Quello, era il tempo in cui si moriva di fame

QUELLA COSA CHE SI CHIAMA RIVOLUZIONE 2/4

Seguito di “R-i-v-o-l-u-z-i-o-n-e” pubblicato il 22.03.2021

Anche lui era stato giovane come quei ragazzi che oggi manifestano per le strade. Però rammendava che la sua, di gioventù, era stata molto diversa dalla loro.

Perché lui era nato in quell’epoca, lontana ma non troppo, in cui si moriva di fame. In una casa senza riscaldamento in inverno e senza aria condizionata in estate, dove nei mesi freddi ci si svegliava al mattino con l’acqua gelata nel bicchiere e i ghiaccioli che pendevano dalla finestra. In quell’epoca lontana dove non c’era internet e neanche la televisione, il telefono, l’acqua calda, l’energia elettrica, il bagno in casa. L’automobile ce l’aveva solo il medico, il brigadiere e il veterinario due motociclette. Ma era già grande cosa, visto che le strade non erano asfaltate e i bambini andavano in giro sempre a piedi nudi. E con i calzoncini corti. Anche in inverno.

In famiglia erano in sei fratelli e, con i genitori, vivevano insieme al nonno e alla sorella zitella di papà, la zia brutta. Anche se, in realtà, i fratelli sarebbero dovuti essere otto e non sei. Con sua mamma, il papà era già al secondo matrimonio perché la prima moglie era morta di parto. Erano nati due gemelli, ma uno dei due morì dopo sei mesi di vita. Fortunatamente il padre era riuscito a trovarsene un’altra, di moglie, con cui però non riusciva ad avere figli. E allora, un giorno, quella santa donna partì di buon mattino e a piedi scalzi percorse chilometri e chilometri recitando sfilze di Ave Marie e Pater Noster, fino ad arrivare a quel lontano santuario mariano. “Maria, madre delle madri, donaci la grazia di avere un figlio.” Dopo dieci mesi, il figlio arrivò. Anzi… una figlia. E una figlia era un problema, a quei tempi, molti le abbandonavano. O le annegavano.

Un giorno, però, quella bella bambina all’asilo proprio non ci voleva andare. Strano… solitamente le piaceva. Nel pomeriggio, mentre lavorava in cucina, la mamma sentì un concitato vociare lungo la strada. Uscì di corsa di casa, vide un nugolo di persone poco distante. Urlando, corse verso di loro. C’era la Suorina dell’asilo con una bambina in braccio. Aveva del sangue alla testa. “Cadendo dalla sedia ha battuto la testa sul tavolo” le disse la monaca. E gliela porse, in un bagno di lacrime. Poi nacquero anche gli altri. E nacque anche lui, non senza complicazioni nel parto che si svolgeva sempre in casa.

Il papà aveva un’osteria e per questo girava brutta gente, per la loro casa… nascere e crescere in quell’ambiente, infatti, non fu facile. La povertà imperava, la miseria generale era la più nera. Gli uomini del paese, quindi, andavano da loro per ubriacarsi e dimenticare le disperazioni della giornata. E bevevano, bevevano, bevevano fino a perdere la vista e a cadere per terra. E allora lui, insieme ai suoi fratelli, li doveva prendere con la forza per buttarli fuori. E certe volte, quegli ubriaconi, erano pure violenti.

Quella era l’epoca in cui si mangiava la polenta tutti i giorni. Polenta senza-niente era la specialità della casa, ma a volte si aveva il lusso di gustare anche polenta taragna, polenta con il latte, polenta con il pane. Pane nero, non bianco. Ma non perché andavano di moda i-cinque-cereali o la-farina-di-segale-con-semini-di-nonsocché, bensì perché quello normale costava troppo. Ce l’avevano solo i Signori, quel pane, ma in quei luoghi di Signori ce n’erano gran pochi e al paese erano quasi tutti al loro servizio. Mezzadri, coloni, affittuari, mondine… questi erano i lavori. C’erano alcune donne impiegate in una vicina filanda, certo, ma erano poche. E con turni massacranti. Lavoravano tutti i giorni, almeno quindici ore, senza sabato né domenica. E così anche nei campi, dove si iniziava alle prime luci dell’alba e si tornava a casa quando il sole era calato da un pezzo.

La scuola era distante cinque chilometri e tutte le mattine la doveva raggiungere prendendo quel piccolo sentierino che costeggiava i campi. La maestra era una sola e in quella stanza ci stavano studenti di prima-seconda-terza elementare, tutti insieme. Non c’erano altre aule, non c’erano altre insegnanti. Tutti maschi, inoltre, perché le bambine dovevano andare in un’altra sezione dell’edificio e con loro non si poteva comunicare. La pena, per chi trasgrediva le regole, consisteva nello stare in ginocchio sui chicchi di mais.

Le aule erano povere, scrostate, con dei banchi in legno vecchi e cigolanti pieni di tarli rumorosi. Inoltre, in inverno, ogni studente doveva portare a scuola un tocco di legno da mettere nella stufa. Era obbligatorio, altrimenti si moriva di freddo. E se non lo portavi, ti beccavi le legnate sulla schiena così come quando osavi rispondere male all’insegnante, non studiavi, non scrivevi ordinato o ti sporcavi le mani d’inchiostro. La maestra aveva un bastone, un bastone che faceva male ed incuteva molta paura.

Studiavano la consecutio, loro, che parlavano esclusivamente in dialetto. L’italiano era un idioma sconosciuta nelle loro famiglie e anche la maestra, in realtà, non lo parlava alla perfezione. Poi dovevano fare le aste sul quaderno, studiare le lettere sull’abbecedario, memorizzare le poesie, imparare “a fare di conto”. E poi? Chi lo sa… ma va da sé che praticamente nessuno proseguiva negli studi. Bisognava aiutare nei campi, faticare, mettere insieme il pranzo con la cena.

Già a sei o sette anni lui lavorava, come tutti i bambini nel paese. C’era da aiutare la famiglia all’osteria, c’erano da scopare i pavimenti, apparecchiare le tavole, servire i clienti, pulire le stoviglie e le pentole bruciacchiate. Poi bisognava andare a cercare la legna e a spaccarla per il camino, tentare di acchiappare i pesci con il solo uso delle mani e della furbizia. Con i suoi fratelli, infatti, passava le ore al fiume con i piedi immersi nell’acqua gelata. Costruivano delle piccole dighe con i sassi per intrappolare le trote e prenderle, così, con le mani. Non avevano canne da pesca, non avevano retini. Solo buon occhio e tanta, tanta, tanta fame. Fame che gli rodeva il fegato, fame che li faceva piangere, fame che li teneva svegli di notte.

S’ammazzava il maiale una volta all’anno e con esso si facevano gli insaccati, i prosciutti, le “sanguinelle”, ovvero torte dolci fatte con il sangue. Del maiale, infatti, non si buttava via niente. In complesso, però, la carne era un piatto raro, ma non perché erano tutti ambientalisti-vegetariani-vegani. E va da sé che nessuno, dico nessuno, osava rinunciare anche solo ad un pugno di lardo dicendo che va-contro-i-miei-principi o che io-sono-animalista-e-la-carne-non-la-mangio. Non esisteva nessun animalismo, nessuna presunta speculazione sulla carne, nessun problema etico nello squartare un vitello.

La sera, in casa, ci si ritrovava tutti insieme accanto al camino. Non c’era nessun telecomando da maneggiare, nessun talent-show reality-show talk-show da seguire. Nessuna televisione. Nessuna connessione wi-fi. Si stava insieme e si parlava, si cantava. Soprattutto, si recitava il rosario. Ave Maria Grazia plena dominus tecum… tutto in latino. Un latino sbiascicato, poco conosciuto, ma che tutti ripetevano concitatamente. Benedicte tu in mulieribus e benedicte fructus ventris tui Iesus. Intanto la mamma faceva la maglia o rammendava un calzettone, mentre lui e i fratelli sgusciavano i grani delle pannocchie per la polenta. Sancta Maria mater dei ora pronobis peccatoribus. Lui e i suoi fratelli capirono, fin da piccini, che il piatto della minestra non si riempiva da sé. E se qualcuno di loro lamentava stanchezza o si rifiutava di obbedire ad un ordine, prendeva tante di quelle botte da far venire il culo viola. Bisognava obbedire, obbedire e basta. Nunc et in hora mortis nostrae. Amen.

Sei fratelli. Sei fratelli che dormivano insieme, nello stesso letto, tre da un capo e tre dall’altro. Le lenzuola erano gelide, ma in quel modo riuscivano ad intiepidirle in poco tempo, anche se gli spifferi della casa erano tanti. Le finestre erano fragili, i termosifoni non esistevano, i muri erano impregnati di umidità e l’acqua colava dal soffitto. Andavano a letto sporchi, sudici, stremati dopo una giornata di lavoro. Si lavavano una volta ogni due settimane e lo facevano immergendosi a turno in un piccolo catino di latta. L’acqua era sempre gelata e per questo bisognava fare in fretta. Ma soprattutto, l’acqua, era sempre la stessa. Prima si lavava il nonno, poi il papà, poi la mamma, poi la zia brutta, poi i fratelli e infine le sorelle in ordine d’età. Per defecare, invece, c’era una buca in giardino.

La domenica era giorno di festa e si indossavano i “vestiti belli” per andare alla Messa. La Chiesa non era vicina, ma in alto, arroccata su una collinetta. Tutto il paese saliva, sempre,  andandoci anche se nevicava, se pioveva, se grandinava. Se c’era la nebbia si andava tenendo in mano una candela per farsi strada. Poi c’era la catechesi, la “dottrina”, infine i vespri pomeridiani e la sera di nuovo il rosario.

Ma poi, quando aveva otto anni, la sua amata mamma s’ammalò. Una malattia stupida, ma che al tempo non era ancora curabile. “Fa stödià i mei tosai. Fai studiare i miei bambini” disse al marito prima di morire il quale promise solennemente. Poi pianse. Anche la sua seconda amata moglie se n’era andata e sulle sue spalle gravavano il nonno, la sorella, sei figli. E un’osteria in crisi da mandare avanti.

FINE SECONDA PARTE

Continua venerdì con “Quelle voci che volevano cambiare il mondo”

Alessandro Frosio

Una mano calda come il pane e morbida come il burro

È una fredda giornata invernale. Il grande giardino è spoglio e sonnolento, popolato solo da enormi scheletri di alberi senza colore. Non c’è nessuno, la terra è fredda. Tutto pare immobile, come se il tempo si fosse fermato. Il vento sibila in modo soffocato e singhiozza malato. Il fogliame è indeciso e prende a volteggiare in tondo, senza sapere dove andare. Non so perché mi trovo qui, non so come ci sono arrivato. So solo che sto aspettando qualcosa, qualcosa che tuttora mi è ignoto. Tra l’erba incolta giace incustodito un vecchio pallone sgonfio, è incrostato di terra ed è tutto sfilacciato. Indeciso, prendo a calciarlo contro un ombroso muro della villa abbandonata che sta di fronte a me. C’è freddo e l’aria gelida mi taglia ferocemente le guance. Il sole c’è, ma è là in alto, lontano, coperto da un leggero strato di foschia.

Ma all’improvviso sento qualcosa: dei passi, qualcuno si sta avvicinando verso di me. Sento lo scricchiolio della ghiaia farsi sempre più intenso. È a pochi metri, ne sento il respiro. Mi giro e lo vedo: sì, è proprio lui. In piedi di fronte a me, mi sta guardando. Il cuore batte all’impazzata e ho la pelle d’oca. Improvvisamente mi dimentico tutto ciò che volevo dirgli e un inquietante senso di vuoto prende a rimbalzare da una parte all’altra, di quell’enorme stanza, dove sono rinchiusi i pensieri. Mi sento intimorito, non so che fare. Poi lui inizia a sorridere e viene verso di me, i suoi occhi luminosi riescono in qualche modo a trasmettermi un improvviso senso di fiducia. E allora mi butto tra le sue braccia, come solo un nipote può fare con un nonno che è stato via fin troppo tempo. Ha un buon profumo, forse di ginepro. È un momento intenso, tutto ciò che prima credevo importante scompare totalmente dai miei pensieri. Lui è qui, non più in una piccola e vecchia fotografia. Poi ci guardiamo e lui mi fa un cenno col capo che sembra dirmi “Su, dai! Ora Andiamo.”

Ha la mano calda come il pane e morbida come il burro, non la lascerei per nient’altra cosa al mondo. Il paesaggio attorno è cambiato: il giardino non è più freddo e spoglio, ma rigoglioso e pieno di fiori profumati. L’aria è calda e il sole batte forte sulla casa alle nostre spalle, mentre una leggera brezza ci accarezza dolcemente i visi. Le api ronzano golose da un giglio all’altro e gli uccelli cantano allegri nel cielo. Nell’aria ci sono centinaia di pollini che, svolazzanti, ballano quell’antica ed eterna danza con cui è stato creato il mondo. Il ghiaccio è scomparso, la nebbia è ora un lontano ricordo. Lui mi tiene per mano e cammina al mio fianco. Però lo so, lo so che non c’è niente di reale. Ma non mi importa… mi godo il momento. Cerco di stringere forte forte quella calda mano, percepisco l’energia che sprigiona. Poi lo guardo negli occhi, ha uno sguardo molto espressivo.

Chissà cosa avrei potuto fare con lui, chissà dove mi avrebbe portato, cosa mi avrebbe fatto vedere, cosa mi avrebbe raccontato… perché, si sa, i nonni hanno sempre tante storie da narrare ai nipoti. Chissà come sarebbe stato chiamarlo la sera per dirgli come vado a scuola, fare una passeggiata con lui. Mi hanno detto che aveva il senso dell’umorismo, chissà quante barzellette mi avrebbe insegnato. Ogni tanto, quando sono a pranzo da mia nonna, me lo immagino seduto al tavolo con noi. Lo guardo con attenzione, studio ogni suo minimo movimento. E poi mi chiedo come sarebbe stato conoscerlo e stringere veramente quella mano calda come il pane e morbida come il burro. Ma adesso, in questo stranissimo sogno, lui è qui accanto a me. E stiamo camminando, insieme. Io lo guardo, lui mi guarda e poi gli dico: “Nonno, ti voglio bene.”

Alessandro Frosio