Noi, giovani, giovani del XXI secolo

QUELLA COSA CHE SI CHIAMA RIVOLUZIONE 4/4

Seguito di “Quelle voci che volevano cambiare il mondo” pubblicato il 26.03.2021

Noi, giovani, giovani del XXI secolo, abbiamo tutto. Viviamo in un Paese democratico che non ci perseguita per le nostre idee, in cui è permesso manifestare il proprio pensiero e scrivere quello che si vuole senza dover temere di finire alla gogna. Andiamo a votare, siamo partecipi del nostro destino, eleggiamo chi vogliamo e se vogliamo. Ci possiamo vestire come ci pare, uscire con chi ci pare e quando ci pare, ascoltare la musica che preferiamo, andare a vedere un film al cinematografo o un quadro al museo.

Nessuno ci impone nulla. Il lavoro ce lo scegliamo noi, il percorso di studi anche. Ma soprattutto… abbiamo la possibilità di lavorare, abbiamo il privilegio di studiare. Frequentiamo le elementari e le medie, poi possiamo scegliere tra una vastissima gamma di scuole superiori. C’è un indirizzo per ogni gusto, per ogni attitudine, per ogni persona. Poi, possiamo approdare all’Università. E l’Università non è più quella cosa che fanno solo i più fortunati, i più abbienti, ma è quella cosa che ormai è alla portata di tutti.

Non viviamo in un paese in guerra. L’ultimo conflitto si è concluso nel 1945, quando se n’andarono quei biondi che erano i tedeschi e arrivarono quegli altri con la stella bianca che erano gli americani. Finì quando i partigiani finirono di ammazzare i vinti rimasti in vita, finì quando il sole tornò a risorgere sulle macerie. Poi, è vero, abbiamo avuto il terrorismo rosso e quello nero, abbiamo avuto e continuiamo ad avere fior fior di mafie e camorre e n’dranghete. Però, noi la guerra non ce l’abbiamo e nessuno di noi giovani l’ha mai vissuta. La famosa “cartolina blu” non ci è mai arrivata, il servizio di leva non è più obbligatorio.

Per noi la guerra è quella cosa lontana che ci fanno vedere i telegiornali, quella cosa che si combatte in terre remote che ieri si chiamavano Iraq, oggi Siria e domani chissà. L’abbiamo vista anche in quei film che ci piacciono tanto, quelli americani, dove i nostri stimatissimi divi hollywoodiani fanno gli agenti segreti che scappano dalle esplosioni, soldati che corrono nelle trincee ed elicotteri che scoppiano in aria. Oppure in quei libri di storia, quelli che leggiamo poco, in cui vediamo delle foto in bianco e nero con degli uomini in uniforme. Quegli uomini che potevano essere i nostri bisnonni, i nostri lontani zii. Che saremmo potuti essere noi.

Noi non abbiamo mai vissuto sotto una dittatura, sotto un regime che ti tappava la bocca e ti trasformava in una di quelle tante piccole pedine da mandare al macello. Noi non abbiamo mai corso sotto una pioggia di proiettili, lungo un ponte minato, in un campo tempestato di bombe. Non abbiamo mai visto un uomo armato, non siamo mai stati armati, non abbiamo mai avuto la necessità di fare del male a qualcuno se non alle zanzare in estate. Non abbiamo visto cadaveri putrefatti per le strade, non abbiamo mai visto gente gravemente ferita. Probabilmente, la maggior parte di noi non ha mai visto un morto in faccia. O una persona morire, di fronte ai propri occhi.

Non abbiamo mai patito la fame. Possiamo mangiare quello che vogliamo, quanto vogliamo, quando vogliamo e con chi vogliamo. Ieri siamo andati al Mc’Donand’s e oggi dal kebabbaro, mentre domani andremo al Sushi e poi magari in pizzeria o dal cinese che fa il gelato fritto. Mangiamo, mangiamo, mangiamo così tanto che abbiamo problemi di obesità. Ma anche di anoressia, di bulimia, perché c’è gente che per evitare di sentirsi grassa decide di non mangiare o che s’abbuffa con un’ingordigia raggelante. Viviamo in una società che abbonda così tanto di cibo che ci permette di essere vegetariani o vegani, che ci permette il lusso di rifiutare un pezzo di carne, una fetta di formaggio o una tazza di latte piuttosto che un uovo all’occhio di bue.

Viviamo così tanto nell’abbondanza che possiamo dire frasi del tipo “sono sazio”, “non ho più fame”, “questa cosa non mi piace”. Come? Questa-cosa-non-ci-piace? Veramente crediamo che sia normale essere sazi, non avere più fame, non avere più sete? Veramente crediamo sia normale buttare il cibo nella spazzatura e avere delle preferenze su cosa mangiare dove mangiare e con chi mangiare? Crediamo sia normale dire no-io-la-carne-non-la-mangio-perché oppure no-io-il-latte-non-lo-bevo-perché?

Non abbiamo mai patito il freddo, noi giovani del XXI secolo. Viviamo in case riscaldate, case che hanno i caloriferi ai muri se non un impianto a pavimento che ci permette di passare l’inverno a ventitré gradi. Ci permette di non avere le piaghe e i geloni ai piedi, ci permette di non svegliarci al mattino con il bicchiere d’acqua sul comodino completamente ghiacciato, ci permette di dormire ognuno del proprio letto e non in sei o sette nello stesso per scaldarsi a vicenda.

Le nostre case sono belle, pulite, ben illuminate. Magari sono dei piccoli appartamenti, ne convengo, ma anche il più piccolo e il più brutto degli appartamenti di questo XXI secolo ha la luce elettrica, l’acqua corrente e il bagno. Per defecare non dobbiamo andare a fare una buca in giardino, ma ci basta tirare uno sciacquone magari usando della carta igienica morbida e accomodante.

Ci possiamo lavare tutti i giorni, con sapone e acqua calda. Non dobbiamo immergerci in catini gelidi, non dobbiamo aspettare due settimane per poterlo fare e non dobbiamo usare l’acqua lercia già usata da nostro padre e da nostra madre e dai nostri fratelli. Abbiamo il sapone, i vestiti puliti, una lavatrice che li sistema per noi e un’asciugatrice che ce li asciuga per noi. Una lavastoviglie che ci pulisce le stoviglie, un’aspirapolvere che aspira da sola, un asciugacapelli che ci risolve mille problemi.

Ognuno di noi, infine, è sempre e costantemente iper-connesso con il mondo. C’è una televisione o più in ogni casa, c’è un cellulare in ogni mano. Possiamo scrivere ad un nostro amico che abita agli antipodi del globo e ricevere una risposta dopo due secondi. Possiamo avercelo, un amico che abita agli antipodi. E poi sentiamo il bisogno di condividere con ogni cellula vivente ogni minimo atto della nostra vacua esistenza. Dobbiamo far vedere a tutti il nostro nuovo paio di scarpe, il nostro nuovo taglio di capelli, il nostro nuovo cane se non il nostro nuovo porcellino d’India.

Vite passate così, su dei cellulari, a guardare il mondo o meglio a non guardare il mondo attraverso degli schermi luminosi. Senza contare che viviamo nel mondo dell’attrazione fisica, del piacere, della lussuria. I dati dicono che le ragazze perdono la verginità all’incirca a quattordici anni, i ragazzi verso i sedici. Possiamo baciare chiunque, uscire con chiunque, corteggiare chiunque e palpare qualunque cosa.

E noi, giovani, giovani del XXI secolo, noi che viviamo in un paese democratico che ci fa dire tutto quello che vogliamo, noi che se ci facciamo male veniamo curati, noi che possiamo fare il lavoro che vogliamo e studiare quello che vogliamo. Noi che la guerra l’abbiamo vista solo nei film, noi che non abbiamo mai patito la fame, il freddo, che viviamo in case riscaldate nonché in regge che sono regge per il fatto di avere luce elettrica e acqua corrente. Noi che siamo iper-connessi con il mondo, noi che possiamo scopare già a quattordici o sedici anni senza per questo essere menati dai genitori e rifiutati dalla società o costretti al suicidio. Sì… insomma, noi. Proprio noi. Quelli che hanno il telefonino a nove anni, il motorino a quattordici e la macchina a diciotto. Noi, noi che in tutto questo possiamo sollazzarci fino a che papà campa senza fare un giorno di lavoro, senza consumare le nostre candide manine.

Noi, che abbiamo tutto questo, non abbiamo il diritto di gridare R-i-v-o-l-u-z-i-o-n-e R-i-v-o-l-u-z-i-o-n-e nelle piazze. Non abbiamo il diritto di dire ai nostri vecchi ci-avete-tolto-il-futuro-ridateci-il-nostro-futuro. Perché i nostri vecchi, i nostri nonni, la guerra l’hanno conosciuta e spesso anche combattuta. I nostri nonni hanno patito la fame, hanno patito il freddo, hanno patito la povertà e la miseria più nera. Perché loro sono nati in quell’epoca in cui si lavorava a partire dai sei anni, in quell’epoca in cui si dovevano fare chilometri per raggiungere la scuola in cui si imparava solo a tracciare le aste e “fare di conto”.

Loro, i nostri nonni, la morte in faccia l’hanno vista. Hanno visto uomini armati, hanno visto uomini morti. Hanno visto fascisti che uccidevano partigiani e partigiani che uccidevano fascisti, nazisti che uccidevano parenti e amici e poi ancora partigiani che uccidevano altri partigiani. Uomini che uccidevano uomini. Vita che sopprimeva la vita. Tutto questo senza televisione, senza attori hollywoodiani, senza internet. Il loro problema più grande era che si moriva di fame e di freddo, mentre il nostro è solo che oddio-oggi-non-funziona-la-wi-fi.

Però, noi la R-i-v-o-l-u-z-i-o-n-e la vogliamo fare lo stesso. Organizziamo cortei, manifestazioni e scioperi studenteschi per rivendicare che il futuro è nostro e che quelli venuti prima di noi sono solo stati degli stronzi sfruttatori che ci hanno usato per il loro cinico egoismo. Alziamo bandiere, cori, urla, megafoni, per dire questo. Per sputare contro i nostri nonni cioè contro coloro che sono risorti dalle macerie, che si sono rimboccati le maniche, che hanno sconfitto la fame e il freddo, la guerra e la disperazione, la sofferenza e la miseria. E ci hanno permesso, oggi, di avere tutto quello che abbiamo e di fare tutto quello che facciamo.

No… ragazzi. Noi non abbiamo il diritto di organizzare queste manifestazioni, noi non abbiamo il diritto di dire ci-avete-tolto-il-futuro, di alzare biciclette scassate in aria con cui far-tremare-i-vecchi-sfruttatori-che-hanno-lucrato-sulle-spalle-dei-loro-figli. E allora? Che cosa dobbiamo fare? Innanzitutto, trovare una briciola di coraggio per dire “Grazie”. Grazie a quelli che sono morti per noi, grazie a quelli che hanno faticato e sudato per noi, per il nostro futuro. Perché loro, il futuro, non ce l’hanno mai tolto. Piuttosto, ce ne hanno regalato uno migliore del loro presente.

Infine, dobbiamo abbassare cartelloni e striscioni, megafoni e bandiere, ed iniziare a rimboccarci le maniche. Iniziare a studiare, veramente, tornare a lavorare. Dobbiamo sporcarci le mani, spaccarci le schiene, dimostrare a quei pazzi-vecchi-bigotti come li chiamiamo che anche noi siamo capaci di costruire un futuro migliore. Non servono le manifestazioni, non servono le parole. Servono i fatti.

Passare dalle parole ai fatti, lo so, costa fatica. Sudore. Ma può anche essere una cosa bella, la fatica, può essere anche una cosa gratificante. Come l’agricoltore che pianta un seme nel terreno e poi vede nascere una pianta. Quel seme, da solo, non serviva nulla. Ma poi la fatica e la dedizione hanno trasformato quel seme in un germoglio, quel germoglio in una pianta, quella pianta in fiori e quei fiori in frutti. Noi, oggi, dobbiamo continuare a raccogliere quei frutti. Ma non solo per mangiarceli, bensì anche per estrarne i semi da mettere sottoterra. Solo così, solo con i fatti, solo con l’ambizione, solo con la fatica, solo con la pazienza, potremo fare la nostra piccola, ma immensa, Rivoluzione.

Ecco, quindi, cos’è per me “quella cosa che si chiama Rivoluzione”.

Alessandro Frosio

Questo, lo so, è il tormento dei miei sogni amari

Questo è il tempo, lo sporco del progresso traditore, quell’atroce e feroce ticchettio che mi sbrana ogni giorno senza riposo e senza sosta. Quel vagheggiamento ad un’epoca passata che mi lascia da solo, inerme, di fronte ad un sogno che non potrà mai diventare realtà.

Io lo se che non appartengo a questo tempo, lo percepisco ad ogni passo del mio cammino. In molti mi dicono “sei nato nel secolo sbagliato”, sei vecchio, anti diluviano, attaccato ad un passato che non hai mai vissuto. Oggi tutto è il contrario di quel che sono, di quel che voglio, di quel che cerco. Vorrei poter tornare indietro, vivere in un’altra epoca, dove tutto era più vero, dove tutto era più vivo.

Voglio andare in quel periodo in cui ci si incontrava di persona, non si dipendeva dalla tecnologia e si aspettavano dei giorni per ricevere una lettera. Quel passato in cui tutto si poteva toccare, vedere, annusare, vivere. Non come oggi, in cui tutto è retto dal nulla. Dove non siamo noi i padroni del tutto, della tecnologia, ma è essa ad essersi impadronita di noi. Dove si parla di lavoro a distanza, didattica a distanza, relazioni a distanza, acquisti a distanza, esperienze a distanza… tutto è a distanza, tutto è lontano, tutto è così irraggiungibile.

Io voglio una vita vera, vissuta, dove il tempo scorre a tempo senza fretta e senza noia. Dove basta il sorriso di un fratello, l’abbraccio di un amico, la risata di un vicino, una lettera di carta, una visita inaspettata. Dove tutto è materiale, dove niente è lasciato al caso e dove ci si incontra, ci si tocca, ci si ama per davvero. Perché un mondo a distanza è un mondo finto, vuoto, che è destinato a fallire nella sua socialità.

Ora è tutto così triste, così lontano, così incerto. Viviamo la nostra vita attaccati ad uno schermo. Su quello schermo abbiamo ridotto tutte le nostre funzioni essenziali: ridiamo, scherziamo, piangiamo, compriamo, impariamo, leggiamo e scriviamo. E così non abbiamo mai il tempo di ridere, di scherzare, di piangere, di comprare, di imparare, di leggere e di scrivere per davvero nel mondo reale che ci ha dato i natali. Non abbiamo il tempo di vivere, di uscire di casa, di evadere da questa gabbia e andare a conoscere il mondo vero che sta là fuori ad aspettarci. Abbiamo dimenticato cosa vuol dire vivere in un mondo materiale, fatto di cose concrete, di cose conquistate, di cose vissute.

Un mondo così rischia solo di peggiorare. Questo mondo non è il mio. È questo mondo che non mi appartiene o sono io che non appartengo a questo mondo? E così ritorna, petulante, quell’immensa insoddisfazione che mi porta lontano. In un passato che non c’è più, in un ricordo che pian piano sta scomparendo annacquato dagli infiniti mali di questo mostro che chiamiamo progresso. Il progresso che ci porta alla stupidità, il progresso che ci ha reso esseri ininfluenti e inermi di fronte ad un mondo invisibile, fatto di nulla.

Siamo alle porte del mondo del nulla.

Questo, lo so, è il tormento dei miei sogni amari. Quei sogni che rimangono sogni. Quei pensieri, insomma, che alimentano le mie illusioni.

Mi sento in trappola, chiuso tra due morse, alla presa con un potere che è molto più forte di me. Vorrei sopraffarlo, vincere su di esso, ma alla fine cado sempre in un vortice di illusioni vane. Mi sento perduto, solo, in questo strano mondo in cui tutto è come non dovrebbe essere e in cui tutti i sogni, quelli belli, portano ad immaginare un’utopica realtà che è esistita, ma che pian piano ci stiamo lasciando alle spalle con una noncuranza raggelante.

Sono qui. Queste forze sobillatrici mi prendono alla sprovvista, mi bloccano le gambe e non mi fanno andare avanti. Posso solo guardare da lontano, tra la foschia del mattino, quell’idilliaco castello che si erge sulle nubi. Forse esiste, forse è un miraggio… chissà, non lo scoprirò mai. C’è un’aria pesante, che mi opprime le spalle stanche e i capelli inariditi dal sale della pioggia e dal levigare della sabbia. Posso solo osservare, fermo, lontano, qualcosa che non c’è più. Posso solo stare qui, inerme. Posso solo sospirare e ogni sospiro, ogni vano sospiro, è doloroso come un’accetta che pian piano mi logora le ossa.

Sono stanco di stare qui, sono stanco di questo incubo. Ma non riesco a togliermelo dalla testa, è più forte di me. Ho bisogno di libertà, ho bisogno di sentirmi sciolto da ogni laccio e iniziare a correre senza pensieri in un campo di erbe armoniose. Ma non posso, sono legato a questa pianta dai mille rami, ma che non ha radici. E io ho bisogno, tremendamente bisogno di radici. Altrimenti rischio di cadere, di essere spazzato via dalla prima folata di vento. E ho paura. Paura di non farcela, paura di soffrire. Paura che il ricordo possa essere, in futuro, il mio solo e unico rifugio.

Vorrei che non esistesse il progresso, la tecnologia sobillatrice, vorrei che il tempo tornasse indietro e vorrei anche che l’umanità capisca quali sono le cose veramente importanti nella vita. Vorrei che tutto quanto scomparisse, riportandomi in quel passato, mai vissuto, a cui io in realtà appartengo. Vorrei non soffrire più, insomma, e iniziare a vivere una vita piena non solo nell’apparenza. Perché la vita di oggi è così: bella fuori, logorante dentro. C’è sempre, quella forza, che spinge dentro di me fino a farmi sospirare.

Questo, lo so, è il tormento dei miei sogni amari. Questo è quello che genera il tumultuoso vortice dei sentimenti umani, questo è quanto risulta dall’inerme condizione malsana di questo mondo miope e traditore. Questo è quanto, questo è tutto. E questo tutto è niente, vuoto, come un sacco di iuta in un freddo campo invernale lasciato a maggese.

Perché questo, lo so, è il tormento dei miei sogni amari.

Alessandro Frosio

Seguendo quella stella

Ma seguendo quella stella
dove andrò?
Forse in un mondo magico
e poi chissà…
.
Sono ricco e sono povero
dentro me.
Senza forza né coraggio
nel mio cuor.
.
Ma è arrivato
il momento
di partire senza affanno,
con la gioia e i dolori
di chi non sa!
.
Perché nel mondo non esiste
una ragione che ti assiste,
solo con la fantasia
tu puoi volar!
E poi
lasciarti andar,
perché
così respirerai.
.
Con queste vecchie scarpe rotte
marcerò,
e con gli occhi di cristalli
sognerò.
.
Con la luna tra le stelle
canterò
Con la luce dietro i rami
riderò!
.
Con lo zaino sulle spalle
e il passato dietro a valle,
con amore e con speranza
io marcerò!
Perché non si ha una vera fede
se non si è ciò in cui si crede,
in questo cammino senza fine
ci crederò!
Perché
io amerò,
e poi
io volerò.
Alessandro Frosio

La malattia della paura

Ecco, è tornata, si è fatta viva pure oggi. È la paura di non restare, è l’ansia di lacrime amare, è quella tensione che c’è nell’aria che ti impedisce di pensare.

Le strade sono deserte e nessuno esce di casa, mentre le sirene dell’ambulanza continuano a viaggiare per la via, come prese da una fugace malattia. È un ambiente surreale, perché niente è più normale. Il parco è deserto, con le altalene cigolanti che si cullano con il vento. Lo scivolo luccica al sole, senza amici, con del fango rinsecchito e una gran voglia di giocare. Dove sono finite le care voci dei bimbi? Dov’è finita quella pazza euforia che impregnava il vento di quella sana allegria?

Mi ricordo dei bambini, nei giardini, che osannavano la vita con un gelato in mano e un pallone da calciare. Mi ricordo la panettiera, che mi serviva con dolcezza e un sorriso ancor scoperto, senza maschere né sospetti. C’era la gente che camminava per le strade, salutandosi senza affanno con le braccia o con le mani. E c’era vita, c’era sale… tutto era bello, perché tutto era normale.

Oggi i bambini al parco sono solo un ricordo, che si conserva in quel pallone sgualcito abbandonato tra le piante. I locali sono vuoti e serrati verso sera. La gente va in giro per le strade, di nascosto, coprendosi il viso e accennando dei saluti solo a chi è ancor lontano. Sembra di essere soli, in un vuoto mare senza sale. E tutti noi corriamo all’impazzata, senza sapere dove andare. Siamo stati conquistati dalla paura, che si è impossessata del nostro corpo, uccidendo il normal pensare di chi un tempo sapeva amare.

Siamo vittime di noi stessi, che ci credevamo tanto forti in questo strano mondo di cristalli. E ora siamo, inermi, di fronte a questo imprevisto surreale.

È la paura, la malattia più colossale. Quel sentimento che ti coglie all’improvviso, che entra dentro il cuore senza nome e senza viso. Ti fa tremare lasciandoti atterrito, ti fa sospettare del tuo migliore amico. Ed è proprio lei che dobbiamo combattere, affidandoci alla mente come unico vero vaccino. Dobbiamo credere nel futuro, dobbiamo lottare per quel che siamo e abbattere con furore ogni ostacolo e ogni muro. Perché con il panico non si fa nulla, non si lotta e non si vince. Dobbiamo credere in noi stessi, senza sospettare ansiosi l’arrivo del domani.

Ora basta. Basta aver paura di una stupida malattia! Chiudiamo gli occhi e torniamo a volare.

Alessandro Frosio

Il futuro di un pomeriggio silenzioso

Dedicato ad un pomeriggio di giugno, dedicato al vento della mia casa.

E ascolto la tua brezza, che mi giunge da lontano. Mi accarezza il viso tiepido, mi coglie con un leggero fremito. Emozioni e ricordi mi tornano alla mente, anche se c’era un tempo in cui non sentivo niente. E questo fremito mi sorprende all’improvviso, smuovendo i meandri della mia mente come le frasche di questa pianta che mi sovrasta. Una pianta amica, che mi macchia di sole il viso lasciandomi or scoperto, or avvolto, in questo magico mosaico di luce.

E non riesco a capire che cosa sto facendo, dove credo di approdare domani. Perché del domani, lo si disse, non c’è certezza. Eppure sono sempre qui, avvolto nella mente del passato, cercando in quel che fui ciò che domani forse sarò.

Ma la vita è troppo breve per fare tutto, troppo fuggente per assaporarla con l’uso di questa maledetta ragione. Oggi sono qua, tra questi monti e questo cristallino mare in cielo. E domani chissà. Chissà cosa, chissà dove, chissà con chi.

E cosa sarò, io, il giorno che segue? Potrei essere un viaggiatore, che cammina spensierato verso un mondo sempre nuovo. Potrei cantare e continuare a viaggiare, ora con la fantasia, ora con una valigia da portar via. Potrei essere d’aiuto a qualcuno, potrei non servire a nessuno. Potrei provare ad amare… ma chi mi assicura che non raccoglierò solo lacrime amare?

Perché è difficile, difficile camminare in questo mondo. Non si sa mai dove andare, non si sa mai dove si finisce. Si conoscono tante persone, ma è impossibile fidarsi di loro con estrema certezza. Perché è tutta una finzione. Una finzione umana, per problemi umani.

E allora, intanto, resto qui. Sì, resto qui da te, abbracciato dai tuoi profondissimi silenzi e coccolato dalla gioia immensa delle tue antiche cantilene. E resto con te, perché lo so. Lo so che, alla fine, tu mi prenderai per mano e mi porterai lontano. Lontano, da questo mondo di vane finzioni amare. E mi donerai, ancora una volta, quell’ancestrale energia che mi mette le ali ai piedi e mi permette di volare.

Alessandro Frosio

Il viaggio dell’attesa

Grigio. Il cielo è grigio, l’asfalto è grigio, il sedile è grigio. Manca un pò di vita, mancano i colori. Le nuvole sono minacciose su nel cielo, forse pioverà fra un paio d’ore. Intanto sto qui. E aspetto, seduto su questo squallore grigio.

Nell’aria si sente un parlottar leggero, costante, che non cessa mai. Diverse voci silenziose che si sovrappongono, nascondendo solo in parte i sibili del motore a benzina. Benzina che brucia, rodendo i resti di antichi animali vissuti prima di noi. Milioni di anni di storia che se ne vanno, sfumando in sottili volute di gas tossico.

La vita va avanti, il viaggio continua. Si sente nell’aria sonnolenta un particolare senso d’euforia, di speranze e di attesa. È questo quello che stiamo facendo: attendiamo. Attendiamo di arrivare, di entrare in quello stadio e di cantare in nome della nostra città. È un evento importante, atteso da anni. Attesa… quanto tempo è passato! Tempo che fugge via malato, mentre il grigiore della strada corre veloce sotto i nostri sogni di speranza. Le montagne hanno lasciato spazio alla pianura: un tavolo da biliardo piatto ed infinito reduce dall’umidità della notte appena trascorsa. Dal frumento al riso, dal trifoglio al granoturco… colture diverse, che si alternano tra loro, accompagnandoci dolcemente verso la lontana Città Eterna.

Non so cosa sarà e come sarà. Il futuro è incerto ed imprevedibile, certe volte oscuro. Ma non mi importa. Intanto aspetto, godendomi questo unico ed euforico viaggio, diretto  verso una destinazione ancora tutta da scoprire.

Alessandro Frosio

La rivoluzione di un vecchio

C’era una volta un vecchio che guardava il vuoto. Non faceva altro, nella sua vita, che fissare il nulla. Ogni mattina si alzava sempre presto, alla stessa ora, quando il sole ancor dormiva dietro il confine dell’ignoto. E partiva, col suo camminare lento e goffo, per prendere quel vecchio pullman che portava in città. Il cielo era sempre bigio, le nuvole piangevano e le grondaie mormoravano sommessamente. Saliva, timbrava il biglietto, prendeva posto a sedere. E poi si metteva a guardare fuori dal finestrino, triste, con una mano che gli avvolgeva il collo. Osservava i disegni delle gocce sul vetro, le pozzanghere che si infrangevano per la strada quasi come i suoi sogni perduti. E si immergeva in quei fantastici mondi da lui inventati, cercando di trovare ristoro negli anditi più nascosti della propria immaginazione. Il mondo reale era lontano, complicato, ostile… non gli poteva più dare nulla di buono. Infine pensava a lei, a quella donna scomparsa anni prima e che forse non era mai esistita, ma che era riuscita a rubargli il cuore. Lei non l’amava e lui lo sapeva, ma non gliene importava, lei ed il suo ricordo erano il suo unico motivo di vita. Il suo unico stimolo, la sua unica ragion di vita. E soffriva, soffriva sommessamente, avvolgendosi in un antico ed eterno pianto silenzioso. Lacrime amare gli bagnavano gli occhi, gli rigavano il viso fino ad inumidire le labbra rugose di chi ormai non vuole più niente dalla vita. Era forse venuta l’ora di farla finita, gettarsi sotto quel pullman e… farla finita, una volta per tutte. Il mondo era ordinario e andava avanti come aveva sempre fatto, senza alcuna novità. Il mondo era privo di stimoli, il mondo era privo di vita.

Ma un giorno, una giovane voce si alzò dal deserto, e iniziò ad urlare. A questa piccola ma forte voce, se ne aggiunsero altre, raccogliendosi in un concitato coro che iniziò a mettere in subbuglio qualcosa. Il sistema iniziò a mostrare le proprie crepe, il mondo iniziò ad apparire meno ordinario. Si capì che qualcosa non andava, che bisognava cambiare ogni cosa. Era ora di finirla, di voltare pagina e di ricominciare da capo. Il futuro era in pericolo, ma nessuno pareva rendersene conto.

E lui ascoltò. Si rese conto che era ora di agire, che peggio di così non si poteva andare. Bisognava cambiare, bisognava andare avanti. Così si alzò, premette il pulsante della fermata e scese dal pullman. L’autista lo guardò stupito e gli chiese: “Che fai?”, ma lui non rispose e gli volse le spalle per sempre. Il ricordo della donna provò a trattenerlo, ma non ci riuscì. Il cielo era limpido, il sole padroneggiava infuocato illuminando le torri ed i campanili della città posta sul colle. Improvvisamente sentì un boato e una forte brezza di cambiamento gli sfiorò il viso, asciugandogli le lacrime rimaste. E così si trovò quasi incredulo in mezzo alla folla, che agguerrita marciava per le vie della città, in cerca di uno stimolo per riportare la vita in un mondo ormai alla deriva. Si sentì parte di qualcosa, si sentì ancora utile in qualche modo. Ecco, il momento del cambiamento era arrivato.

Ora c’è un giovane che sorride alla vita. Non fa altro, nella sua vita, che gioire per ogni cosa. Il cielo è sempre limpido, il sole alto e splendente, la temperatura piacevole. Risate. Risate di nuovi amici, risate di una nuova vita. Il grigiore della vecchiaia è ormai un brutto ricordo dimenticato, racchiuso in una vecchia fotografia sbiadita. Lei non c’è più, finalmente se n’è andata. E la bicicletta, quella della vita, ora pedala veramente e la catena gira come non mai. Il vento gli accarezza il viso fiero e sicuro di sé, portandolo in compagnia di chi vuol cambiare il mondo.

Ognuno deve fare la propria rivoluzione, ognuno deve trovare la propria felicità. Non sappiamo cosa c’è dopo la morte. Un’altra vita? Il paradiso? E se invece non ci fosse niente? Nel dubbio, cerchiamo di essere felici in questa. E se non lo siamo, dobbiamo trovare il coraggio di cambiare tutto quanto e di ricominciare.

Alessandro Frosio

La catena deve girare, il viaggio non deve conoscere confini

Mi sveglio. La prima cosa che noto è che mi fanno male i denti e tutta la mandibola, una cosa che mi capita spesso quando sono nervoso e carico di fatica. È una bellissima domenica mattina, il sole ride in cielo e gli uccelli cantano allegramente spostandosi spensierati da un albero all’altro: loro sì che sanno cos’è la libertà. Ma io sono veramente libero? Forse per la Costituzione sì, ma nella realtà? Questa domanda mi fa riflettere, ma non riesco a darmi una risposta soddisfacente. L’unico modo per capirlo, forse, è mettersi in viaggio.

Sono le nove, per le strade non c’è anima viva. Prendo un lungo respiro e poi, dopo una vigorosa rincorsa data con il piede destro, salgo sulla sella della bicicletta. Non so dove sto andando, so solo che sto cercando la libertà. La città è deserta, le case dormono ancora con le ante chiuse e le tapparelle abbassate. Passo di fronte ad una serie di villette a schiera che lasciano presto il posto a grigi condomini, finché non raggiungo la riva del fiume che dà il nome alla mia città. Lo vedo calmo, piatto, come se anche lui stesse ancora dormendo. Affascinato dal suo moto timido e silenzioso, decido di seguirlo prendendo un sentiero che costeggia la sua riva sinistra, quella più arida e fredda. Sto pedalando. Il sole illumina d’immenso il mio viso, mentre i sibili del vento scompigliano i miei capelli, accarezzandoli con brezze materne. Gli unici suoni che sento vengono dagli uccelli, sempre allegri, sempre liberi. E poi il chiacchiericcio della ghiaia, accompagnato dal continuo cigolio della catena della bicicletta che va sempre avanti, senza mai fermarsi, inoltrandosi in un mondo che ancora non conosce. Nell’aria è intenso il profumo dell’acqua del fiume che, sempre alla mia destra, prosegue muto e sonnolento il suo eterno viaggio verso l’orizzonte. È un piacere ascoltare la dolce melodia dell’acqua nelle rogge, che zampillante gorgoglia sotto i ponticelli di legno che incuriosito mi appresto ad attraversare. Il paesaggio è brullo e secco, pieno di sassi e sterpaglie. Sembra quasi una di quelle tante brughiere che si possono trovare descritte nei romanzi inglesi di fine ottocento. Devo dire che da una parte mi inquieta, ma dall’altra mi intriga, portandomi alla folle idea di proseguire. Sto andando verso l’ignoto, attraverso luoghi che prima non conoscevo. Sto andando veloce e sento i muscoli delle mie gambe urlare come un gorilla, mentre percepisco l’acre sapore del sangue che mulina in bocca. Sto sudando. Il viaggio è difficile, ma non riesco ancora a trovare un valido motivo per fermarmi e fare marcia indietro. Il cielo è terso, il sole caldo, la catena continua a girare.

Ad un certo punto scorgo in lontananza una grande cupola ed un campanile. Mi fermo e la osservo, chissà che cosa è! Condotto da un brivido di fervida curiosità, lascio la strada maestra e mi lascio trasportare dall’emozione della scoperta. Dopo qualche pedalata su un aspro sentiero sassoso, mi trovo improvvisamente all’inizio di un quartiere residenziale. Sotto la mia bicicletta c’è l’asfalto, attorno a me solo case. Procedo lentamente per questa strada senza capire dove sono e, soprattutto, perché mi trovo qui. Un cane in un giardino mi accoglie abbaiando, per il resto regna il silenzio più assoluto. Giro l’angolo ed ecco che rivedo la cupola. La guardo, si sta avvicinando sempre di più. Ad un certo punto il silenzio che mi accompagna da ormai troppo tempo viene rotto da delle grida. Sono dei bambini, che festosi si divertono giocando nel campo di un oratorio. Loro sì che sono felici, loro sì che sono spensierati, loro sì che sono in possesso della formula della libertà. Sorrido e poi, dopo poche pedalate, raggiungo l’enorme cattedrale che avevo visto in lontananza. Qui mi fermo e scendo dalla bicicletta.

La vita è un grande ed immenso viaggio. Un viaggio che certe volte può apparire faticoso o senza significato, altre volte intrigante e pieno di emozioni. Anche se spesso il percorso può apparire arido e sterile, prima o poi si riesce a raggiungere la propria destinazione. Una destinazione che conosciamo solo quando la vediamo e che spesso si trova in luoghi lontani che mai ci saremmo aspettati di visitare. Certe volte la strada può farsi accidentata e pericolosa, altre volte semplicemente sbagliamo sentiero. Ma l’importante è che non dobbiamo mai fermarci, perché la catena della nostra bicicletta deve sempre girare. Pensate alle montagne: sono lì da milioni di anni. Per non parlare dei fiumi e del mare… il mare c’è da sempre, mentre un albero vive per secoli. E invece noi? Al massimo arriviamo a novant’anni e spesso non in perfetta forma. La vita è troppo breve, non dobbiamo mai permetterci di fermarci, bisogna sempre guardare avanti. È inutile fermarsi alle apparenze, bisogna accettare il paesaggio che ci circonda anche se è secco ed inquietante, trasformarlo in un motivo per andare avanti e dare sempre il massimo.

La catena deve continuare a girare e girare, bisogna faticare, bisogna credere nel viaggio, per poi godersi l’idilliaca destinazione che ci aspetta alla fine.

Alessandro Frosio