Il silenzio di questa penna sognatrice

Man man che passa il tempo, la mia cara e vecchia penna diventa sempre più muta. Lei scrive, scrive, ma scrive d’altro, come se si fosse dimenticata la sua antica tradizione. Una volta cantava, si librava su nel cielo, fiera, guardando questo fugace mondo tra un colpo d’ala e un cinguettio leggero.

Ma oggi, la mia penna, sta pian piano dimenticando quel suo gaudio andamento. Forse la colpa è di questo tempo, che tra mille malattie l’ha gelata nel suo cuore, lasciandola senza parole in un campo di terra senza vita. Questo tempo che ci ha preso alla sprovvista, allontanando corpo e mente dalla voglia di cantare. E ci siamo ritrovati, tutti, in questa piccola e buia stanza. Dove il mondo non ha più rumori, dove le voci non hanno più un nome, dove si può guardare il mondo solo da una piccola finestra solitaria. E questo solo per vedere un tempo fermo, di morte, che ha incatenato questa penna sognatrice al pavimento, impedendole di uscire. Come si fa a cantare in un luogo in cui, anche se strilli, nessuno ti può ascoltare?

Questo è stato un tempo che ha rubato il tempo, questo è un mondo che sta inghiottendo il mondo. Ogni giorno, sempre di più. E la mia penna non è più riuscita a scrivere, e scrivere del bello. L’inchiostro continua a sgorgare, ma non sgorga più d’amore, non si occupa più dei voli fantasiosi di quando sognava ad occhi aperti. Ora si spreca, qui, per cose terrene. Scrive per denunzia, osserva la realtà, ne trae le sue amare conclusioni. Scrive cose di mondo, che oggi appaiono incerte e domani si disperderanno, inesorabilmente, in un confuso girotondo.

A scrivere cose di mondo, si sa, non si può spiccare il volo. Si scrive per la rabbia, per l’orgoglio, perché qui ci si azzuffa per la fame e ci si odia per la sete. Questo è il mondo, il mondo d’oggi, che manca di fantasia. Un mondo che non conosce soluzioni se non quella della guerra, della lotta, della perdizione, della resa. Un mondo che non ama. Un mondo che non sogna. Un mondo che non crede.

Un mondo che distrugge, distrugge tutto, ma che è incapace di creare.

Ecco, la mia gelida penna che tanto era nobile, e di nobili virtù, ora s’è abbassata a questo mondo che l’ha intrappolata, impedendole di continuare il suo viaggio senza confini. E questa penna, la mia penna, scalpita coraggiosa come una piccola fiammella che lotta con il buio della notte. Ma per quanto tempo ancora resisterà? Guardando e vivendo le infamie di questo mondo storto, quale sarà la prossima volta che oltre ad esso scriverà?

Perché oggi, in questo mondo, la penna che sogna si sente un po’ smarrita e fa fatica, sempre più fatica, a rincorrere la vita.

Alessandro Frosio

La malattia della paura

Ecco, è tornata, si è fatta viva pure oggi. È la paura di non restare, è l’ansia di lacrime amare, è quella tensione che c’è nell’aria che ti impedisce di pensare.

Le strade sono deserte e nessuno esce di casa, mentre le sirene dell’ambulanza continuano a viaggiare per la via, come prese da una fugace malattia. È un ambiente surreale, perché niente è più normale. Il parco è deserto, con le altalene cigolanti che si cullano con il vento. Lo scivolo luccica al sole, senza amici, con del fango rinsecchito e una gran voglia di giocare. Dove sono finite le care voci dei bimbi? Dov’è finita quella pazza euforia che impregnava il vento di quella sana allegria?

Mi ricordo dei bambini, nei giardini, che osannavano la vita con un gelato in mano e un pallone da calciare. Mi ricordo la panettiera, che mi serviva con dolcezza e un sorriso ancor scoperto, senza maschere né sospetti. C’era la gente che camminava per le strade, salutandosi senza affanno con le braccia o con le mani. E c’era vita, c’era sale… tutto era bello, perché tutto era normale.

Oggi i bambini al parco sono solo un ricordo, che si conserva in quel pallone sgualcito abbandonato tra le piante. I locali sono vuoti e serrati verso sera. La gente va in giro per le strade, di nascosto, coprendosi il viso e accennando dei saluti solo a chi è ancor lontano. Sembra di essere soli, in un vuoto mare senza sale. E tutti noi corriamo all’impazzata, senza sapere dove andare. Siamo stati conquistati dalla paura, che si è impossessata del nostro corpo, uccidendo il normal pensare di chi un tempo sapeva amare.

Siamo vittime di noi stessi, che ci credevamo tanto forti in questo strano mondo di cristalli. E ora siamo, inermi, di fronte a questo imprevisto surreale.

È la paura, la malattia più colossale. Quel sentimento che ti coglie all’improvviso, che entra dentro il cuore senza nome e senza viso. Ti fa tremare lasciandoti atterrito, ti fa sospettare del tuo migliore amico. Ed è proprio lei che dobbiamo combattere, affidandoci alla mente come unico vero vaccino. Dobbiamo credere nel futuro, dobbiamo lottare per quel che siamo e abbattere con furore ogni ostacolo e ogni muro. Perché con il panico non si fa nulla, non si lotta e non si vince. Dobbiamo credere in noi stessi, senza sospettare ansiosi l’arrivo del domani.

Ora basta. Basta aver paura di una stupida malattia! Chiudiamo gli occhi e torniamo a volare.

Alessandro Frosio