia i capelli, interrompe i lavori, sospende la partita, obbliga i bambini a stare al chiuso… a che serve? Non è conveniente, è anti economica, è roba d’altri tempi: è possibile che nel ventunesimo secolo non possiamo decidere di avere sempre il sole?

Intravedo in fondo alla via un piccolo parco, ha l’erba secca e degli alberi secolari con i rami striminziti. Ma tra una foglia e l’altra, di nascosto, si intravedono dei piccoli germogli. Delle piccole, ma grandi punte verdi di speranza, di vita, di coraggio. Ah, benedetta pioggia!

Sono arrivato, è ora di scendere. Il marciapiede è scivoloso, quasi rischio di cadere. Ah, maledetta pioggia! Però l’aria è buona… sa di pioggia. Non percepisco più quell’acre odore che fa arricciare il naso, ma un dolce profumo che non sentivo da ormai troppo tempo. E la strada è pulita, come se l’acqua avesse lavato via gli errori di una civiltà ormai alla deriva.

Oh mia pioggia, cara pioggia. Scendi e bagna cara amica, bagna ed irriga, irriga e pulisci questa sporcizia che noi ti lasciamo. Perché tu sei l’amica silenziosa, che scende copiosa, disturbando tutti e sollevando il mondo.

Alessandro Frosio

La lettera nella scatola di latta

Sono seduto alla mia scrivania a ripassare francese, quando d’un tratto il mio occhio si posa su un contenitore di latta che sta nello scaffale dei libri. È una vecchia scatola di biscotti rettangolare e ha un coperchio decorato con un quadro ritraente un’incantevole bambina pensierosa. La apro e, tra sorrisi e ricordi, scorro tutte le cartoline e le lettere che contiene, finché non arriva il turno di una lunga busta rettangolare. Alla sua vista le dita si fermano e il mio respiro sembra farsi più faticoso. Per qualche secondo sto fermo, immobile, come una statua di cera. Il sorriso scompare di colpo e lascia il posto ad un velo di malinconia che, silenziosamente, prende a coprire gli occhi socchiusi e pensierosi che già navigano in un eterno mare di ricordi. Ed è lì che mi tuffo, immergendomi in quell’acqua calda e azzurrina che ospita il mio passato.

Poi la mia mano tremolante decide di afferrare la lettera e la apre. La carta è morbida e liscia, emana uno strano calore che svelto si dirama in tutto il corpo. Ed ecco che, davanti a me, si presenta un foglio piegato in tre parti, scritto a mano con una calligrafia stanca e malferma che rievoca l’antico culto per la bella grafia. La lettera mi saluta: “Caro Alessandro” e un leggero tremore mi prende alla sprovvista, accompagnandomi per quasi tutta la lettura fino alla sua firma. Leggo il suo nome e poi lo rileggo. Medito su quei tratti, quasi me la immagino mentre stava scrivendo, seduta al tavolo del tinello della sua vecchia casa. Esco dal mare in cui mi ero immerso e mi asciugo gli occhi lucidi che immediatamente si posano sulla sua fotografia che sta sul tavolo, vicino al portapenne.

È l’ultima lettera che mi ha scritto la mia bisnonna quasi un anno prima di morire. La conservo come il più prezioso dei miei tesori e per me ha un valore inestimabile: non c’è ricchezza al mondo che vale tanto quanto quel semplice pezzo di carta.  Al giorno d’oggi, con l’avvento delle nuove tecnologie, scriversi lettere è un atto ritenuto obsoleto. Ma chi ha detto che non si possono più scrivere? Le lettere sono sicuramente più belle rispetto ai messaggi elettronici e sono per sempre. L’emozione che si prova nel ricevere una lettera, o una cartolina, è ben diversa rispetto a quella che si prova con il cellulare. Sai che qualcuno ti ha pensato veramente, si è scomodato per comprare il francobollo sostenendone il costo e imbucare la lettera, si è messo al tavolo e vi è rimasto magari parecchio tempo per pensare cosa scrivere. C’è un duro lavoro di ricerca per rendere la lettera a te destinata perfetta: dalla busta, alla carta e alla penna con cui è stata scritta… tutto solamente per te.

Ogni volta che rileggo quella lettera, la mia bisnonna che oggi non c’è più ritorna magicamente al mio fianco e la sento più viva che mai. Dobbiamo tornare ad impugnare la penna e a scrivere su carta, alla riscoperta delle dolci emozioni che si provano nel ricevere messaggi intrisi d’amore, impressi su calda carta da lettere.

Alessandro Frosio

I colori sgargianti di una rosa perfetta

Stavo aspettando la corriera alla pensilina dopo una dura giornata di scuola. La cartella opprimeva impietosa le spalle stanche e i miei pensieri erano tutti rivolti alla temuta verifica di inglese del giorno successivo. Ma ciò non mi ha proibito di assistere ad una scena molto bella che, in parte, ha cambiato in positivo la giornata. Ho visto un ragazzo ed una ragazza, che avevano circa la mia stessa età, attraversare la strada insieme, mano nella mano. Lei custodiva orgogliosamente una bellissima rosa, tinta del rosso più intenso di questo mondo. I due si guardavano felici e i loro occhi pieni di dolcezza sono riusciti a strapparmi un caldo sorriso di gioia, quasi come i raggi del sole che splendevano fieri nel cielo azzurrino. Poi si sono fermati, si sono guardati e si sono baciati. Sì, era San Valentino, il giorno degli innamorati.

Siamo sinceri, la frenesia del mondo moderno concede poco spazio alle cose belle. Le nostre attività quotidiane, scandite dal freddo ticchettio di un orologio, rischiano di rendere le nostre vite grigie e monotone. Spesso i giorni appaiono tutti uguali, come se prodotti in serie da un’anonima catena di montaggio. La nostra civiltà è ormai diventata la culla delle violenze e delle guerre, dove l’odio e la follia viaggiano costantemente a braccetto. I telegiornali non lanciano mai una notizia bella, solo guerre e tensioni di ogni genere. I film e i programmi sono sempre più violenti, non offrono mai la possibilità allo spettatore di essere ottimista e di affrontare la giornata con il sorriso. Al mondo ci sono parenti che litigano e coppie che si lasciano, ci facciamo torti a vicenda e serbiamo rancori l’uno verso l’altro. Ma dove è finito il carburante che fa funzionare questo mondo? Dove è quella vitalità che anima le nostre azioni? Insomma… dove è finito l’amore?

Molti sostengono che l’amore sia qualcosa di effimero, altri credono che sia un’inutile distrazione a cui non val la pena soffermarsi. Lo confesso, anche a me qualche volta viene da pensarlo, ma per il semplice motivo che ogni giorno avvengono troppi abusi ed atrocità in ogni parte del mondo, molte delle quali non riesco a spiegarmi perché prive di senso logico. I potenti alzano la voce e creano divisione scatenando guerre, i genitori litigano con i figli e i bulli a scuola si prendono gioco di chi è diverso.

Ma a San Valentino ho visto due innamorati che si tenevano per mano. Una leggera brezza mi ha portato la loro sincerità ed il loro intenso rapporto di fiducia. Sono rimasto colpito dai colori sgargianti di quella rosa perfetta. A quel punto ho deciso di guardarmi intorno e ho notato che non erano gli unici, c’erano altre coppie sorridenti che passeggiavano per le strade. L’amore era ovunque, l’aria era carica di emozioni di cui potevo percepire l’intensità. Ma allora non è vero che l’amore non esiste, non è vero che non c’è nulla di positivo in questo mondo… L’amore c’è, ma è silenzioso e passa davanti ai nostri occhi senza darsi troppe arie. Capisco che è qualcosa di potente, qualcosa per cui vale la pena lottare. Non ha bisogno di essere sbandierato ai quattro venti come un prodotto commerciale, anzi, agisce nell’ombra e si aggira di nascosto, insinuandosi nelle nostre vite senza fare rumore.

Un piccolo e semplice gesto di affetto, come una vivace rosa rossa o un sorriso, può ricordarci che non siamo dei freddi prodotti industriali realizzati in serie, ma che siamo caldi esseri umani, ricchi di emozioni e storie da raccontare.

Dedico questo a tutti gli innamorati, affinché ogni giorno possa essere la loro festa.

Alessandro Frosio