Il futuro di un pomeriggio silenzioso

Dedicato ad un pomeriggio di giugno, dedicato al vento della mia casa.

E ascolto la tua brezza, che mi giunge da lontano. Mi accarezza il viso tiepido, mi coglie con un leggero fremito. Emozioni e ricordi mi tornano alla mente, anche se c’era un tempo in cui non sentivo niente. E questo fremito mi sorprende all’improvviso, smuovendo i meandri della mia mente come le frasche di questa pianta che mi sovrasta. Una pianta amica, che mi macchia di sole il viso lasciandomi or scoperto, or avvolto, in questo magico mosaico di luce.

E non riesco a capire che cosa sto facendo, dove credo di approdare domani. Perché del domani, lo si disse, non c’è certezza. Eppure sono sempre qui, avvolto nella mente del passato, cercando in quel che fui ciò che domani forse sarò.

Ma la vita è troppo breve per fare tutto, troppo fuggente per assaporarla con l’uso di questa maledetta ragione. Oggi sono qua, tra questi monti e questo cristallino mare in cielo. E domani chissà. Chissà cosa, chissà dove, chissà con chi.

E cosa sarò, io, il giorno che segue? Potrei essere un viaggiatore, che cammina spensierato verso un mondo sempre nuovo. Potrei cantare e continuare a viaggiare, ora con la fantasia, ora con una valigia da portar via. Potrei essere d’aiuto a qualcuno, potrei non servire a nessuno. Potrei provare ad amare… ma chi mi assicura che non raccoglierò solo lacrime amare?

Perché è difficile, difficile camminare in questo mondo. Non si sa mai dove andare, non si sa mai dove si finisce. Si conoscono tante persone, ma è impossibile fidarsi di loro con estrema certezza. Perché è tutta una finzione. Una finzione umana, per problemi umani.

E allora, intanto, resto qui. Sì, resto qui da te, abbracciato dai tuoi profondissimi silenzi e coccolato dalla gioia immensa delle tue antiche cantilene. E resto con te, perché lo so. Lo so che, alla fine, tu mi prenderai per mano e mi porterai lontano. Lontano, da questo mondo di vane finzioni amare. E mi donerai, ancora una volta, quell’ancestrale energia che mi mette le ali ai piedi e mi permette di volare.

Alessandro Frosio

Lantana, semplicemente Lantana

C’è un luogo, sperduto nell’infinità del mondo, che si chiama Lantana. È un posto che, come il nome suggerisce, è lontano da tutto. È protetto dall’aura di magici monti che, abbracciandola come fosse una figlia, la proteggono dagli atroci mali di una società sempre in tempesta. Si tratta di un sottile anfratto di vita, che sembra essere la proiezione di quei tempi antichi dove nel mondo c’era ancora un po’ di magia.

È la casa del Vento, che leggero spira tra le fronde degli abeti. Si diverte, col suo rigoglioso coro, ad allietar la terra con i suoi antichi canti. E scivola, frusciando chetamente, trasformando i versanti in piccoli mari con le onde spumeggianti. E poi s’inoltra, agilmente, tra gli anfratti delle rocce: penetra curioso tra le pietre e nelle cave zampillanti, salutando sibilante il viso dolce di Maria.

È la casa dell’Acqua, che scivola e rigola saltellando verso valle. E avvolge tutto, come solo ella sa fare, con il proprio chiacchiericcio e la sua voglia di cantare. E scende giù, gorgogliando verso la calma della piana. E poi la raggiunge, la valle, che di Tede prende il nome. È qui che luccica: accarezzata di giorno dai raggi del sole e confortata, di notte, dall’amore della Luna e dalla guida delle stelle. L’Acqua come specchio, che dialoga con gli abeti che gli si affacciano dall’alto, nel silenzio, mentre dei girini si destreggiano in gruppo ai primordi della vita.

È la casa del Fuoco, che ballando si esibisce nei camini delle case. È sempre lui, coraggioso, che dona sicurezza e allegria alle Famiglie. Egli scoppietta, gioioso, sfrigolando e canticchiando nei domestici focolari. Fuori c’è buio, imperversano le tenebre, e la sua luce felice ristora tutti i figli del Signore. E poi ci sono loro, sottili e sante fiamme, che ondeggiano tutte insieme di fronte agli occhi della Vergine e del suo Bambin Gesù. Raccolgono pensieri, azioni e lacrime amare, che chiedono perdono e grazia a chi è lassù. E tutto questo è lì, di fronte a quell’antico affresco illuminato dalla luce saltellante di quegli umili lumi della gente.

È la casa del Ghiaccio e della Neve, che in inverno candidamente scende trasformando tutto quanto in un incredibile miraggio. È una cosa magica, ancestrale e misteriosa. Lei scende, non si sa perché, appoggiandosi sui rami e i tetti delle case e riposandosi lungo i prati sonnacchiosi dove sotto si fa il pane. La natura è immobile, in pausa, riposa in pace in attesa che il sol si desti dal tacito riposo del mondo antico delle nebbie. Intanto tutto è bianco, i Bambini escono a giocare con la neve e all’albeggiar qualcuno raggiunge il Pora, per rendergli omaggio accarezzandolo con gli sci. Ed è tutta una festa, che scende senza affanno, adagiandosi delicatamente sull’accogliente suolo di Lantana. I leprotti fanno capolino dalle loro tane e saltellano curiosi lasciando impresso il lor passaggio, mentre un bambino e una bambina, tenendosi per mano, escono di casa con indosso i berretti fatti dalle mani di chi dell’amor ne fa un mestiere. E ridono, come solo loro sanno fare, di fronte a tutta questa bellezza senza fine.

È la casa della Terra, che accoglie la Vita, la custodisce e la protegge. È la Madre di immensi boschi eterni, dove la resina cola dai tronchi degli abeti e la luce fende a macchie. Si sente, nell’aria, quel pungente dolce aroma. Ci sono gli aghi delle piante e la rugiada del mattino, che accompagnano festose la fragranza dei funghi e la pazza euforia del muschio che ricopre ogni cosa. Il Bosco è un luogo sicuro, che protegge accogliendo con onore l’essenza pura della vita prosperosa. E poi ci sono loro, i Prati, abbracciati con amore dagli amanti della Valle. Ed ecco qui gli amati fiori canterini, che ondeggiano con i loro colori seguendo il ritmo che vien dall’alto.

Amici ronzanti, che si spostano da una margherita a un dente di leone, da un bucaneve ad un croco bianco, approdando su quel fior giallo che per molti, di Lantana, ne è l’essenza del suo coraggio. E poi c’è l’estate, con le sue erbe alte, popolate dai grilli e dalle loro armoniose sinfonie. E scende la sera, con qualcuno che s’accende, imitando le misteriose stelle che da qui splendono ancora.

E questa è Lantana: la casa di tutto ciò che la Vita genera, accoglie e protegge. È il luogo del mondo in cui basta esser sé stessi, dove il Tempo scorre a tempo senza fretta e senza noia. Quello spaccato di mondo, reale, dove si torna accanto a lei, la Madre di tutto quanto, che ci accoglie a braccia aperte intonando una silenziosa musica d’amore. Ed è tutto un trionfo di emozioni, che ci insegnano con amore come uscir di casa col sorriso. Un sorriso che ci accompagna in questo viaggio, accarezzandoci al risveglio e baciandoci la notte come una madre affettuosa.

Ecco che cos’è Lantana: una creatura nascosta e fuori da ogni rotta, conosciuta solo dai suoi figli e da quegli occhi, del cielo, che la proteggono con il soffio del vento e un mazzolin di fiori appena colti.

Lantana, solo Lantana. Un puntino nell’immensità perversa del mondo, un insieme di grandi ed inestimabili ricchezze, di cui l’amore silenzioso ne è il prezioso custode.

Alessandro Frosio

Siamo i custodi di una bellezza infinita

C’è un luogo, nel mondo, che è a dir poco meraviglioso. È bagnato da mari cristallini dai colori mozzafiato, su cui Eolo soffia senza affanno increspandoli bonariamente. E ci sono anche loro, le montagne, con alte vette perennemente innevate e popolate dai fischi delle marmotte. Ci sono anche le colline, abitate da filari di ulivi che danzano col vento ed interminabili vigne su cui cresce il nettare degli Dei. Ermi colli, che dell’ultimo orizzonte lo sguardo esclude, che tanto sono cari per i loro sovrumani silenzi e la profondissima quiete. La pianura… c’è anche lei: piatta come un tavolo da biliardo punteggiato da cipressi e cascine secolari, coltivata con cura e accarezzata ogni mattina dai tiepidi raggi del sole che asciugano la terra dall’innocenza della rugiada.

Qui c’è caldo e c’è freddo, ci sono storiche città e piccoli borghi arroccati sperduti nel nulla. Ci sono isole, governate dallo spumeggiar delle onde, che Venere fece feconde col suo sorriso. Ci sono valli e foreste oscure senza vie, con gli animali che fanno capolino dagli alberi secolari. Ci sono fiumi che trasportano storie, fiumi su cui sono state combattute gloriose battaglie e dove un tempo si sentiva il dolce sciabordare delle lavandare. E ci sono laghi. Laghi grandi, d’acqua dolce ed innocente, che giacciono tra delle catene non interrotte di montagne, tutte a seni e a golfi. Il vento trasporta ogni dove la sua magia, depositandola sulle sculture delle fontane zampillanti di acqua fresca, che rispecchiano gli affreschi dei caseggiati che circondano le piazze dove ci sono artisti che suonano e ridono.

Qui ci si sveglia al mattino con il richiamo del gallo e il flebile gorgoglìo del caffè che si prepara nella moka. E al mattino, per le vie, si sente il profumo del pane appena sfornato con la voce di qualcuno che canta sotto la doccia. Qui si ride e si scherza, si condivide un pasto tutti insieme rispettando la tradizione. È la patria degli artisti. È la patria degli eroi. È la patria della poesia e della bellezza dell’infinito. È la patria della musica, le cui melodie, viaggiando su ali dorate, si posano sui clivi e sui colli.

Questa è l’Italia, il Paese più bello di questo pianeta. Il Paese dove c’è tutto, il Paese dove tutto ha avuto inizio. Il Paese che non ha mai avuto la pappa pronta, ma che ha sempre dovuto lottare senza mai darsi per vinto. È il Paese di chi non molla mai, di chi nonostante tutto trova la forza di andare avanti. Siamo spesso derisi e messi da parte… dicono che siamo gli asini del Mediterraneo. Ma cosa ce ne importa! Noi siamo italiani, noi siamo i custodi di una bellezza infinita. E, nonostante tutto, dobbiamo andare fieri del nostro Paese. Perché noi siamo un popolo unico. Perché l’Italia è un Paese meraviglioso.

Viva l’Italia! Viva il Tricolore! Viva gli Italiani!

Alessandro Frosio

Riferimenti: Giacomo Leopardi, Ermete Giovanni Gaeta, Ugo Foscolo, Dante Alighieri, Alessandro Manzoni, Giovanni Pascoli, Giuseppe Verdi

Ho sollevato i piedi da terra

Siamo un gregge di pecorelle smarrite. Abbiamo perso la strada, stiamo vagando alla cieca in un mondo sconosciuto che crediamo di possedere. Abbiamo smesso di sognare, abbiamo smesso di ascoltare, abbiamo smesso di correre per i prati. Ci basiamo sulla freddezza di una ragione che non esiste, abbiamo perso il contatto con la natura delle cose e non abbiamo più il coraggio di sollevare i piedi da terra. Sollevarli, invece, significherebbe ritornare ad essere noi stessi e ritrovare la vera essenza che sta dietro a questo meraviglioso palcoscenico.

Me ne sono reso conto. Nella vita di tutti i giorni non facciamo altro che basarci sulla razionalità, credendo che essa possa capire tutto e risolvere qualunque cosa. Crediamo che il nostro obiettivo sulla Terra sia quello di diventare ricchi e potenti, di fare soldi. Ma cosa sono i soldi? Sono carta straccia e, per la maggiore, impulsi elettrici che non hanno sostanza. Viaggiano veloci in una dimensione che non esiste, che non possiamo vedere, che non possiamo ascoltare.

Ma allora cosa dobbiamo fare? Cosa dobbiamo fare per ritrovare la retta via? Non riuscivo a darmi una risposta, per questo ho deciso di chiederlo a chi ne sa più di me. Ed è così che, in un caldo pomeriggio di giugno, ho sollevato i piedi da terra arrampicandomi su un albero. Sì, su una maestosa magnolia verde che sovrasta una triste strada asfaltata di grigio. Mi sono seduto su uno dei suoi rami. E ho aspettato. Che cosa? Non lo sapevo, aspettavo e basta. Poi ho iniziato ad ascoltare il lieve fruscio delle foglie che venivano mosse da dolci brezze invisibili. Mi sono messo ad annusare ciò che mi circondava e l’aria sapeva di… aria. Sì, proprio di aria. Non di smog, non di vanità. Semplicemente aria, aria fresca e cristallina come un antico lago montano incastonato tra una catena di rocce alpine.

Mi sono reso conto che una pianta è viva, i rami che stringevo mi hanno trasmesso una magica energia che pian piano si è insinuata nel mio corpo. Mi sono sentito sollevato, in pace con me stesso, mentre la frenesia delle nostre finzioni scompariva  sbiadendo dalla mia mente. Mi sono sentito vero. Mi sono sentito a casa, come se tornato dopo un lungo viaggio. Ero in alto, la pianta sovrastava ogni cosa: la strada, il parcheggio, i pedoni… io e lei vedevamo tutto insieme, ma il tutto non era in grado di vedere noi.

L’albero è più che un pezzo di legno. Ci tiene su, è il nostro sostegno, la nostra protezione. L’albero è la fonte di tutto quanto. L’albero ci sovrasta, mentre noi ci ammazziamo a vicenda sotto l’ombra indiscreta delle sue fronde. È come un amico silenzioso, che ci comunica sensazioni senza parlare. È qui che sta la forza della natura: esiste, esiste e basta. Non ha bisogno di essere spiegata perché è lei che dà le spiegazioni a tutto. E noi, che ci siamo allontanati da lei, dovremmo solo star zitti e rispettarla ascoltandola meravigliati.

Il nostro vivere quotidiano si basa su dei pilastri di cartapesta. Abbiamo costruito un mondo che non esiste. Ogni giorno creiamo finzioni basandoci su altre finzioni, tracollando periodicamente nel tumultuoso vortice delle nostre falsità. Abbiamo perso l’equilibrio, abbiamo perso noi stessi. E siamo stupidi. Perché, per proteggere il nostro mondo inesistente che ci affligge, stiamo pian piano distruggendo il vero mondo che, pazientemente, ci protegge ogni giorno. Quel vero mondo che, per amore, ha generato tutto quanto.

Alessandro Frosio