La catena deve girare, il viaggio non deve conoscere confini

Mi sveglio. La prima cosa che noto è che mi fanno male i denti e tutta la mandibola, una cosa che mi capita spesso quando sono nervoso e carico di fatica. È una bellissima domenica mattina, il sole ride in cielo e gli uccelli cantano allegramente spostandosi spensierati da un albero all’altro: loro sì che sanno cos’è la libertà. Ma io sono veramente libero? Forse per la Costituzione sì, ma nella realtà? Questa domanda mi fa riflettere, ma non riesco a darmi una risposta soddisfacente. L’unico modo per capirlo, forse, è mettersi in viaggio.

Sono le nove, per le strade non c’è anima viva. Prendo un lungo respiro e poi, dopo una vigorosa rincorsa data con il piede destro, salgo sulla sella della bicicletta. Non so dove sto andando, so solo che sto cercando la libertà. La città è deserta, le case dormono ancora con le ante chiuse e le tapparelle abbassate. Passo di fronte ad una serie di villette a schiera che lasciano presto il posto a grigi condomini, finché non raggiungo la riva del fiume che dà il nome alla mia città. Lo vedo calmo, piatto, come se anche lui stesse ancora dormendo. Affascinato dal suo moto timido e silenzioso, decido di seguirlo prendendo un sentiero che costeggia la sua riva sinistra, quella più arida e fredda. Sto pedalando. Il sole illumina d’immenso il mio viso, mentre i sibili del vento scompigliano i miei capelli, accarezzandoli con brezze materne. Gli unici suoni che sento vengono dagli uccelli, sempre allegri, sempre liberi. E poi il chiacchiericcio della ghiaia, accompagnato dal continuo cigolio della catena della bicicletta che va sempre avanti, senza mai fermarsi, inoltrandosi in un mondo che ancora non conosce. Nell’aria è intenso il profumo dell’acqua del fiume che, sempre alla mia destra, prosegue muto e sonnolento il suo eterno viaggio verso l’orizzonte. È un piacere ascoltare la dolce melodia dell’acqua nelle rogge, che zampillante gorgoglia sotto i ponticelli di legno che incuriosito mi appresto ad attraversare. Il paesaggio è brullo e secco, pieno di sassi e sterpaglie. Sembra quasi una di quelle tante brughiere che si possono trovare descritte nei romanzi inglesi di fine ottocento. Devo dire che da una parte mi inquieta, ma dall’altra mi intriga, portandomi alla folle idea di proseguire. Sto andando verso l’ignoto, attraverso luoghi che prima non conoscevo. Sto andando veloce e sento i muscoli delle mie gambe urlare come un gorilla, mentre percepisco l’acre sapore del sangue che mulina in bocca. Sto sudando. Il viaggio è difficile, ma non riesco ancora a trovare un valido motivo per fermarmi e fare marcia indietro. Il cielo è terso, il sole caldo, la catena continua a girare.

Ad un certo punto scorgo in lontananza una grande cupola ed un campanile. Mi fermo e la osservo, chissà che cosa è! Condotto da un brivido di fervida curiosità, lascio la strada maestra e mi lascio trasportare dall’emozione della scoperta. Dopo qualche pedalata su un aspro sentiero sassoso, mi trovo improvvisamente all’inizio di un quartiere residenziale. Sotto la mia bicicletta c’è l’asfalto, attorno a me solo case. Procedo lentamente per questa strada senza capire dove sono e, soprattutto, perché mi trovo qui. Un cane in un giardino mi accoglie abbaiando, per il resto regna il silenzio più assoluto. Giro l’angolo ed ecco che rivedo la cupola. La guardo, si sta avvicinando sempre di più. Ad un certo punto il silenzio che mi accompagna da ormai troppo tempo viene rotto da delle grida. Sono dei bambini, che festosi si divertono giocando nel campo di un oratorio. Loro sì che sono felici, loro sì che sono spensierati, loro sì che sono in possesso della formula della libertà. Sorrido e poi, dopo poche pedalate, raggiungo l’enorme cattedrale che avevo visto in lontananza. Qui mi fermo e scendo dalla bicicletta.

La vita è un grande ed immenso viaggio. Un viaggio che certe volte può apparire faticoso o senza significato, altre volte intrigante e pieno di emozioni. Anche se spesso il percorso può apparire arido e sterile, prima o poi si riesce a raggiungere la propria destinazione. Una destinazione che conosciamo solo quando la vediamo e che spesso si trova in luoghi lontani che mai ci saremmo aspettati di visitare. Certe volte la strada può farsi accidentata e pericolosa, altre volte semplicemente sbagliamo sentiero. Ma l’importante è che non dobbiamo mai fermarci, perché la catena della nostra bicicletta deve sempre girare. Pensate alle montagne: sono lì da milioni di anni. Per non parlare dei fiumi e del mare… il mare c’è da sempre, mentre un albero vive per secoli. E invece noi? Al massimo arriviamo a novant’anni e spesso non in perfetta forma. La vita è troppo breve, non dobbiamo mai permetterci di fermarci, bisogna sempre guardare avanti. È inutile fermarsi alle apparenze, bisogna accettare il paesaggio che ci circonda anche se è secco ed inquietante, trasformarlo in un motivo per andare avanti e dare sempre il massimo.

La catena deve continuare a girare e girare, bisogna faticare, bisogna credere nel viaggio, per poi godersi l’idilliaca destinazione che ci aspetta alla fine.

Alessandro Frosio