Seguendo quella stella

Ma seguendo quella stella
dove andrò?
Forse in un mondo magico
e poi chissà…
.
Sono ricco e sono povero
dentro me.
Senza forza né coraggio
nel mio cuor.
.
Ma è arrivato
il momento
di partire senza affanno,
con la gioia e i dolori
di chi non sa!
.
Perché nel mondo non esiste
una ragione che ti assiste,
solo con la fantasia
tu puoi volar!
E poi
lasciarti andar,
perché
così respirerai.
.
Con queste vecchie scarpe rotte
marcerò,
e con gli occhi di cristalli
sognerò.
.
Con la luna tra le stelle
canterò
Con la luce dietro i rami
riderò!
.
Con lo zaino sulle spalle
e il passato dietro a valle,
con amore e con speranza
io qui vivrò!
Perché non si ha una vera fede
se non si è ciò in cui si crede,
in questo cammino senza fine
ci crederò!
Perché
io amerò,
e poi
io volerò.
Alessandro Frosio

La malattia della paura

Ecco, è tornata, si è fatta viva pure oggi. È la paura di non restare, è l’ansia di lacrime amare, è quella tensione che c’è nell’aria che ti impedisce di pensare.

Le strade sono deserte e nessuno esce di casa, mentre le sirene dell’ambulanza continuano a viaggiare per la via, come prese da una fugace malattia. È un ambiente surreale, perché niente è più normale. Il parco è deserto, con le altalene cigolanti che si cullano con il vento. Lo scivolo luccica al sole, senza amici, con del fango rinsecchito e una gran voglia di giocare. Dove sono finite le care voci dei bimbi? Dov’è finita quella pazza euforia che impregnava il vento di quella sana allegria?

Mi ricordo dei bambini, nei giardini, che osannavano la vita con un gelato in mano e un pallone da calciare. Mi ricordo la panettiera, che mi serviva con dolcezza e un sorriso ancor scoperto, senza maschere né sospetti. C’era la gente che camminava per le strade, salutandosi senza affanno con le braccia o con le mani. E c’era vita, c’era sale… tutto era bello, perché tutto era normale.

Oggi i bambini al parco sono solo un ricordo, che si conserva in quel pallone sgualcito abbandonato tra le piante. I locali sono vuoti e serrati verso sera. La gente va in giro per le strade, di nascosto, coprendosi il viso e accennando dei saluti solo a chi è ancor lontano. Sembra di essere soli, in un vuoto mare senza sale. E tutti noi corriamo all’impazzata, senza sapere dove andare. Siamo stati conquistati dalla paura, che si è impossessata del nostro corpo, uccidendo il normal pensare di chi un tempo sapeva amare.

Siamo vittime di noi stessi, che ci credevamo tanto forti in questo strano mondo di cristalli. E ora siamo, inermi, di fronte a questo imprevisto surreale.

È la paura, la malattia più colossale. Quel sentimento che ti coglie all’improvviso, che entra dentro il cuore senza nome e senza viso. Ti fa tremare lasciandoti atterrito, ti fa sospettare del tuo migliore amico. Ed è proprio lei che dobbiamo combattere, affidandoci alla mente come unico vero vaccino. Dobbiamo credere nel futuro, dobbiamo lottare per quel che siamo e abbattere con furore ogni ostacolo e ogni muro. Perché con il panico non si fa nulla, non si lotta e non si vince. Dobbiamo credere in noi stessi, senza sospettare ansiosi l’arrivo del domani.

Ora basta. Basta aver paura di una stupida malattia! Chiudiamo gli occhi e torniamo a volare.

Alessandro Frosio

Il futuro di un pomeriggio silenzioso

Dedicato ad un pomeriggio di giugno, dedicato al vento della mia casa.

E ascolto la tua brezza, che mi giunge da lontano. Mi accarezza il viso tiepido, mi coglie con un leggero fremito. Emozioni e ricordi mi tornano alla mente, anche se c’era un tempo in cui non sentivo niente. E questo fremito mi sorprende all’improvviso, smuovendo i meandri della mia mente come le frasche di questa pianta che mi sovrasta. Una pianta amica, che mi macchia di sole il viso lasciandomi or scoperto, or avvolto, in questo magico mosaico di luce.

E non riesco a capire che cosa sto facendo, dove credo di approdare domani. Perché del domani, lo si disse, non c’è certezza. Eppure sono sempre qui, avvolto nella mente del passato, cercando in quel che fui ciò che domani forse sarò.

Ma la vita è troppo breve per fare tutto, troppo fuggente per assaporarla con l’uso di questa maledetta ragione. Oggi sono qua, tra questi monti e questo cristallino mare in cielo. E domani chissà. Chissà cosa, chissà dove, chissà con chi.

E cosa sarò, io, il giorno che segue? Potrei essere un viaggiatore, che cammina spensierato verso un mondo sempre nuovo. Potrei cantare e continuare a viaggiare, ora con la fantasia, ora con una valigia da portar via. Potrei essere d’aiuto a qualcuno, potrei non servire a nessuno. Potrei provare ad amare… ma chi mi assicura che non raccoglierò solo lacrime amare?

Perché è difficile, difficile camminare in questo mondo. Non si sa mai dove andare, non si sa mai dove si finisce. Si conoscono tante persone, ma è impossibile fidarsi di loro con estrema certezza. Perché è tutta una finzione. Una finzione umana, per problemi umani.

E allora, intanto, resto qui. Sì, resto qui da te, abbracciato dai tuoi profondissimi silenzi e coccolato dalla gioia immensa delle tue antiche cantilene. E resto con te, perché lo so. Lo so che, alla fine, tu mi prenderai per mano e mi porterai lontano. Lontano, da questo mondo di vane finzioni amare. E mi donerai, ancora una volta, quell’ancestrale energia che mi mette le ali ai piedi e mi permette di volare.

Alessandro Frosio

Il viaggio dell’attesa

Grigio. Il cielo è grigio, l’asfalto è grigio, il sedile è grigio. Manca un pò di vita, mancano i colori. Le nuvole sono minacciose su nel cielo, forse pioverà fra un paio d’ore. Intanto sto qui. E aspetto, seduto su questo squallore grigio.

Nell’aria si sente un parlottar leggero, costante, che non cessa mai. Diverse voci silenziose che si sovrappongono, nascondendo solo in parte i sibili del motore a benzina. Benzina che brucia, rodendo i resti di antichi animali vissuti prima di noi. Milioni di anni di storia che se ne vanno, sfumando in sottili volute di gas tossico.

La vita va avanti, il viaggio continua. Si sente nell’aria sonnolenta un particolare senso d’euforia, di speranze e di attesa. È questo quello che stiamo facendo: attendiamo. Attendiamo di arrivare, di entrare in quello stadio e di cantare in nome della nostra città. È un evento importante, atteso da anni. Attesa… quanto tempo è passato! Tempo che fugge via malato, mentre il grigiore della strada corre veloce sotto i nostri sogni di speranza. Le montagne hanno lasciato spazio alla pianura: un tavolo da biliardo piatto ed infinito reduce dall’umidità della notte appena trascorsa. Dal frumento al riso, dal trifoglio al granoturco… colture diverse, che si alternano tra loro, accompagnandoci dolcemente verso la lontana Città Eterna.

Non so cosa sarà e come sarà. Il futuro è incerto ed imprevedibile, certe volte oscuro. Ma non mi importa. Intanto aspetto, godendomi questo unico ed euforico viaggio, diretto  verso una destinazione ancora tutta da scoprire.

Alessandro Frosio

La rivoluzione di un vecchio

C’era una volta un vecchio che guardava il vuoto. Non faceva altro, nella sua vita, che fissare il nulla. Ogni mattina si alzava sempre presto, alla stessa ora, quando il sole ancor dormiva dietro il confine dell’ignoto. E partiva, col suo camminare lento e goffo, per prendere quel vecchio pullman che portava in città. Il cielo era sempre bigio, le nuvole piangevano e le grondaie mormoravano sommessamente. Saliva, timbrava il biglietto, prendeva posto a sedere. E poi si metteva a guardare fuori dal finestrino, triste, con una mano che gli avvolgeva il collo. Osservava i disegni delle gocce sul vetro, le pozzanghere che si infrangevano per la strada quasi come i suoi sogni perduti. E si immergeva in quei fantastici mondi da lui inventati, cercando di trovare ristoro negli anditi più nascosti della propria immaginazione. Il mondo reale era lontano, complicato, ostile… non gli poteva più dare nulla di buono. Infine pensava a lei, a quella donna scomparsa anni prima e che forse non era mai esistita, ma che era riuscita a rubargli il cuore. Lei non l’amava e lui lo sapeva, ma non gliene importava, lei ed il suo ricordo erano il suo unico motivo di vita. Il suo unico stimolo, la sua unica ragion di vita. E soffriva, soffriva sommessamente, avvolgendosi in un antico ed eterno pianto silenzioso. Lacrime amare gli bagnavano gli occhi, gli rigavano il viso fino ad inumidire le labbra rugose di chi ormai non vuole più niente dalla vita. Era forse venuta l’ora di farla finita, gettarsi sotto quel pullman e… farla finita, una volta per tutte. Il mondo era ordinario e andava avanti come aveva sempre fatto, senza alcuna novità. Il mondo era privo di stimoli, il mondo era privo di vita.

Ma un giorno, una giovane voce si alzò dal deserto, e iniziò ad urlare. A questa piccola ma forte voce, se ne aggiunsero altre, raccogliendosi in un concitato coro che iniziò a mettere in subbuglio qualcosa. Il sistema iniziò a mostrare le proprie crepe, il mondo iniziò ad apparire meno ordinario. Si capì che qualcosa non andava, che bisognava cambiare ogni cosa. Era ora di finirla, di voltare pagina e di ricominciare da capo. Il futuro era in pericolo, ma nessuno pareva rendersene conto.

E lui ascoltò. Si rese conto che era ora di agire, che peggio di così non si poteva andare. Bisognava cambiare, bisognava andare avanti. Così si alzò, premette il pulsante della fermata e scese dal pullman. L’autista lo guardò stupito e gli chiese: “Che fai?”, ma lui non rispose e gli volse le spalle per sempre. Il ricordo della donna provò a trattenerlo, ma non ci riuscì. Il cielo era limpido, il sole padroneggiava infuocato illuminando le torri ed i campanili della città posta sul colle. Improvvisamente sentì un boato e una forte brezza di cambiamento gli sfiorò il viso, asciugandogli le lacrime rimaste. E così si trovò quasi incredulo in mezzo alla folla, che agguerrita marciava per le vie della città, in cerca di uno stimolo per riportare la vita in un mondo ormai alla deriva. Si sentì parte di qualcosa, si sentì ancora utile in qualche modo. Ecco, il momento del cambiamento era arrivato.

Ora c’è un giovane che sorride alla vita. Non fa altro, nella sua vita, che gioire per ogni cosa. Il cielo è sempre limpido, il sole alto e splendente, la temperatura piacevole. Risate. Risate di nuovi amici, risate di una nuova vita. Il grigiore della vecchiaia è ormai un brutto ricordo dimenticato, racchiuso in una vecchia fotografia sbiadita. Lei non c’è più, finalmente se n’è andata. E la bicicletta, quella della vita, ora pedala veramente e la catena gira come non mai. Il vento gli accarezza il viso fiero e sicuro di sé, portandolo in compagnia di chi vuol cambiare il mondo.

Ognuno deve fare la propria rivoluzione, ognuno deve trovare la propria felicità. Non sappiamo cosa c’è dopo la morte. Un’altra vita? Il paradiso? E se invece non ci fosse niente? Nel dubbio, cerchiamo di essere felici in questa. E se non lo siamo, dobbiamo trovare il coraggio di cambiare tutto quanto e di ricominciare.

Alessandro Frosio

La catena deve girare, il viaggio non deve conoscere confini

Mi sveglio. La prima cosa che noto è che mi fanno male i denti e tutta la mandibola, una cosa che mi capita spesso quando sono nervoso e carico di fatica. È una bellissima domenica mattina, il sole ride in cielo e gli uccelli cantano allegramente spostandosi spensierati da un albero all’altro: loro sì che sanno cos’è la libertà. Ma io sono veramente libero? Forse per la Costituzione sì, ma nella realtà? Questa domanda mi fa riflettere, ma non riesco a darmi una risposta soddisfacente. L’unico modo per capirlo, forse, è mettersi in viaggio.

Sono le nove, per le strade non c’è anima viva. Prendo un lungo respiro e poi, dopo una vigorosa rincorsa data con il piede destro, salgo sulla sella della bicicletta. Non so dove sto andando, so solo che sto cercando la libertà. La città è deserta, le case dormono ancora con le ante chiuse e le tapparelle abbassate. Passo di fronte ad una serie di villette a schiera che lasciano presto il posto a grigi condomini, finché non raggiungo la riva del fiume che dà il nome alla mia città. Lo vedo calmo, piatto, come se anche lui stesse ancora dormendo. Affascinato dal suo moto timido e silenzioso, decido di seguirlo prendendo un sentiero che costeggia la sua riva sinistra, quella più arida e fredda. Sto pedalando. Il sole illumina d’immenso il mio viso, mentre i sibili del vento scompigliano i miei capelli, accarezzandoli con brezze materne. Gli unici suoni che sento vengono dagli uccelli, sempre allegri, sempre liberi. E poi il chiacchiericcio della ghiaia, accompagnato dal continuo cigolio della catena della bicicletta che va sempre avanti, senza mai fermarsi, inoltrandosi in un mondo che ancora non conosce. Nell’aria è intenso il profumo dell’acqua del fiume che, sempre alla mia destra, prosegue muto e sonnolento il suo eterno viaggio verso l’orizzonte. È un piacere ascoltare la dolce melodia dell’acqua nelle rogge, che zampillante gorgoglia sotto i ponticelli di legno che incuriosito mi appresto ad attraversare. Il paesaggio è brullo e secco, pieno di sassi e sterpaglie. Sembra quasi una di quelle tante brughiere che si possono trovare descritte nei romanzi inglesi di fine ottocento. Devo dire che da una parte mi inquieta, ma dall’altra mi intriga, portandomi alla folle idea di proseguire. Sto andando verso l’ignoto, attraverso luoghi che prima non conoscevo. Sto andando veloce e sento i muscoli delle mie gambe urlare come un gorilla, mentre percepisco l’acre sapore del sangue che mulina in bocca. Sto sudando. Il viaggio è difficile, ma non riesco ancora a trovare un valido motivo per fermarmi e fare marcia indietro. Il cielo è terso, il sole caldo, la catena continua a girare.

Ad un certo punto scorgo in lontananza una grande cupola ed un campanile. Mi fermo e la osservo, chissà che cosa è! Condotto da un brivido di fervida curiosità, lascio la strada maestra e mi lascio trasportare dall’emozione della scoperta. Dopo qualche pedalata su un aspro sentiero sassoso, mi trovo improvvisamente all’inizio di un quartiere residenziale. Sotto la mia bicicletta c’è l’asfalto, attorno a me solo case. Procedo lentamente per questa strada senza capire dove sono e, soprattutto, perché mi trovo qui. Un cane in un giardino mi accoglie abbaiando, per il resto regna il silenzio più assoluto. Giro l’angolo ed ecco che rivedo la cupola. La guardo, si sta avvicinando sempre di più. Ad un certo punto il silenzio che mi accompagna da ormai troppo tempo viene rotto da delle grida. Sono dei bambini, che festosi si divertono giocando nel campo di un oratorio. Loro sì che sono felici, loro sì che sono spensierati, loro sì che sono in possesso della formula della libertà. Sorrido e poi, dopo poche pedalate, raggiungo l’enorme cattedrale che avevo visto in lontananza. Qui mi fermo e scendo dalla bicicletta.

La vita è un grande ed immenso viaggio. Un viaggio che certe volte può apparire faticoso o senza significato, altre volte intrigante e pieno di emozioni. Anche se spesso il percorso può apparire arido e sterile, prima o poi si riesce a raggiungere la propria destinazione. Una destinazione che conosciamo solo quando la vediamo e che spesso si trova in luoghi lontani che mai ci saremmo aspettati di visitare. Certe volte la strada può farsi accidentata e pericolosa, altre volte semplicemente sbagliamo sentiero. Ma l’importante è che non dobbiamo mai fermarci, perché la catena della nostra bicicletta deve sempre girare. Pensate alle montagne: sono lì da milioni di anni. Per non parlare dei fiumi e del mare… il mare c’è da sempre, mentre un albero vive per secoli. E invece noi? Al massimo arriviamo a novant’anni e spesso non in perfetta forma. La vita è troppo breve, non dobbiamo mai permetterci di fermarci, bisogna sempre guardare avanti. È inutile fermarsi alle apparenze, bisogna accettare il paesaggio che ci circonda anche se è secco ed inquietante, trasformarlo in un motivo per andare avanti e dare sempre il massimo.

La catena deve continuare a girare e girare, bisogna faticare, bisogna credere nel viaggio, per poi godersi l’idilliaca destinazione che ci aspetta alla fine.

Alessandro Frosio