Ci sarà un senso, un senso a tutto questo

Quante volte mi capita di pormi quella domanda. È una domanda che arriva così, all’improvviso, quando meno me l’aspetto. Ma arriva. Mi coglie di sorpresa. Mi tormenta. Mi seduce. Insomma… ci sono certi avvenimenti, nel corso della mia esistenza, che quasi naturalmente mi portano a chiedermi: ma c’è un senso a tutto questo? E se c’è, qual è? Perché?

Ci sono delle volte in cui mi rispondo che un senso, la Vita, ce l’ha. E si chiama Morte. La Morte sembra essere il metro di tutto, il fine ineluttabile di ogni cosa, l’entropia cioè il caos finale a cui tutti noi siamo inesorabilmente destinati. Sono momenti di sofferenza, momenti in cui sono avvolto nella solitudine interiore. Sono quegli attimi, quegli approdi, quelle pennellate, che paiono senza colore. Grigie. Come una giornata di pioggia che non finisce mai, come un banco di nebbia che impedisce alle navi di salpare, come un pittore che imbianca un vecchio muro con un pennello senza setole. Una malattia, che ti impedisce di abbracciare un amico, di sorridere ad un bambino, di ribellarti al tuo infido destino.

Sono quelli, i momenti più difficili. Sembra che non ci sia un motivo, in tutto questo, che ogni nostra singola azione sia priva di senso perché prima o poi bisogna andarsene. Che senso ha darsi da fare e affrontare il mondo con tutte le sue fatiche, le sue sofferenze, le sue storture, le sue delusioni e le sue malinconie, se tanto poi bisogna morire? Che senso ha amarla, la Vita, se già sappiamo che prima o poi ci tradirà? Qual’è il motivo che ci induce a correrle dietro, corteggiarla, sedurla, se poi questa Vita altro non è che una vacua illusione che sta in mezzo a due eterne parentesi di infinita non-esistenza?

Senza contare che non siamo padroni del nostro destino. Perché è inutile negarlo: il libero arbitrio, la libertà, l’autodeterminazione, forse, sono solo delle pie illusioni. Tutto è predeterminato, tutto è programmato. Ogni istante della nostra esistenza si basa su delle infinite catene di coincidenze di fronte alle quali noi siamo completamente inermi ed impotenti. Non possiamo prevederlo, il momento in cui moriremo. Non abbiamo deciso se e quando nascere, non potremo decidere quando andarcene. E questo è frustrante per uno come me che ama infinitamente la libertà, per uno che odia il potere e la sottomissione e la programmazione degli eventi!

Però è così che stanno le cose. Oggi ci siamo, domani chissà… basta un nonnulla. Un’inezia. Quindi, che senso ha il tutto se poi il tutto finisce? Purtroppo, questa, altro non è che uno di quei tanti quesiti senza risposta, un enigma senza soluzione, una foresta senza via d’uscita. Uno si può lambiccare il cervello dedicando tutto il proprio tempo alla ricerca di questo senso, di questa risposta, ma poi alla fine si renderà conto di essere solo in grado di riformulare diversamente la domanda.

E così, solo e sconsolato, prendo a camminare incerto lungo le grigie strade della Vita o di quel mistero che noi chiamiamo Vita. Sono accompagnato dal vento gelido che stiletta le mie guance arrossate, che presto diventano degli infiniti mari dove navigano delle lacrime che lentamente corrono verso il mento e il collo, fino a rimanere spiaccicate nella mano tutta pelle e ossa. Sono circondato dal gelo e dalla nebbia, dall’indifferenza e dalla malinconia, dalla solitudine e dalla paura. Paura di non restare, paura di non durare, paura di un domani che si fa via via sempre più incerto. Ma paura anche di un presente che sento distante, che m’impedisce di esprimere appieno le mille sfaccettature della mia turbolenta personalità.

Ma poi, all’improvviso, sento dei passi che si muovono nella nebbia. Qualcuno mi tocca il cappotto ed io, avviluppato nell’incertezza del domani e abbracciato al trasognato vagheggiamento di quel passato che non c’è più, mi volto. E vedo la risposta, o almeno, una delle tante possibili risposte. Una parvenza di soluzione, forse una migliore formulazione della domanda, ma comunque qualcosa che mi sorprende con una ventata d’aria calda. Con il sole, un insolito tepore, un fazzoletto di seta che mi asciuga il viso malinconico. Non servono le parole, perché in certe occasioni basta uno sguardo per dirsi tutto. Basta un sorriso, una pacca sulla spalla, un invito a proseguire ad andare avanti. Insieme.

Insieme, ecco tutto. Con un parente, con un amico, con un compagno d’avventure, con un amore ritrovato. Non si dà un senso a tutto quanto, se si sta insieme, ma quantomeno ci si può permettere di ignorare quell’infido dilemma. Che importanza ha trovare il senso della Vita? Ci è capitata, ecco tutto. A ciascuno di noi, è capitata. E che fatica… che fortuna abbiamo avuto, il giorno in cui siamo diventati Vita! Siamo tutti dei vincitori, se siamo qui, siamo tutti degli eroi. E se ancora esistiamo, un motivo c’è, un motivo ci sarà. In un romanzo, nessun personaggio entra in scena senza uno scopo. Avremo uno compito, una missione, un obiettivo da portare avanti. Un senso.

E qual è, quindi, questo senso? E chi lo sa… solo il Narratore, lo sa. Sembra inutile star qui a gingillarsi in inutili questioni, perché la verità – cioè quell’istinto animale che ruggisce ancora dentro di noi – ci dice che vivere è il nostro unico imperativo categorico. Unirci agli altri che vivono, vivere insieme a loro. Camminare insieme a loro. Respirare insieme a loro. E ridere, e scherzare, e amare. Ma anche piangere, soffrire, tormentarsi. Ma sempre insieme. Poi, quando il nostro personaggio avrà assolto la sua funzione, se ne andrà. Anche gli altri, se ne andranno. E non sarà la fine. Ma il fine.

Che cos’è, quindi, la Vita? Non lo so, mi rendo conto che ancora non lo so. Nessuno lo sa. Ma forse proprio perché è una domanda senza senso, una domanda che non esige risposta. Intanto, noi ci siamo. Io ci sono. Respiro. Cammino. Rido. Piango. Magari sarò uno di quelli che campa fino a cent’anni o forse oggi è il mio ultimo giorno di vita, e ancora non lo so. Basta poco. C’è sempre quell’incredibile catena di coincidenze che, così come ha decretato il nostro inizio, può facilmente decretare la nostra fine. Una catena che non dipende da nessuno, non dipende da niente, se non da quell’eterno Narratore che sta scrivendo il romanzo della nostra Vita..

Lui lo sa, qual’è il fine. Uno scrittore sa sempre quello che scrive, sa già come andrà a finire il suo romanzo. Un romanzo composto da una moltitudine di personaggi che interagiscono tra loro. Personaggi che nascono, vivono e muoiono. Nascono quando vuole lui, muoiono quando e come vuole lui. E non è vero che è la Morte, il metro di tutto. È la vita. Certo… è la vita, la forza ineluttabile verso cui converge ogni cosa. Se non esistesse la Vita, non esisterebbe manco la Morte. E quindi è la Morte che è succube alla Vita, è la Morte che viene schiacciata dalla Vita, è la Morte che è destinata all’entropia cioè al caos finale.

Non è forse un privilegio, la Morte? Un privilegio dettato dal fatto che muore solo chi è nato. E nascere, della fin dei conti, è sempre meglio alla sua alternativa che è non-nascere. Chi non nasce non ha nulla da raccontare, non ha nessun motivo per crogiolarsi nel dubbio, non ha nulla per cui vale la pena lottare. Nessuno da amare. Nessuno che lo ama.

È vero… prima o poi, quel romanzo finirà. Nessun libro dura in eterno, nessuna opera è priva di finale. Ma un libro non lo si giudica dal fatto che sia finito, bensì dal fatto che sia durato. Lo si guarda per quello che è, lo si apprezza o lo si disprezza per quello che racconta. Di certo, non importa il quando. E non importa neanche il perché. Importa il come. Importa il con chi. Importa il per chi. Per tutto il resto… Insciallah. Se Dio vuole, se il Destino ce lo permette, se il Narratore ce lo consente.

Alessandro Frosio

Noi, giovani, giovani del XXI secolo

QUELLA COSA CHE SI CHIAMA RIVOLUZIONE 4/4

Seguito di “Quelle voci che volevano cambiare il mondo” pubblicato il 26.03.2021

Noi, giovani, giovani del XXI secolo, abbiamo tutto. Viviamo in un Paese democratico che non ci perseguita per le nostre idee, in cui è permesso manifestare il proprio pensiero e scrivere quello che si vuole senza dover temere di finire alla gogna. Andiamo a votare, siamo partecipi del nostro destino, eleggiamo chi vogliamo e se vogliamo. Ci possiamo vestire come ci pare, uscire con chi ci pare e quando ci pare, ascoltare la musica che preferiamo, andare a vedere un film al cinematografo o un quadro al museo.

Nessuno ci impone nulla. Il lavoro ce lo scegliamo noi, il percorso di studi anche. Ma soprattutto… abbiamo la possibilità di lavorare, abbiamo il privilegio di studiare. Frequentiamo le elementari e le medie, poi possiamo scegliere tra una vastissima gamma di scuole superiori. C’è un indirizzo per ogni gusto, per ogni attitudine, per ogni persona. Poi, possiamo approdare all’Università. E l’Università non è più quella cosa che fanno solo i più fortunati, i più abbienti, ma è quella cosa che ormai è alla portata di tutti.

Non viviamo in un paese in guerra. L’ultimo conflitto si è concluso nel 1945, quando se n’andarono quei biondi che erano i tedeschi e arrivarono quegli altri con la stella bianca che erano gli americani. Finì quando i partigiani finirono di ammazzare i vinti rimasti in vita, finì quando il sole tornò a risorgere sulle macerie. Poi, è vero, abbiamo avuto il terrorismo rosso e quello nero, abbiamo avuto e continuiamo ad avere fior fior di mafie e camorre e n’dranghete. Però, noi la guerra non ce l’abbiamo e nessuno di noi giovani l’ha mai vissuta. La famosa “cartolina blu” non ci è mai arrivata, il servizio di leva non è più obbligatorio.

Per noi la guerra è quella cosa lontana che ci fanno vedere i telegiornali, quella cosa che si combatte in terre remote che ieri si chiamavano Iraq, oggi Siria e domani chissà. L’abbiamo vista anche in quei film che ci piacciono tanto, quelli americani, dove i nostri stimatissimi divi hollywoodiani fanno gli agenti segreti che scappano dalle esplosioni, soldati che corrono nelle trincee ed elicotteri che scoppiano in aria. Oppure in quei libri di storia, quelli che leggiamo poco, in cui vediamo delle foto in bianco e nero con degli uomini in uniforme. Quegli uomini che potevano essere i nostri bisnonni, i nostri lontani zii. Che saremmo potuti essere noi.

Noi non abbiamo mai vissuto sotto una dittatura, sotto un regime che ti tappava la bocca e ti trasformava in una di quelle tante piccole pedine da mandare al macello. Noi non abbiamo mai corso sotto una pioggia di proiettili, lungo un ponte minato, in un campo tempestato di bombe. Non abbiamo mai visto un uomo armato, non siamo mai stati armati, non abbiamo mai avuto la necessità di fare del male a qualcuno se non alle zanzare in estate. Non abbiamo visto cadaveri putrefatti per le strade, non abbiamo mai visto gente gravemente ferita. Probabilmente, la maggior parte di noi non ha mai visto un morto in faccia. O una persona morire, di fronte ai propri occhi.

Non abbiamo mai patito la fame. Possiamo mangiare quello che vogliamo, quanto vogliamo, quando vogliamo e con chi vogliamo. Ieri siamo andati al Mc’Donand’s e oggi dal kebabbaro, mentre domani andremo al Sushi e poi magari in pizzeria o dal cinese che fa il gelato fritto. Mangiamo, mangiamo, mangiamo così tanto che abbiamo problemi di obesità. Ma anche di anoressia, di bulimia, perché c’è gente che per evitare di sentirsi grassa decide di non mangiare o che s’abbuffa con un’ingordigia raggelante. Viviamo in una società che abbonda così tanto di cibo che ci permette di essere vegetariani o vegani, che ci permette il lusso di rifiutare un pezzo di carne, una fetta di formaggio o una tazza di latte piuttosto che un uovo all’occhio di bue.

Viviamo così tanto nell’abbondanza che possiamo dire frasi del tipo “sono sazio”, “non ho più fame”, “questa cosa non mi piace”. Come? Questa-cosa-non-ci-piace? Veramente crediamo che sia normale essere sazi, non avere più fame, non avere più sete? Veramente crediamo sia normale buttare il cibo nella spazzatura e avere delle preferenze su cosa mangiare dove mangiare e con chi mangiare? Crediamo sia normale dire no-io-la-carne-non-la-mangio-perché oppure no-io-il-latte-non-lo-bevo-perché?

Non abbiamo mai patito il freddo, noi giovani del XXI secolo. Viviamo in case riscaldate, case che hanno i caloriferi ai muri se non un impianto a pavimento che ci permette di passare l’inverno a ventitré gradi. Ci permette di non avere le piaghe e i geloni ai piedi, ci permette di non svegliarci al mattino con il bicchiere d’acqua sul comodino completamente ghiacciato, ci permette di dormire ognuno del proprio letto e non in sei o sette nello stesso per scaldarsi a vicenda.

Le nostre case sono belle, pulite, ben illuminate. Magari sono dei piccoli appartamenti, ne convengo, ma anche il più piccolo e il più brutto degli appartamenti di questo XXI secolo ha la luce elettrica, l’acqua corrente e il bagno. Per defecare non dobbiamo andare a fare una buca in giardino, ma ci basta tirare uno sciacquone magari usando della carta igienica morbida e accomodante.

Ci possiamo lavare tutti i giorni, con sapone e acqua calda. Non dobbiamo immergerci in catini gelidi, non dobbiamo aspettare due settimane per poterlo fare e non dobbiamo usare l’acqua lercia già usata da nostro padre e da nostra madre e dai nostri fratelli. Abbiamo il sapone, i vestiti puliti, una lavatrice che li sistema per noi e un’asciugatrice che ce li asciuga per noi. Una lavastoviglie che ci pulisce le stoviglie, un’aspirapolvere che aspira da sola, un asciugacapelli che ci risolve mille problemi.

Ognuno di noi, infine, è sempre e costantemente iper-connesso con il mondo. C’è una televisione o più in ogni casa, c’è un cellulare in ogni mano. Possiamo scrivere ad un nostro amico che abita agli antipodi del globo e ricevere una risposta dopo due secondi. Possiamo avercelo, un amico che abita agli antipodi. E poi sentiamo il bisogno di condividere con ogni cellula vivente ogni minimo atto della nostra vacua esistenza. Dobbiamo far vedere a tutti il nostro nuovo paio di scarpe, il nostro nuovo taglio di capelli, il nostro nuovo cane se non il nostro nuovo porcellino d’India.

Vite passate così, su dei cellulari, a guardare il mondo o meglio a non guardare il mondo attraverso degli schermi luminosi. Senza contare che viviamo nel mondo dell’attrazione fisica, del piacere, della lussuria. I dati dicono che le ragazze perdono la verginità all’incirca a quattordici anni, i ragazzi verso i sedici. Possiamo baciare chiunque, uscire con chiunque, corteggiare chiunque e palpare qualunque cosa.

E noi, giovani, giovani del XXI secolo, noi che viviamo in un paese democratico che ci fa dire tutto quello che vogliamo, noi che se ci facciamo male veniamo curati, noi che possiamo fare il lavoro che vogliamo e studiare quello che vogliamo. Noi che la guerra l’abbiamo vista solo nei film, noi che non abbiamo mai patito la fame, il freddo, che viviamo in case riscaldate nonché in regge che sono regge per il fatto di avere luce elettrica e acqua corrente. Noi che siamo iper-connessi con il mondo, noi che possiamo scopare già a quattordici o sedici anni senza per questo essere menati dai genitori e rifiutati dalla società o costretti al suicidio. Sì… insomma, noi. Proprio noi. Quelli che hanno il telefonino a nove anni, il motorino a quattordici e la macchina a diciotto. Noi, noi che in tutto questo possiamo sollazzarci fino a che papà campa senza fare un giorno di lavoro, senza consumare le nostre candide manine.

Noi, che abbiamo tutto questo, non abbiamo il diritto di gridare R-i-v-o-l-u-z-i-o-n-e R-i-v-o-l-u-z-i-o-n-e nelle piazze. Non abbiamo il diritto di dire ai nostri vecchi ci-avete-tolto-il-futuro-ridateci-il-nostro-futuro. Perché i nostri vecchi, i nostri nonni, la guerra l’hanno conosciuta e spesso anche combattuta. I nostri nonni hanno patito la fame, hanno patito il freddo, hanno patito la povertà e la miseria più nera. Perché loro sono nati in quell’epoca in cui si lavorava a partire dai sei anni, in quell’epoca in cui si dovevano fare chilometri per raggiungere la scuola in cui si imparava solo a tracciare le aste e “fare di conto”.

Loro, i nostri nonni, la morte in faccia l’hanno vista. Hanno visto uomini armati, hanno visto uomini morti. Hanno visto fascisti che uccidevano partigiani e partigiani che uccidevano fascisti, nazisti che uccidevano parenti e amici e poi ancora partigiani che uccidevano altri partigiani. Uomini che uccidevano uomini. Vita che sopprimeva la vita. Tutto questo senza televisione, senza attori hollywoodiani, senza internet. Il loro problema più grande era che si moriva di fame e di freddo, mentre il nostro è solo che oddio-oggi-non-funziona-la-wi-fi.

Però, noi la R-i-v-o-l-u-z-i-o-n-e la vogliamo fare lo stesso. Organizziamo cortei, manifestazioni e scioperi studenteschi per rivendicare che il futuro è nostro e che quelli venuti prima di noi sono solo stati degli stronzi sfruttatori che ci hanno usato per il loro cinico egoismo. Alziamo bandiere, cori, urla, megafoni, per dire questo. Per sputare contro i nostri nonni cioè contro coloro che sono risorti dalle macerie, che si sono rimboccati le maniche, che hanno sconfitto la fame e il freddo, la guerra e la disperazione, la sofferenza e la miseria. E ci hanno permesso, oggi, di avere tutto quello che abbiamo e di fare tutto quello che facciamo.

No… ragazzi. Noi non abbiamo il diritto di organizzare queste manifestazioni, noi non abbiamo il diritto di dire ci-avete-tolto-il-futuro, di alzare biciclette scassate in aria con cui far-tremare-i-vecchi-sfruttatori-che-hanno-lucrato-sulle-spalle-dei-loro-figli. E allora? Che cosa dobbiamo fare? Innanzitutto, trovare una briciola di coraggio per dire “Grazie”. Grazie a quelli che sono morti per noi, grazie a quelli che hanno faticato e sudato per noi, per il nostro futuro. Perché loro, il futuro, non ce l’hanno mai tolto. Piuttosto, ce ne hanno regalato uno migliore del loro presente.

Infine, dobbiamo abbassare cartelloni e striscioni, megafoni e bandiere, ed iniziare a rimboccarci le maniche. Iniziare a studiare, veramente, tornare a lavorare. Dobbiamo sporcarci le mani, spaccarci le schiene, dimostrare a quei pazzi-vecchi-bigotti come li chiamiamo che anche noi siamo capaci di costruire un futuro migliore. Non servono le manifestazioni, non servono le parole. Servono i fatti.

Passare dalle parole ai fatti, lo so, costa fatica. Sudore. Ma può anche essere una cosa bella, la fatica, può essere anche una cosa gratificante. Come l’agricoltore che pianta un seme nel terreno e poi vede nascere una pianta. Quel seme, da solo, non serviva nulla. Ma poi la fatica e la dedizione hanno trasformato quel seme in un germoglio, quel germoglio in una pianta, quella pianta in fiori e quei fiori in frutti. Noi, oggi, dobbiamo continuare a raccogliere quei frutti. Ma non solo per mangiarceli, bensì anche per estrarne i semi da mettere sottoterra. Solo così, solo con i fatti, solo con l’ambizione, solo con la fatica, solo con la pazienza, potremo fare la nostra piccola, ma immensa, Rivoluzione.

Ecco, quindi, cos’è per me “quella cosa che si chiama Rivoluzione”.

Alessandro Frosio

Quelle voci che volevano cambiare il mondo

QUELLA COSA CHE SI CHIAMA RIVOLUZIONE 3/4

Seguito di “Quello, era il tempo in cui si moriva di fame” pubblicato il 24.03.2021

Un giorno, all’osteria, arrivò uno strumento rivoluzionario: la radio. L’osteria, da allora, divenne sempre più piena di gente che voleva ascoltare la voce che usciva da quell’aggeggio. Una voce forte, detonante, che pronunciava parole di salvezza e speranza, riscatto e rivoluzione. Eccola, quella parola. Rivoluzione. R-i-v-o-l-u-z-i-o-n-e R-i-v-o-l-u-z-i-o-n-e, dicevano le folle in ascolto. Quella voce forte, sicura, certa, era diventata una speranza. In pochi anni, al paese arrivò l’energia elettrica e poi il telefono. Iniziarono a costruire delle nuove case, dei nuovi edifici. Erano possenti, quegli edifici, così maestosi. Così grandi. E intanto quella voce continuava a parlare, a tracciare solchi, a falciare grano, ad arringare folle. E la gente, dall’osteria, la ascoltava.

Quella radio, quella voce, continuò a parlare per anni. Apparvero le sue immagini, le sue frasi scritte sui muri. Fece vedere il mare ai suoi fratelli più piccoli, fece conoscere la gloria al più grande in una terra che si chiamava Abissinia. Un giorno andò in città per entrare in uno di quei cosi chiamati “cinematografo”, dove facevano vedere delle immagini che si muovevano in cui quell’uomo veniva rappresentato in carne ed ossa. Quella voce, infatti, iniziò ad avere un volto, un nome. E bisognava fare l’Impero.

Arrivò la guerra e la giovinezza fu bruscamente interrotta. Bisognava andare, lasciare l’osteria, partire per chissà dove. Fu spedito in una terra lontanissima, lui che non s’era mai mosso fuori dalla propria provincia. Lavorando in un magazzino d’armi aveva conosciuto molti ragazzi della sua età, giovani, che provenivano da ogni parte d’Italia. E poi c’erano anche i biondi, quelli seri, che di sorriso non ne facevano manco mezzo. In un giorno come tanti, furono proprio loro a prenderlo per il braccio e a scaraventarlo in quel furgone insieme ai suoi connazionali. Furono messi in un treno, in carri da bestiame, diretti chissà dove e soprattutto chissà perché. Cosa gli avevano fatto di male?

Fu portato in una terra senza vita. Dove c’era la neve, c’era il gelo, il ghiaccio, il freddo. E bisognava lavorare, come sempre, come tutti, come la vita impone. Ma lì, ad imporlo, erano ancora quei biondi con i fucili carichi tra le mani. In quel campo non c’erano solo italiani, ma anche polacchi, finlandesi, francesi e greci. I greci ce l’avevano a morte, con lui, con l’Italia, con quella voce ormai scomparsa. Ecco… dov’era quella voce? Perché non parlava più? Perché non rivoluzionava più? Un fantoccio, ecco, ecco a chi apparteneva quella voce che parlava di rivoluzione. Ad un fantoccio, ad un buffone, ad un comico che faceva i suoi spettacoli con un buffo berretto in testa.

Lavoravano anche diciotto ore al giorno, sempre, scavando buche. Non potevano lavarsi e dormivano sul pavimento in enormi stanzoni sovraffollati. Mangiavano un pezzo di pane raffermo a testa, la sera. Usando dei bastoncini, loro del gruppo di italiani, avevano costruito una piccola bilancia con cui pesavano quelle misere razioni di cibo per evitare che qualcuno se ne approfittasse e ne mangiasse di più. A volte si litigava, si litigava anche solo per una briciola. Altre volte, invece, qualcuno tentava di uscire dalla capanna per andare a cercare dell’altro pane o qualche patata. Alcune volte andava bene, e si faceva festa. Altre, invece, si sentiva solo una raffica di mitra. E poi il silenzio.

Una notte, però, uno di quei biondi entrò nella loro stanza e con tono autoritario li condusse in una delle zone più remote del campo. Temevano il peggio. Ma lui, quel biondo, anziché ammazzarli come loro pensavano, li fece evadere. “Weg, weg, weg! Renn weg! Via, via, via! Andate via!” Uscirono e scapparono, nel bosco, per poi scomparire nel buio.

E così iniziò quell’odissea in cui percorsero foreste, paesi devastati, fiumi di sangue, praterie desolate. E poi ancora boschi, e poi le montagne. E il freddo, e il gelo, e un viaggio che non vedeva mai la fine. Mangiavano quello che trovavano come bacche, radici, funghi… lumache, soprattutto lumache. Ma poi, dopo tanto tempo, riuscì a tornarci, a casa sua. Quella vera, l’osteria del papà. Ma era occupata, al suo posto c’erano ancora quei biondi che la usavano come fosse una caserma. La Zia brutta era morta, il nonno anche, il papà era ormai un vecchio che con le sorelle era subordinato agli ordini dei biondi.

E i fratelli? I fratelli erano su in montagna, tra i ribelli, a combattere. E allora li raggiunse anche lui, quei ribelli, quei fratelli, con cui si unì riprendendo ancora una volte le armi in mano. Ma gli altri della brigata erano arroganti, eccentrici, parlavano di una Rivoluzione. Ecco. Ancora una volta quella parola. Rivoluzione. Una parola che lo intimoriva, visto che non aveva mai portato nulla di buono. Quelli lì parlavano di un certo paese lontano, in oriente, che aveva trovato la via della libertà e della giustizia. Un paese dove non c’erano né oppressi né oppressori, dove la vita era migliore perché tutti venivano trattati allo stesso modo. Ma lui non la voleva fare, la Rivoluzione. Non gliene importava nulla. Lui voleva solo ritornare alla normalità. Voleva una moglie, una famiglia, una vita tranquilla. Al diavolo, la Rivoluzione!

Poi, i biondi, se n’andarono. Se n’andarono quando arrivarono gli altri, quelli dei carri armati con la stella bianca. Sì, proprio loro… quelli che gli paracadutavano le armi e le munizioni, che gli avevano portato delle scatole con dentro del cibo e che facevano i cascamorti con le ragazze del paese. Ragazze che la davano. Ragazze che la facevano pagare. Ma poi, quei ragazzi a stelle e a strisce, scomparvero, cosicché lui poté tornare da suo padre e dalle sue sorelle.

Ma la guerra non era ancora finita. Quei suoi compagni dal fazzoletto rosso continuarono a sparare, continuarono a gridare R-i-v-o-l-u-z-i-o-n-e, R-i-v-o-l-u-z-i-o-n-e. Continuarono ad ammazzar gente, gente che aveva appena perduto la guerra ma non ancora la vita. E le loro donne, le loro mogli, venivano stuprate, rapate a zero e costrette a correre seminude per le strade. Il suo fratello maggiore, quello che per primo era entrato nelle bande e che ora criticava quelle sconcezze, fu trovato morto lungo un sentiero. Era andato a cercar funghi, ma aveva solo trovato il fuoco che fino al giorno prima gli era amico.

Poi, un giorno, accadde una cosa strana. Bisognava andare a fare la fila di fronte ad un vecchio edificio e, con una matita, fare la croce su un pezzo di carta da mettere in un’urna. Anche le sorelle ci andarono, anche le nonne e le mogli e le comare del paese. E fu strano. Le cose, forse, stavano iniziando a cambiare. Ma a cambiare veramente. Rivoluzione? No… nessuna rivoluzione. Bisognava rimboccarsi le maniche, ancora una volta. E lavorare. Lavorare per un futuro migliore.

FINE TERZA PARTE

Continua domenica con “Noi, giovani, giovani del XXI secolo”

Alessandro Frosio

Quello, era il tempo in cui si moriva di fame

QUELLA COSA CHE SI CHIAMA RIVOLUZIONE 2/4

Seguito di “R-i-v-o-l-u-z-i-o-n-e” pubblicato il 22.03.2021

Anche lui era stato giovane come quei ragazzi che oggi manifestano per le strade. Però rammendava che la sua, di gioventù, era stata molto diversa dalla loro.

Perché lui era nato in quell’epoca, lontana ma non troppo, in cui si moriva di fame. In una casa senza riscaldamento in inverno e senza aria condizionata in estate, dove nei mesi freddi ci si svegliava al mattino con l’acqua gelata nel bicchiere e i ghiaccioli che pendevano dalla finestra. In quell’epoca lontana dove non c’era internet e neanche la televisione, il telefono, l’acqua calda, l’energia elettrica, il bagno in casa. L’automobile ce l’aveva solo il medico, il brigadiere e il veterinario due motociclette. Ma era già grande cosa, visto che le strade non erano asfaltate e i bambini andavano in giro sempre a piedi nudi. E con i calzoncini corti. Anche in inverno.

In famiglia erano in sei fratelli e, con i genitori, vivevano insieme al nonno e alla sorella zitella di papà, la zia brutta. Anche se, in realtà, i fratelli sarebbero dovuti essere otto e non sei. Con sua mamma, il papà era già al secondo matrimonio perché la prima moglie era morta di parto. Erano nati due gemelli, ma uno dei due morì dopo sei mesi di vita. Fortunatamente il padre era riuscito a trovarsene un’altra, di moglie, con cui però non riusciva ad avere figli. E allora, un giorno, quella santa donna partì di buon mattino e a piedi scalzi percorse chilometri e chilometri recitando sfilze di Ave Marie e Pater Noster, fino ad arrivare a quel lontano santuario mariano. “Maria, madre delle madri, donaci la grazia di avere un figlio.” Dopo dieci mesi, il figlio arrivò. Anzi… una figlia. E una figlia era un problema, a quei tempi, molti le abbandonavano. O le annegavano.

Un giorno, però, quella bella bambina all’asilo proprio non ci voleva andare. Strano… solitamente le piaceva. Nel pomeriggio, mentre lavorava in cucina, la mamma sentì un concitato vociare lungo la strada. Uscì di corsa di casa, vide un nugolo di persone poco distante. Urlando, corse verso di loro. C’era la Suorina dell’asilo con una bambina in braccio. Aveva del sangue alla testa. “Cadendo dalla sedia ha battuto la testa sul tavolo” le disse la monaca. E gliela porse, in un bagno di lacrime. Poi nacquero anche gli altri. E nacque anche lui, non senza complicazioni nel parto che si svolgeva sempre in casa.

Il papà aveva un’osteria e per questo girava brutta gente, per la loro casa… nascere e crescere in quell’ambiente, infatti, non fu facile. La povertà imperava, la miseria generale era la più nera. Gli uomini del paese, quindi, andavano da loro per ubriacarsi e dimenticare le disperazioni della giornata. E bevevano, bevevano, bevevano fino a perdere la vista e a cadere per terra. E allora lui, insieme ai suoi fratelli, li doveva prendere con la forza per buttarli fuori. E certe volte, quegli ubriaconi, erano pure violenti.

Quella era l’epoca in cui si mangiava la polenta tutti i giorni. Polenta senza-niente era la specialità della casa, ma a volte si aveva il lusso di gustare anche polenta taragna, polenta con il latte, polenta con il pane. Pane nero, non bianco. Ma non perché andavano di moda i-cinque-cereali o la-farina-di-segale-con-semini-di-nonsocché, bensì perché quello normale costava troppo. Ce l’avevano solo i Signori, quel pane, ma in quei luoghi di Signori ce n’erano gran pochi e al paese erano quasi tutti al loro servizio. Mezzadri, coloni, affittuari, mondine… questi erano i lavori. C’erano alcune donne impiegate in una vicina filanda, certo, ma erano poche. E con turni massacranti. Lavoravano tutti i giorni, almeno quindici ore, senza sabato né domenica. E così anche nei campi, dove si iniziava alle prime luci dell’alba e si tornava a casa quando il sole era calato da un pezzo.

La scuola era distante cinque chilometri e tutte le mattine la doveva raggiungere prendendo quel piccolo sentierino che costeggiava i campi. La maestra era una sola e in quella stanza ci stavano studenti di prima-seconda-terza elementare, tutti insieme. Non c’erano altre aule, non c’erano altre insegnanti. Tutti maschi, inoltre, perché le bambine dovevano andare in un’altra sezione dell’edificio e con loro non si poteva comunicare. La pena, per chi trasgrediva le regole, consisteva nello stare in ginocchio sui chicchi di mais.

Le aule erano povere, scrostate, con dei banchi in legno vecchi e cigolanti pieni di tarli rumorosi. Inoltre, in inverno, ogni studente doveva portare a scuola un tocco di legno da mettere nella stufa. Era obbligatorio, altrimenti si moriva di freddo. E se non lo portavi, ti beccavi le legnate sulla schiena così come quando osavi rispondere male all’insegnante, non studiavi, non scrivevi ordinato o ti sporcavi le mani d’inchiostro. La maestra aveva un bastone, un bastone che faceva male ed incuteva molta paura.

Studiavano la consecutio, loro, che parlavano esclusivamente in dialetto. L’italiano era un idioma sconosciuta nelle loro famiglie e anche la maestra, in realtà, non lo parlava alla perfezione. Poi dovevano fare le aste sul quaderno, studiare le lettere sull’abbecedario, memorizzare le poesie, imparare “a fare di conto”. E poi? Chi lo sa… ma va da sé che praticamente nessuno proseguiva negli studi. Bisognava aiutare nei campi, faticare, mettere insieme il pranzo con la cena.

Già a sei o sette anni lui lavorava, come tutti i bambini nel paese. C’era da aiutare la famiglia all’osteria, c’erano da scopare i pavimenti, apparecchiare le tavole, servire i clienti, pulire le stoviglie e le pentole bruciacchiate. Poi bisognava andare a cercare la legna e a spaccarla per il camino, tentare di acchiappare i pesci con il solo uso delle mani e della furbizia. Con i suoi fratelli, infatti, passava le ore al fiume con i piedi immersi nell’acqua gelata. Costruivano delle piccole dighe con i sassi per intrappolare le trote e prenderle, così, con le mani. Non avevano canne da pesca, non avevano retini. Solo buon occhio e tanta, tanta, tanta fame. Fame che gli rodeva il fegato, fame che li faceva piangere, fame che li teneva svegli di notte.

S’ammazzava il maiale una volta all’anno e con esso si facevano gli insaccati, i prosciutti, le “sanguinelle”, ovvero torte dolci fatte con il sangue. Del maiale, infatti, non si buttava via niente. In complesso, però, la carne era un piatto raro, ma non perché erano tutti ambientalisti-vegetariani-vegani. E va da sé che nessuno, dico nessuno, osava rinunciare anche solo ad un pugno di lardo dicendo che va-contro-i-miei-principi o che io-sono-animalista-e-la-carne-non-la-mangio. Non esisteva nessun animalismo, nessuna presunta speculazione sulla carne, nessun problema etico nello squartare un vitello.

La sera, in casa, ci si ritrovava tutti insieme accanto al camino. Non c’era nessun telecomando da maneggiare, nessun talent-show reality-show talk-show da seguire. Nessuna televisione. Nessuna connessione wi-fi. Si stava insieme e si parlava, si cantava. Soprattutto, si recitava il rosario. Ave Maria Grazia plena dominus tecum… tutto in latino. Un latino sbiascicato, poco conosciuto, ma che tutti ripetevano concitatamente. Benedicte tu in mulieribus e benedicte fructus ventris tui Iesus. Intanto la mamma faceva la maglia o rammendava un calzettone, mentre lui e i fratelli sgusciavano i grani delle pannocchie per la polenta. Sancta Maria mater dei ora pronobis peccatoribus. Lui e i suoi fratelli capirono, fin da piccini, che il piatto della minestra non si riempiva da sé. E se qualcuno di loro lamentava stanchezza o si rifiutava di obbedire ad un ordine, prendeva tante di quelle botte da far venire il culo viola. Bisognava obbedire, obbedire e basta. Nunc et in hora mortis nostrae. Amen.

Sei fratelli. Sei fratelli che dormivano insieme, nello stesso letto, tre da un capo e tre dall’altro. Le lenzuola erano gelide, ma in quel modo riuscivano ad intiepidirle in poco tempo, anche se gli spifferi della casa erano tanti. Le finestre erano fragili, i termosifoni non esistevano, i muri erano impregnati di umidità e l’acqua colava dal soffitto. Andavano a letto sporchi, sudici, stremati dopo una giornata di lavoro. Si lavavano una volta ogni due settimane e lo facevano immergendosi a turno in un piccolo catino di latta. L’acqua era sempre gelata e per questo bisognava fare in fretta. Ma soprattutto, l’acqua, era sempre la stessa. Prima si lavava il nonno, poi il papà, poi la mamma, poi la zia brutta, poi i fratelli e infine le sorelle in ordine d’età. Per defecare, invece, c’era una buca in giardino.

La domenica era giorno di festa e si indossavano i “vestiti belli” per andare alla Messa. La Chiesa non era vicina, ma in alto, arroccata su una collinetta. Tutto il paese saliva, sempre,  andandoci anche se nevicava, se pioveva, se grandinava. Se c’era la nebbia si andava tenendo in mano una candela per farsi strada. Poi c’era la catechesi, la “dottrina”, infine i vespri pomeridiani e la sera di nuovo il rosario.

Ma poi, quando aveva otto anni, la sua amata mamma s’ammalò. Una malattia stupida, ma che al tempo non era ancora curabile. “Fa stödià i mei tosai. Fai studiare i miei bambini” disse al marito prima di morire il quale promise solennemente. Poi pianse. Anche la sua seconda amata moglie se n’era andata e sulle sue spalle gravavano il nonno, la sorella, sei figli. E un’osteria in crisi da mandare avanti.

FINE SECONDA PARTE

Continua venerdì con “Quelle voci che volevano cambiare il mondo”

Alessandro Frosio

R-i-v-o-l-u-z-i-o-n-e

QUELLA COSA CHE SI CHIAMA RIVOLUZIONE 1/4

Mattino presto. Sole. C’era fervore, in città, c’era tensione. Un corteo. Un lungo corteo, colorato, che partiva dalla Stazione per poi svilupparsi lungo il viale principale. E c’era tanta gente. Tanti giovani. Giovani che continuavano ad urlare, a cantare, ad esultare come dei forsennati. Era mattina, certo, ma quel giorno non erano andati a scuola. No… dovevano scioperare, dovevano balzare, dovevano farlo per dimostrare al mondo il proprio valore alzando i pugni al cielo.

Quella mandria continuava ad avanzare, lentamente, incalzata dai cori e dalle grida di ragazzi che le intonavano dal furgone che apriva la sfilata. Ragazzi con indosso delle magliette d’un colore acceso, ridente, con stampigliato il simbolo d’un movimento che voleva stravolgere ogni cosa. Il mondo non andava bene, faceva schifo, bisognava riformarlo. E quei ragazzi erano lì per dimostrare di esigere quel cambiamento, di essere quel cambiamento.

Era una festa. C’era il sole, c’erano i colori e i sorrisi e i cartelloni e la musica e gli applausi. Le grida. I cori. Ci-avete-rubato-il-futuro, saltiamo-le-lezioni-per-insegnarvene-una.

Noi viviamo in una società che non ha mai pensato alle future generazioni. Una società, un mondo, che ha sempre e solo pensato a sé stesso e che non ha mai avuto un occhio di riguardo nei confronti di chi sarebbe venuto dopo. Hanno consumato, hanno distrutto le risorse di questo Pianeta e con esse il nostro futuro. Ci hanno tolto il futuro, ci continuano a rubare il nostro futuro!”

La folla inferocita esultava, gridava, intonava: “Giù-le-mani-dal-nostro-futuro-giù-le-mani-dal-nostro-futuro.”

“Ci hanno preso in giro! Ci hanno continuato a raccontare balle su un’ipotetica crescita infinita, su un ipotetico benessere indeterminato. Ci hanno raccontato un sacco di bugie per nascondere le loro colpe, i loro errori, i loro egoismi e le loro arroganze! Ci hanno usato e continuano ad usarci. Dicono che siamo la gioventù-bruciata, la gioventù dei buoni a nulla. Ora basta! Basta menzogne! Basta bugie! Rivogliamo-il-nostro-futuro, la-nostra-dignità, i-nostri-diritti!”

“Ecco-noi-siamo-noi-siamo-il-cambiamento. Ecco-noi-siamo-noi-siamo-il-cambiamento!” interruppe la folla con un tripudio di applausi, grida e bandiere sventolate al vento.

“E siamo qui a dirglielo, a spiegarlielo, ad urlarglielo. Hanno lucrato sulle nostre spalle per anni, ma ora basta. Ora si cambia. Ora ci siamo noi. Noi… il popolo del presente, la speranza del futuro! Perché il futuro è nostro… non è loro! E oggi noi ce lo riprendiamo, il nostro futuro, ce lo riconquistiamo. Con le parole, con le piazze piene… e anche con la forza, se necessario! E la storia non finisce qui, la battaglia è appena incominciata. E noi lotteremo. Lotteremo, sempre, uniti. Giovani… giovani del tutto il mondo, unitevi! Unitevi alla lotta!”

“R-i-v-o-l-u-z-i-o-n-e, R-i-v-o-l-u-z-i-o-n-e, R-i-v-o-l-u-z-i-o-n-e, R-i-v-o-l-u-z-i-o-n-e.”

“Siamo qui di fronte a voi, vecchi sfruttatori, per dirvi che non ci stiamo più! Vogliamo riprenderci quello che ci avete tolto! Siamo i vostri figli, i vostri nipoti… insomma, quelli che pagano e pagheranno in futuro per il vostro lusso sfrenato e il vostro egoismo incontrollato. Noi siamo… Noi faremo… Noi vogliamo…”

Nel frattempo, lungo quelle strade, passeggiava un vecchio solitario. Camminava lentamente, sulle sue gambe incerte, armato di un bastone che stringeva nella mano destra e un buon giornale sotto il braccio. Aveva il viso consunto, rugoso, gli occhi vacui che giacevano dietro un paio di occhiali dalle esili stanghette dorate. Indossava un piccolo cappello marrone, un paio di pantaloni di velluto color nocciola e un vecchio cappotto sbottonato che rivelava un maglioncino di lana color amaranto, una camicia a quadretti e una cravatta celeste. Ed era fragile, stanco, con le mani che tremavano come foglie.

Tutte le mattine usciva di casa alle prime luci dell’alba. Andava in Chiesa a dire il rosario di fronte alla Madonna, prendeva il giornale e poi si incamminava verso il suo bar preferito. Quell’isolato, ormai, era diventato il suo mondo, la sua vita, l’anticamera dei suoi ricordi e di una morte che, si sentiva, era sempre più vicina. La percepiva nell’aria, la sentiva nelle gambe, avvertiva che sarebbe potuta arrivare da un momento all’altro.

Ma quel giorno, in centro, c’era tumulto. Non c’era il traffico di sempre, quello che produceva tutta quella puzza che lo faceva tossire come un dannato. No… quel giorno di sole c’era gente, c’era molta gente. E c’era rumore. Giovani. Giovani che urlavano, giovani che s’agitavano, giovani che cantavano, gridavano e ballavano. Ma che cosa volevano quei cari figliuoli? Perché non erano a scuola? E quanto fracasso, quanto trambusto, quante paranoie per le sue povere e vecchie orecchie! Ma cosa avevano per la testa, quella volta?

D’un tratto, però, poco di fronte a lui apparve un aggeggio lampeggiante che in poco tempo esplose. Il povero vecchio si spaventò a morte, il suo cuore iniziò a sussultare all’impazzata, i nervi smisero di ragionare. E le sue gambe cedettero, il bastone rotolò per terra, il cappello scivolò in una pozzanghera fangosa. Il colpo fu pesante, duro, sul marmo gelido del marciapiede. La vista si offuscò, gli occhiali si ruppero lontani. Per qualche attimo sentì ancora quel forte vociare e quella forte musica. Rumori. Botti. Delle urla, una voce al megafono in sottofondo. Un ragazzo biondo pieno di riccioli, all’inizio del corteo, che alzava minaccioso una bicicletta scassata per mostrarla al pubblico in visibilio. E poi ancora della musica, ma le melodie si facevano sempre meno orecchiabili, sempre più spezzate, sempre più incerte. Passi. Passi di ragazzi, di scarpe da ginnastica, calzature firmate, nuove, che battevano pesantemente sull’asfalto. Caviglie scoperte, bottiglie di vetro che rotolavano, da sole, tra una gamba e l’altra. Mozziconi di sigarette. Una cacca di cane dimenticata, mai raccolta, che giaceva poco vicina. E il sole. I rami di un albero, la luce che penetrava e fendeva a macchie. Poi basta. Un respiro. Silenzio. E cadde nel vuoto.

FINE PRIMA PARTE

Continua mercoledì con “Quello, era il tempo in cui si moriva di fame”

Alessandro Frosio

Siamo italiani o pulviscolo umano?

È passata, ma nessuno se n’è accorto. È arrivata come arriva un vento d’aria fresca, una brezza che vuole accarezzare i fili d’erba e le frasche degli alberi, la superficie dei mari, le rocce delle montagne. Perché il vento, solitamente, fa questo effetto: scuote. Scuote la natura, scuote gli animali, scuote gli uomini. Ma questa volta, quel vento non ha sortito nessun effetto. È arrivato, ma i fili d’erba non hanno risposto alle sue carezze e le frasche degli alberi non si sono mosse, così come la superficie dei mari e le rocce delle montagne. Nessuno se n’è accorto, ch’è arrivata quella brezza, nessuno l’ha avvertita.

Mi sto riferendo alla vergogna con cui anche questa volta noi italiani ci siamo dimenticati di essere italiani. Mi sto riferendo al fatto che il 17 marzo del 1861, in un certo parlamento di una certa città subalpina, un certo Re dichiarò la nascita di un certo Stato, di una certa Nazione, di una certa Unità e di una certa Pace. Ci fu un certo Risorgimento, ci furono certi eroi. Ci furono battaglie, accordi sottobanco, navi cariche di soldati e poi approdi e assalti e imboscate e società segrete e inni, inni cantati, cantati al vento. Un vento che cambiò per sempre quel certo Stato cioè quella certa Nazione. Un vento che oggi, in quello stesso Stato cioè in quella stessa Nazione, ha smesso di smuovere i fili d’erba e le frasche degli alberi.

E lo so che una certa fetta della popolazione, al sol sentire la parola “Patria”, inizia a sputare fior fior di nazionalista-nazionalista e fascista-fascista. Come se il patriottismo fosse la stessa cosa del nazionalismo, come se provare rispetto per la propria terra e amare la propria gente  significa essere un figlio di Mussolini. Una convinzione che tempo fa ha portato un mio caro amico a suggerirmi di toglierla, quella bandierina tricolore dal mio stato Whatsapp, perché-pòta-così-sembri-un-fascista. A me lo venne a dire, che con il fascismo non ho nulla da spartire.

Non confondiamo l’aceto con il vino, perché se nazionalismo e patriottismo non sono parole antitetiche e contrarie poco ci manca. Un conto è uccidere per la presunta supremazia della propria razza o del proprio Dio, un conto è sventolare un tricolore dal terrazzo e difenderne i valori. Il nazionalismo, infatti, è quella cosa con la quale si sono compiute alcune tra le più orribili nefandezze di questo mondo. Quello strumento, quella scusa – o almeno una di quelle tante scuse – con cui si imbracciano i fucili e si sparge sangue per le terre e le strade di Montaperti, Verdun, Pearl Harbour, Berlino, Montecassino, Saigon, Hanoi, Beirut, Lubiana, Zagabria, Tripoli, Aleppo, Damasco. Quella cosa che ti imbottisce di scempiaggini e che con quelle scempiaggini ti fa andare al macello, alla guerra, ora pronunciando Mein-Fuhrer, ora pronunciando Allah-Akbar.

Il patriottismo, invece, è un’altra cosa. Essere patriottici vuol dire sentirsi parte di una comunità, sentirsi un tutt’uno con la terra in cui si è nati e voler bene ai propri conterranei come se fossero dei fratelli. Vuol dire avere dei valori, conservare dei principi, proteggere una cultura e tramandare una Storia. Ma noi italiani, purtroppo, non siamo patriottici. In compenso, noi siamo il popolo che cerca sempre delle scappatoie in tutto, che in una legge appena emanata – scusate, in un dpcm, visto che le leggi non vanno più di moda – cerca il cavillo per aggirarla. E va da sé che quel cavillo lo trova quasi sempre, visto che a scrivere quelle leggi e quei dpcm sono sempre degli italiani con i medesimi obbiettivi. Declamiamo e vomitiamo centinaia di diritti, ma ignoriamo o fingiamo di ignorare l’altra faccia della medaglia che porta il nome di “doveri”.

La nostra frase tipica è: “Questa è l’Italia!”. Il pullman è in ritardo e diciamo questa-è-l’Italia, le scuole e gli edifici pubblici cadono a pezzi perché questa-è-l’Italia, le strade non ci sono o hanno i buchi o sono lastricate male perché questa-è-l’Italia, la giustizia non funziona e i processi sono lunghi perché questa-è-l’Italia. Le imprese chiudono, la disoccupazione galoppa, i migliori emigrano, i peggiori immigrano, i politici corrompono e sono corrotti, la burocrazia è un muro di carte impenetrabile, i ponti crollano e i treni sono perennemente in sciopero perché questa-è-l’Italia, non-ci-possiamo-fare-nulla-perché-questa-è-l’Italia.

Ci lamentiamo di tutto, e poi non paghiamo le tasse. Diciamo questo-qui e questo-là e poi non seguiamo la raccolta differenziata, parcheggiamo in doppia fila, non emettiamo lo scontrino, superiamo i limiti di velocità, ci facciamo pagare in nero e raccomandiamo ad un posto fisso il figlio del cugino dell’amico. Ecco… ora ho capito perché il 17 marzo, la festa dell’Unità d’Italia, la festa del Riscatto, la festa della Fratellanza… insomma, la festa della Patria, noi non la festeggiamo. Non la festeggiamo perché non ce ne importa nulla, della Patria. Perché non abbiamo la benché minima intenzione di essere uniti, di riscattarci, di sentirci tutti fratelli. Ecco… ecco perché. Ora ho capito.

Nessuno, infatti, s’è ricordato che il 17 marzo di centosessant’anni fa un certo Re in un certo parlamento di un certa città subalpina dichiarò la nascita di una certa Nazione che, dopo essere stata “da secoli calpesta e derisa”, aveva ritrovato la forza di dimostrare a Metternich di non essere solo-un’espressione-geografica. I notiziari non ne hanno parlato, i giornali non hanno dedicato neanche uno straccio d’articolo, per ricordarlo. Certo… qualche politico politicante avrà magari “postato” una foto, due righe. Ma la cosa sarà morta lì, in un “post”, in un freddo ed inutile “post” a cui saranno seguiti alcuni stupidi commenti con i cuoricini e i sorrisetti puntualmente alternati da altri ancora più stupidi e tempestati di insulti multicolori. Poi basta. Vite umane sacrificate per nulla, pagine di Storia lavate nell’acido… e un Risorgimento, una Patria, scagliata nell’oblio collettivo e nel torpore della rete.

Oggi, è vero, abbiamo molti problemi. Questi problemi si chiamano covid e quarantena, didattica a distanza e vaccini. Ma questo non è un motivo valido per dimenticare chi siamo e da dove veniamo. Anzi, dovrebbero proprio essere i momenti più difficili ad unirci in un’unica Nazione, in “un’unica speme”. Gli americani, per esempio, hanno issato la bandiera a stelle e a strisce e cantato il proprio inno dopo gli attacchi islamici dell’11 settembre 2001. Gli inglesi dopo i bombardamenti aerei da parte dei nazisti. I francesi dopo le stragi jihadiste di Parigi. Noi, invece, solo quando la Nazionale vince i mondiali di calcio…. solo quando vince, mai quando esce al primo turno o non arriva manco a qualificarsi.

Sono troppo catastrofista? Sì, può essere. Me ne rendo conto. Ma una cosa è certa: possiamo cambiare, possiamo migliorare. Perché se non cambiamo, se non miglioriamo, se non ci uniamo veramente una volta per tutte, allora non ci resterà altro da fare che dare ragione a Montaigne quando scriveva che l’Italia “è un paese di morti, abitato solo da pulviscolo umano”. Scusate, ma io direi che sarebbe proprio bello dimostrare al Signor Montaigne che si sbagliava di grosso. E il primo passo che possiamo compiere per dimostrarglielo, forse, è proprio quello di ricordiamoci che il 17 marzo deve essere una festa, una festa di Unità, una festa di Pace, una festa di Fratellanza. Poi bisognerà passare dalle parole ai fatti, ma se ci impegniamo, se ci crediamo, non potrà che essere una storia meravigliosa.

Scusate se lo dico ma… tanti auguri, Italia!

Alessandro Frosio

C’è il sole all’orizzonte: una nuova alba sta sorgendo

Eccoci qui. Oggi è l’ultimo giorno di questo funesto 2020: un anno che era carico di speranze, ma che ha dimostrato fin da subito di essere un nostro acerrimo nemico. Un anno ingrato che ci ha costretto alla lontananza, alla distanza, alla solitudine, alla sofferenza. Abbiamo vissuto e continuiamo a vivere in una situazione tragica, in cui siamo obbligati ad uscire di casa in maschera e a guardarci da lontano, passare le festività in solitudine e limitare i momenti di socialità, di amore e di amicizia.

Questo è un anno che ci ha privato delle più fondamentali libertà su cui si basa l’esistenza stessa dell’essere umano. Un anno che ci ha vietato di uscire di casa quando vogliamo e di incontrare chi vogliamo, che ci ha interdetto la possibilità di fare nuove conoscenze e stringere la mano ad un amico o abbracciare un fratello. Un anno tremendo, infingardo, che ci ha messo in ginocchio rendendoci incapaci di scorgere all’orizzonte un futuro migliore.

Noi, noi che viviamo nel XXI secolo e che siamo nati nel benessere. Noi che non abbiamo conosciuto la guerra, noi che non abbiamo vissuto la povertà, noi che scorgiamo la miseria solo in televisione e nei bollettini di qualche parrocchia missionaria. Noi, che non siamo abituati a vivere nelle limitazioni e che non abbiamo mai lottato per la libertà perché siamo figli, della libertà. Esatto, proprio noi: la prole dell’epoca moderna, della civiltà occidentale, che nascendo non ha conosciuto le catene dei regimi autoritari. Come potevamo immaginare che all’improvviso la pacchia sarebbe finita? Noi non siamo abituati a vivere nei divieti, abbiamo sempre vissuto in un mondo che parla in continuazione di diritti, ma quasi mai di doveri. Un mondo che predica il futuro, ma che non studia il passato e vive in un presente che non vuole capire. Un mondo, insomma, che ci ha messo le dita negli occhi quando di colpo un essere invisibile ha iniziato a scuoterlo come se fosse un nocciolo carico di frutti. E Dio solo sa quanti frutti sono caduti.

Ancora oggi, tutto questo ci sembra assurdo. La gente muore, i negozi abbassano le saracinesche, le scuole e molti uffici sono diventati discariche di polvere. Dove c’erano studenti, ora ci sono solo banchi vuoti. Al posto delle risate, degli scherzi, degli amori, dei sorrisi e anche dei pianti, ora ci sono solo aule deserte con le sedie sui banchi, le lavagne pulite, i calendari fermi a settembre. Dove una volta c’era un ristorante, ora c’è un forno spento. Dove una volta c’era una bottega, ora c’è solo una buia stanza priva di colore. La situazione è drammatica, la soluzione pare ancora lontana.

Questo anno funesto, insomma, ci ha portato via tante cose. Ma c’è una cosa che non possiamo permetterci di lasciargli: la forza, la forza e la voglia di reagire. Questa no, questa non se la dovrà portare via per nessun motivo al mondo. È il momento, il momento di rimboccarsi le maniche. Dobbiamo farlo, insieme, uniti, per cercare di riprenderci quello che ci è stato tolto. Dobbiamo riconquistare la nostra vita e tornare a credere, sperare, sorridere, amare, abbracciare. Non possiamo permetterci un altro anno di sofferenze, non abbiamo il fisico per sopportare altre miserevoli condanne.

Domani non si aprirà soltanto un nuovo anno, bensì un nuovo decennio, i nuovi anni Venti. E sta a noi decidere come gestirli: possiamo continuare a piangere sul latte versato e rassegnarci al corso degli eventi dandola vinta ad uno stupido virus invisibile, oppure possiamo destarci e ricostruire pezzo per pezzo tutto quello che questo terribile terremoto ha vigliaccamente disgregato. Possiamo anche costruirlo meglio, il nostro mondo, migliorarlo. Dobbiamo cogliere l’occasione per ripartire e tracciare, passo passo, un nuovo sentiero che possa essere più responsabile, serio e lungimirante rispetto a quello che abbiamo percorso fino ad oggi.

Sta a noi decidere, a decidere che cosa studieranno i nostri figli e nipoti quando nei corsi di storia del futuro affronteranno i capitoli degli “anni Venti” del XXI secolo. Io mi auguro che quelle saranno delle belle pagine di storia e che i nostri figli e nipoti potranno studiare con passione uno dei decenni più illuminanti della storia recente. Mi auguro che quei libri – ancora tutti da scrivere – racconteranno di una civiltà e di un Paese che, usciti frastornati da uno sconvolgimento senza precedenti, hanno ritrovato fiducia in sé stessi e hanno messo da parte le sofferenze passate per provare a ricostruire tutto quanto. Una civiltà, come l’Occidente, e un Paese, come l’Italia, che non si sono arresi. E che hanno reagito, sempre, spremendosi fino all’ultima goccia di sudore: mi auguro che quei libri di storia parleranno di questo.

Ecco che cosa dobbiamo fare a partire da domani, ecco qual’è il sentiero che dobbiamo iniziare a tracciare. E dobbiamo farlo insieme. In barba al 2020 che ci vuole morti, noi dovremo uscire più vivi che mai. Certo, ancora per un po’ di tempo dovremo fare i conti con morti, indici di contagiosità, mascherine, restrizioni e privazioni. Purtroppo questo è un fatto: non basta uno schiocco di dita per svegliarsi da questo brutto incubo. Ma, nonostante ciò, iniziamo a credere che tutto questo finirà e che finirà presto. Iniziamo a pensare al futuro, cerchiamo di scrutare il bel sole che sta per sorgere all’orizzonte. E facciamo sì che possa essere un’alba capace. Capace di illuminarci il viso, capace di entrare nei nostri cuori, capace di donarci speranza, capace di vegliare su un nuovo e sorprendente inizio.

Che sia veramente un BUON ANNO per tutti!

Alessandro Frosio

Ma qui, in questo bosco

Come è dolce questo placido silenzio, che ascolta il tormentato cuore tra le fronte e il vapor leggero. Questo silenzio, così lontano da quel mondo sordo, che si adagia bonariamente su questa terra vergine, che brulica di vita. La mia penna, qui, può ancor scrivere del bello. Proprio in questo luogo, in questo bosco, dove la mente si sofferma ad ascoltare, nell’aria, quell’antica verità.

Ed è la verità dell’uomo, che ha perso e sta perdendo la sua vera identità. Quell’uomo che ha lasciato la sua terra natia, tradendola, sfidandola di giorno in giorno in un’eterno girotondo di menzogne. E l’ha abbandonata, questa terra, trafiggendola con i suoi pugni e le sue amare presunzioni. Un dono non scontato, quello della vita, che ad oggi possiamo godere solo per un misterioso miracolo del cielo. Ma l’uomo ci gioca, con la vita, la usa per sfidare quest’eterna verità che l’ha concepito, millenni or sono, insieme ad un trionfo di maestose meraviglie.

Ci stiamo creando un mondo, lontano, lontano dalla pura realtà. Una realtà che qui, in questo dolce bosco, trasuda in ogni dove, portandomi con la mente sulla retta via che tendo a smarrire quando l’amarezza mi travolge. Perché, quel nostro piccolo mondo, mi sta deludendo, deludendo amaramente. Un mondo in cui i valori della vita e della libertà vengono derisi ogni secondo, un mondo che non ha certezze e che non fa altro che creare, dentro me, un disorientante senso di vuoto che riesco a colmare solo con lo struggente sentimento della rabbia.

Rabbia. Rabbia perché tutto sta andando storto, rabbia perché non ci sono certezze, rabbia perché è un mondo dalle mille domande a cui non corrisponde mai una risposta. Rabbia perché vorrei dare il mio contributo per cambiare in meglio, ma so benissimo che non ho gli strumenti né la forza necessaria per farlo. E tutto è così crudele, angosciante, indefinito, contro natura… perché quello è un mondo che non ha equilibrio, che non ha verità.

Ma qui, in questo bosco, finalmente ritrovo la pace. Qui, in questo bosco, tutte quelle amare insoddisfazioni sono piccole, inutili, schiacciate dalla bellezza e dalla gioia di questi intriganti anfratti di speranza. Qui esiste la vita, l’amore, la saggezza, la quiete, la felicità, la libertà. Non esiste quell’immenso senso di inquietudine e la rabbia lascia presto lo spazio ai sorrisi, mentre l’incertezza si fa sempre più invisibile e si confonde con le tante ombre di questi abeti secolari. Ma quanto è bella, quanto è vera, questa magica spontaneità!

Ecco, qui mi sento soddisfatto. A vagare tra un albero e l’altro, camminando ora su un croccante tappeto d’aghi rinsecchiti e di muschio sempreverde, ora tra le erbe alte di infiniti prati intrisi di avventure. Sono qui, immerso nelle meraviglie, vagabondo in un paradiso senza fine con il solo ausilio di un paio di scarpe rotte ed un umile zaino sgualcito. E poi, questo silenzio. Un silenzio che m’accompagna, un silenzio che m’accarezza, un silenzio che sa come suggerirmi con cautela qual’è la mia vera e sincera essenza.

E dopo tanto peregrinare, abbracciato da questo materno insieme di magiche virtù, riesco a trovare la mia verità, il mio indirizzo, la mia via. Solo qui, lontano da tutto il resto, riesco a ritrovare il coraggio di essere solamente me stesso. Ma ora basta star qui a divagare! Questo è il mio sentiero, questa è la mia via: con lo zaino sulle spalle, ed il passato dietro a valle, con amore e con speranza, lungo ad esso, io senza sosta marcerò.

Alessandro Frosio

Il silenzio di questa penna sognatrice

Man man che passa il tempo, la mia cara e vecchia penna diventa sempre più muta. Lei scrive, scrive, ma scrive d’altro, come se si fosse dimenticata la sua antica tradizione. Una volta cantava, si librava su nel cielo, fiera, guardando questo fugace mondo tra un colpo d’ala e un cinguettio leggero.

Ma oggi, la mia penna, sta pian piano dimenticando quel suo gaudio andamento. Forse la colpa è di questo tempo, che tra mille malattie l’ha gelata nel suo cuore, lasciandola senza parole in un campo di terra senza vita. Questo tempo che ci ha preso alla sprovvista, allontanando corpo e mente dalla voglia di cantare. E ci siamo ritrovati, tutti, in questa piccola e buia stanza. Dove il mondo non ha più rumori, dove le voci non hanno più un nome, dove si può guardare il mondo solo da una piccola finestra solitaria. E questo solo per vedere un tempo fermo, di morte, che ha incatenato questa penna sognatrice al pavimento, impedendole di uscire. Come si fa a cantare in un luogo in cui, anche se strilli, nessuno ti può ascoltare?

Questo è stato un tempo che ha rubato il tempo, questo è un mondo che sta inghiottendo il mondo. Ogni giorno, sempre di più. E la mia penna non è più riuscita a scrivere, e scrivere del bello. L’inchiostro continua a sgorgare, ma non sgorga più d’amore, non si occupa più dei voli fantasiosi di quando sognava ad occhi aperti. Ora si spreca, qui, per cose terrene. Scrive per denunzia, osserva la realtà, ne trae le sue amare conclusioni. Scrive cose di mondo, che oggi appaiono incerte e domani si disperderanno, inesorabilmente, in un confuso girotondo.

A scrivere cose di mondo, si sa, non si può spiccare il volo. Si scrive per la rabbia, per l’orgoglio, perché qui ci si azzuffa per la fame e ci si odia per la sete. Questo è il mondo, il mondo d’oggi, che manca di fantasia. Un mondo che non conosce soluzioni se non quella della guerra, della lotta, della perdizione, della resa. Un mondo che non ama. Un mondo che non sogna. Un mondo che non crede.

Un mondo che distrugge, distrugge tutto, ma che è incapace di creare.

Ecco, la mia gelida penna che tanto era nobile, e di nobili virtù, ora s’è abbassata a questo mondo che l’ha intrappolata, impedendole di continuare il suo viaggio senza confini. E questa penna, la mia penna, scalpita coraggiosa come una piccola fiammella che lotta con il buio della notte. Ma per quanto tempo ancora resisterà? Guardando e vivendo le infamie di questo mondo storto, quale sarà la prossima volta che oltre ad esso scriverà?

Perché oggi, in questo mondo, la penna che sogna si sente un po’ smarrita e fa fatica, sempre più fatica, a rincorrere la vita.

Alessandro Frosio

Questo, lo so, è il tormento dei miei sogni amari

Questo è il tempo, lo sporco del progresso traditore, quell’atroce e feroce ticchettio che mi sbrana ogni giorno senza riposo e senza sosta. Quel vagheggiamento ad un’epoca passata che mi lascia da solo, inerme, di fronte ad un sogno che non potrà mai diventare realtà.

Io lo se che non appartengo a questo tempo, lo percepisco ad ogni passo del mio cammino. In molti mi dicono “sei nato nel secolo sbagliato”, sei vecchio, anti diluviano, attaccato ad un passato che non hai mai vissuto. Oggi tutto è il contrario di quel che sono, di quel che voglio, di quel che cerco. Vorrei poter tornare indietro, vivere in un’altra epoca, dove tutto era più vero, dove tutto era più vivo.

Voglio andare in quel periodo in cui ci si incontrava di persona, non si dipendeva dalla tecnologia e si aspettavano dei giorni per ricevere una lettera. Quel passato in cui tutto si poteva toccare, vedere, annusare, vivere. Non come oggi, in cui tutto è retto dal nulla. Dove non siamo noi i padroni del tutto, della tecnologia, ma è essa ad essersi impadronita di noi. Dove si parla di lavoro a distanza, didattica a distanza, relazioni a distanza, acquisti a distanza, esperienze a distanza… tutto è a distanza, tutto è lontano, tutto è così irraggiungibile.

Io voglio una vita vera, vissuta, dove il tempo scorre a tempo senza fretta e senza noia. Dove basta il sorriso di un fratello, l’abbraccio di un amico, la risata di un vicino, una lettera di carta, una visita inaspettata. Dove tutto è materiale, dove niente è lasciato al caso e dove ci si incontra, ci si tocca, ci si ama per davvero. Perché un mondo a distanza è un mondo finto, vuoto, che è destinato a fallire nella sua socialità.

Ora è tutto così triste, così lontano, così incerto. Viviamo la nostra vita attaccati ad uno schermo. Su quello schermo abbiamo ridotto tutte le nostre funzioni essenziali: ridiamo, scherziamo, piangiamo, compriamo, impariamo, leggiamo e scriviamo. E così non abbiamo mai il tempo di ridere, di scherzare, di piangere, di comprare, di imparare, di leggere e di scrivere per davvero nel mondo reale che ci ha dato i natali. Non abbiamo il tempo di vivere, di uscire di casa, di evadere da questa gabbia e andare a conoscere il mondo vero che sta là fuori ad aspettarci. Abbiamo dimenticato cosa vuol dire vivere in un mondo materiale, fatto di cose concrete, di cose conquistate, di cose vissute.

Un mondo così rischia solo di peggiorare. Questo mondo non è il mio. È questo mondo che non mi appartiene o sono io che non appartengo a questo mondo? E così ritorna, petulante, quell’immensa insoddisfazione che mi porta lontano. In un passato che non c’è più, in un ricordo che pian piano sta scomparendo annacquato dagli infiniti mali di questo mostro che chiamiamo progresso. Il progresso che ci porta alla stupidità, il progresso che ci ha reso esseri ininfluenti e inermi di fronte ad un mondo invisibile, fatto di nulla.

Siamo alle porte del mondo del nulla.

Questo, lo so, è il tormento dei miei sogni amari. Quei sogni che rimangono sogni. Quei pensieri, insomma, che alimentano le mie illusioni.

Mi sento in trappola, chiuso tra due morse, alla presa con un potere che è molto più forte di me. Vorrei sopraffarlo, vincere su di esso, ma alla fine cado sempre in un vortice di illusioni vane. Mi sento perduto, solo, in questo strano mondo in cui tutto è come non dovrebbe essere e in cui tutti i sogni, quelli belli, portano ad immaginare un’utopica realtà che è esistita, ma che pian piano ci stiamo lasciando alle spalle con una noncuranza raggelante.

Sono qui. Queste forze sobillatrici mi prendono alla sprovvista, mi bloccano le gambe e non mi fanno andare avanti. Posso solo guardare da lontano, tra la foschia del mattino, quell’idilliaco castello che si erge sulle nubi. Forse esiste, forse è un miraggio… chissà, non lo scoprirò mai. C’è un’aria pesante, che mi opprime le spalle stanche e i capelli inariditi dal sale della pioggia e dal levigare della sabbia. Posso solo osservare, fermo, lontano, qualcosa che non c’è più. Posso solo stare qui, inerme. Posso solo sospirare e ogni sospiro, ogni vano sospiro, è doloroso come un’accetta che pian piano mi logora le ossa.

Sono stanco di stare qui, sono stanco di questo incubo. Ma non riesco a togliermelo dalla testa, è più forte di me. Ho bisogno di libertà, ho bisogno di sentirmi sciolto da ogni laccio e iniziare a correre senza pensieri in un campo di erbe armoniose. Ma non posso, sono legato a questa pianta dai mille rami, ma che non ha radici. E io ho bisogno, tremendamente bisogno di radici. Altrimenti rischio di cadere, di essere spazzato via dalla prima folata di vento. E ho paura. Paura di non farcela, paura di soffrire. Paura che il ricordo possa essere, in futuro, il mio solo e unico rifugio.

Vorrei che non esistesse il progresso, la tecnologia sobillatrice, vorrei che il tempo tornasse indietro e vorrei anche che l’umanità capisca quali sono le cose veramente importanti nella vita. Vorrei che tutto quanto scomparisse, riportandomi in quel passato, mai vissuto, a cui io in realtà appartengo. Vorrei non soffrire più, insomma, e iniziare a vivere una vita piena non solo nell’apparenza. Perché la vita di oggi è così: bella fuori, logorante dentro. C’è sempre, quella forza, che spinge dentro di me fino a farmi sospirare.

Questo, lo so, è il tormento dei miei sogni amari. Questo è quello che genera il tumultuoso vortice dei sentimenti umani, questo è quanto risulta dall’inerme condizione malsana di questo mondo miope e traditore. Questo è quanto, questo è tutto. E questo tutto è niente, vuoto, come un sacco di iuta in un freddo campo invernale lasciato a maggese.

Perché questo, lo so, è il tormento dei miei sogni amari.

Alessandro Frosio

Seguendo quella stella

Ma seguendo quella stella
dove andrò?
Forse in un mondo magico
e poi chissà…
.
Sono ricco e sono povero
dentro me.
Senza forza né coraggio
nel mio cuor.
.
Ma è arrivato
il momento
di partire senza affanno,
con la gioia e i dolori
di chi non sa!
.
Perché nel mondo non esiste
una ragione che ti assiste,
solo con la fantasia
tu puoi volar!
E poi
lasciarti andar,
perché
così respirerai.
.
Con queste vecchie scarpe rotte
marcerò,
e con gli occhi di cristalli
sognerò.
.
Con la luna tra le stelle
canterò
Con la luce dietro i rami
riderò!
.
Con lo zaino sulle spalle
e il passato dietro a valle,
con amore e con speranza
io marcerò!
Perché non si ha una vera fede
se non si è ciò in cui si crede,
in questo cammino senza fine
ci crederò!
Perché
io amerò,
e poi
io volerò.
Alessandro Frosio

Buon compleanno Italia!

“Cara Italia,

buon compleanno! Centocinquantanove anni fa, dopo circa due millenni di divisioni, diventasti libera e unita sotto la stessa speme. I Savoia, Cavour, la Spedizione dei Mille, per non parlare della breccia di Porta Pia, i Bersaglieri, Vittorio Veneto… è appassionante la tua Storia! E non è stato facile darti i natali, è stato un parto un po’ difficile e rischioso… però, alla fine, tutto è andato per il meglio. Quante cose sono cambiate da allora… quanti momenti difficili hai vissuto, oh cara Italia. Le guerre risorgimentali, due conflitti mondiali, le invasioni, il terrorismo, la mafia, la corruzione, i terremoti… e poi questa: il Coronavirus.

In questi giorni, la tua gente è in ginocchio. Le strade sono deserte e ci sono i militari nelle piazze, mentre i negozi sono chiusi e  non si può uscire di casa. E non sappiamo neanche per quanto tempo dovremo vivere così, perché siamo alla prese con un nemico invisibile e, soprattutto, imprevedibile. La gente muore in continuazione, i numeri di contagiati e decessi ufficiali sono ogni giorno sempre più alti… e ci tengo a sottolineare “ufficiali”, perché la situazione è in realtà molto più complessa rispetto a quello che ci dicono i dati dei telegiornali. I medici e gli infermieri lavorano giorno e notte, con turni sfiancanti anche di 16 o 17 ore nelle corsie degli ospedali sovraffollati. Alcuni di loro non vedono le proprie famiglie da molto tempo e altri, invece, si ammalano… togliendo così braccia preziose all’emergenza sanitaria. Muore troppa gente e non si riesce a stare al passo con i decessi: le camere mortuarie degli ospedali sono al limite. Le salme vengono messe nelle Chiese perché altrove non c’è più spazio, nel silenzio di quei grandi luoghi dove fino a poco fa si cantava e si pregava per un mondo migliore.

Nonostante ciò, buon compleanno Italia!

Buon compleanno, perché tutto questo disordine ha riacceso nei cuori degli italiani quel fuoco ardente che si chiama “orgoglio nazionale”. In questi giorni siamo tutti più patriottici: abbiamo riscoperto il valore della nostra identità, ci siamo resi conto che siamo una comunità forte e coesa che non si arrende mai. Per i balconi e i giardini delle case si canta il tuo Inno e molte altre canzoni popolari, mentre spuntano ovunque bandiere tricolori e si applaude con le lacrime agli occhi per sostenere tutti i medici, gli infermieri e i farmacisti che stanno dando il massimo per il bene comune. E questo solo per te, oh cara Italia.

Ed è per questo che, secondo me, noi italiani siamo un Popolo un po’ strano. Quando tutto va bene siamo poco patriottici, ci sottovalutiamo in continuazione e guardiamo con ammirazione il resto del mondo, come se affetti da una forma di esterofilia cronica. Preferiamo mangiare cibi veloci e di scarsa qualità, scappiamo all’estero e sostituiamo le bellissime parole della nostra lingua con espressioni straniere… e così una pausa diventa un break, un riassunto si chiama abstract, il nostro umore è diventato un mood, l’aperitivo un happy hour, il nostro amore è una crush, le notizie sono ormai diventate delle news e l’autorimessa un garage o un box… per il resto tutto va bene, o meglio, è tutto ok!.

Ma tutto questo cambia durante le disgrazie. E allora, in questo caso, si issano le bandiere e si inizia a cantare, risvegliando quel sano orgoglio d’appartenenza ad una collettività. Una collettività che, nonostante le avversità, sa marciare compatta per superare con il sudore della fronte ogni tipo di problema. Certo, hai anche molti difetti e non sei perfetta in tutto e per tutto… ma la verità è che, alla lunga, la perfezione stanca.

Si dice che l’unione di un Popolo, così come l’affetto di un fratello o di un amico, si vede nei momenti di difficoltà. E questo dimostra, cara Italia, che siamo un popolo molto unito. E anche che, come sempre, dovremo camminare con le nostre gambe.

Per questo ti auguriamo buon compleanno, oh cara Italia. Perché sei il Paese che non si dà per vinto, che lotta a denti stretti  per la sua gente e la sua terra. Sei il Paese di chi si sa arrangiare, perché non hai mai avuto la pappa pronta e dei servitori pronti ad adorarti. Non abbiamo mai conosciuto solidarietà e vicinanza nella nostra storia, solo invasioni e derisioni. Nonostante ciò tu sei la casa di chi lotta, di chi suda, di chi non si rassegna mai. Sei il Paese delle eccellenze e dei dettagli orditi con il cuore: ci sono cose in cui sei inimitabile. Dalla moda al cibo, dall’arte alle scoperte, dall’allegria della tua gente alla bellezza dei tuoi paesaggi. È impossibile non rimanere meravigliati quando si ascolta la musica del tuo vento, il fruscio delle tue valli o lo sciabordare delle onde spumeggianti che si infrangono sulle tue coste baciate dal sole. Sei l’unica Penisola circoscritta in un mare chiuso dalle acque calde e raccogli il più alto numero di Patrimoni dell’Umanità, sia per grazia della natura che per il lavoro e la tradizione millenaria della tua gente.

Abbiamo esportato la civiltà in tutto il mondo e abbiamo creato i fondamenti del diritto moderno. Abbiamo viaggiato, scoperto, studiato, scritto, dipinto e scolpito… tutto questo dimostra che siamo un Popolo instancabile e che siamo dei sognatori, tanto quanto degli abili lavoratori. Il mondo ci invidia per quello che siamo e per quello che facciamo, per questo ci copiano in continuazione. Ci chiamano “gli asini del mediterraneo”, ci deridono, si prendono gioco di noi… ma alla fine, la verità è che la loro è solo gelosia. Pura e semplice gelosia di tutto quello che abbiamo, dai sapori della nostra terra ai sorrisi delle nostre giornate.

Siamo una grande Nazione. Sì, siamo una grande Nazione perché il coraggio e la determinazione con cui stiamo affrontando questa emergenza lo stanno dimostrando a tutto il mondo. Questa è la Patria degli artisti, questa è la Patria dei viaggiatori, questa è la Patria dei sognatori e degli eroi… eroi che ora sono là, con un camice, a lottare finché avranno le forze per farlo.

E questa non è né presunzione, né arroganza. È solo la storia di un incredibile Popolo che vive in una terra meravigliosa, spesso senza rendersene conto. Dalle Alpi allo Ionio, dagli Appennini alla Pianura Padana, dalle Isole ai vigneti delle colline… sei una meraviglia, una meraviglia che non invecchia mai. 

Buon compleanno Italia! “

Il Patriota – Alessandro Frosio

Baita dolomiticaCastello di tropeaChiaracalla fioritaColline italianeRomaUmbria

La ribellione della mia penna

Sei contento, o mondo? Mi stai togliendo le parole.

Passano i giorni e la mia fantasia è sempre più ristretta. E sei tu, o mondo, che mi stai succhiando la bellezza. Sto disimparando ad amare, mi sto adeguando al tuo fare volgare. La mia penna è sempre più muta, il foglio di carta è sempre più bianco. Non so più cosa scrivere, non so più perché vivere. E questa è colpa tua, o maledetto mondo umano, che non mi accogli per quel che sono, non capisci che tutti noi siamo un dono.

O mondo umano, che tutto fai e nulla sai. Per te uguali dobbiamo essere, senza identità e senza nettare. E siamo tutti allo sbaraglio, come gocce tra le onde. E andiamo tutti, nella stessa direzione, confondendoci nella massa come fossimo dei pesciolini in branco. E siamo come loro, tutti uguali, senza ricchezze e senza fantasia.

Tu ci stai provando, o mondo, a risucchiarmi in questo mare immondo. E forse, in parte, ci stai anche riuscendo. Stai provando a togliere le parole dalla mia penna, mi sta tentando con il tuo dettato pensiero, mi stai attirando in una trappola senza fuga.

Ma non ce l’hai ancora fatta. Io qui sono, io qui resisto. Mi vuoi togliere la parola? E io qui continuerò a parlare.  Mi vuoi impedire di scrivere? Troverò linguaggi che non potrai decifrare. Perché io non sono uno fra tanti, non sono un inerme pesce del branco. Io sono solo io, nessuno è uguale a me. E così, per sempre, la mia essenza sarà qui, libera da ogni pensiero altrui, libera da ogni costrizione.

Mi vorrai togliere la fantasia, ma io non ti concederò la sua eutanasia. Vuoi che del mio amore io ne faccia un aborto, ma troverai il mio cuore ancora una volta risorto. Mi vuoi solo, in questo strano mondo di castelli. Mi vuoi chiuso dentro di te, con le sbarre alle finestre e l’incapacità di parlare.

Vacci. Vacci tu nell’indifferenza di quel cieco branco di “non vedenti”, con tutte le sue accuse, il suo odio e le sue sacrosante correttezze. Vacci tu, perché io resto qua. Perché il mio pensiero può sollevare la Terra, la mia parola può smuovere le montagne e le mie azioni possono prosciugare gli oceani. E non sono un Dio come tu ti credi, sono solo io. Un essere umano, come tutti noi dovremmo essere.

Ma un giorno tutto questo finirà, tra le onde e le fronde di questo impietoso girotondo. La catena si spezzerà, o caro mondo umano, e il branco si scioglierà. Solo allora saremo veramente liberi e ognuno noterà le tue promesse vane. La fantasia e il libero pensiero torneranno, da soli, ad essere i fautori della verità.

Io non sono un pesce in un branco. Io sono io, e come sempre, con orgoglio, mi troverai controcorrente.

Alessandro Frosio

La malattia della paura

Ecco, è tornata, si è fatta viva pure oggi. È la paura di non restare, è l’ansia di lacrime amare, è quella tensione che c’è nell’aria che ti impedisce di pensare.

Le strade sono deserte e nessuno esce di casa, mentre le sirene dell’ambulanza continuano a viaggiare per la via, come prese da una fugace malattia. È un ambiente surreale, perché niente è più normale. Il parco è deserto, con le altalene cigolanti che si cullano con il vento. Lo scivolo luccica al sole, senza amici, con del fango rinsecchito e una gran voglia di giocare. Dove sono finite le care voci dei bimbi? Dov’è finita quella pazza euforia che impregnava il vento di quella sana allegria?

Mi ricordo dei bambini, nei giardini, che osannavano la vita con un gelato in mano e un pallone da calciare. Mi ricordo la panettiera, che mi serviva con dolcezza e un sorriso ancor scoperto, senza maschere né sospetti. C’era la gente che camminava per le strade, salutandosi senza affanno con le braccia o con le mani. E c’era vita, c’era sale… tutto era bello, perché tutto era normale.

Oggi i bambini al parco sono solo un ricordo, che si conserva in quel pallone sgualcito abbandonato tra le piante. I locali sono vuoti e serrati verso sera. La gente va in giro per le strade, di nascosto, coprendosi il viso e accennando dei saluti solo a chi è ancor lontano. Sembra di essere soli, in un vuoto mare senza sale. E tutti noi corriamo all’impazzata, senza sapere dove andare. Siamo stati conquistati dalla paura, che si è impossessata del nostro corpo, uccidendo il normal pensare di chi un tempo sapeva amare.

Siamo vittime di noi stessi, che ci credevamo tanto forti in questo strano mondo di cristalli. E ora siamo, inermi, di fronte a questo imprevisto surreale.

È la paura, la malattia più colossale. Quel sentimento che ti coglie all’improvviso, che entra dentro il cuore senza nome e senza viso. Ti fa tremare lasciandoti atterrito, ti fa sospettare del tuo migliore amico. Ed è proprio lei che dobbiamo combattere, affidandoci alla mente come unico vero vaccino. Dobbiamo credere nel futuro, dobbiamo lottare per quel che siamo e abbattere con furore ogni ostacolo e ogni muro. Perché con il panico non si fa nulla, non si lotta e non si vince. Dobbiamo credere in noi stessi, senza sospettare ansiosi l’arrivo del domani.

Ora basta. Basta aver paura di una stupida malattia! Chiudiamo gli occhi e torniamo a volare.

Alessandro Frosio

Il futuro di un pomeriggio silenzioso

Dedicato ad un pomeriggio di giugno, dedicato al vento della mia casa.

E ascolto la tua brezza, che mi giunge da lontano. Mi accarezza il viso tiepido, mi coglie con un leggero fremito. Emozioni e ricordi mi tornano alla mente, anche se c’era un tempo in cui non sentivo niente. E questo fremito mi sorprende all’improvviso, smuovendo i meandri della mia mente come le frasche di questa pianta che mi sovrasta. Una pianta amica, che mi macchia di sole il viso lasciandomi or scoperto, or avvolto, in questo magico mosaico di luce.

E non riesco a capire che cosa sto facendo, dove credo di approdare domani. Perché del domani, lo si disse, non c’è certezza. Eppure sono sempre qui, avvolto nella mente del passato, cercando in quel che fui ciò che domani forse sarò.

Ma la vita è troppo breve per fare tutto, troppo fuggente per assaporarla con l’uso di questa maledetta ragione. Oggi sono qua, tra questi monti e questo cristallino mare in cielo. E domani chissà. Chissà cosa, chissà dove, chissà con chi.

E cosa sarò, io, il giorno che segue? Potrei essere un viaggiatore, che cammina spensierato verso un mondo sempre nuovo. Potrei cantare e continuare a viaggiare, ora con la fantasia, ora con una valigia da portar via. Potrei essere d’aiuto a qualcuno, potrei non servire a nessuno. Potrei provare ad amare… ma chi mi assicura che non raccoglierò solo lacrime amare?

Perché è difficile, difficile camminare in questo mondo. Non si sa mai dove andare, non si sa mai dove si finisce. Si conoscono tante persone, ma è impossibile fidarsi di loro con estrema certezza. Perché è tutta una finzione. Una finzione umana, per problemi umani.

E allora, intanto, resto qui. Sì, resto qui da te, abbracciato dai tuoi profondissimi silenzi e coccolato dalla gioia immensa delle tue antiche cantilene. E resto con te, perché lo so. Lo so che, alla fine, tu mi prenderai per mano e mi porterai lontano. Lontano, da questo mondo di vane finzioni amare. E mi donerai, ancora una volta, quell’ancestrale energia che mi mette le ali ai piedi e mi permette di volare.

Alessandro Frosio

Lantana, semplicemente Lantana

C’è un luogo, sperduto nell’infinità del mondo, che si chiama Lantana. È un posto che, come il nome suggerisce, è lontano da tutto. È protetto dall’aura di magici monti che, abbracciandola come fosse una figlia, la proteggono dagli atroci mali di una società sempre in tempesta. Si tratta di un sottile anfratto di vita, che sembra essere la proiezione di quei tempi antichi dove nel mondo c’era ancora un po’ di magia.

È la casa del Vento, che leggero spira tra le fronde degli abeti. Si diverte, col suo rigoglioso coro, ad allietar la terra con i suoi antichi canti. E scivola, frusciando chetamente, trasformando i versanti in piccoli mari con le onde spumeggianti. E poi s’inoltra, agilmente, tra gli anfratti delle rocce: penetra curioso tra le pietre e nelle cave zampillanti, salutando sibilante il viso dolce di Maria.

È la casa dell’Acqua, che scivola e rigola saltellando verso valle. E avvolge tutto, come solo ella sa fare, con il proprio chiacchiericcio e la sua voglia di cantare. E scende giù, gorgogliando verso la calma della piana. E poi la raggiunge, la valle, che di Tede prende il nome. È qui che luccica: accarezzata di giorno dai raggi del sole e confortata, di notte, dall’amore della Luna e dalla guida delle stelle. L’Acqua come specchio, che dialoga con gli abeti che gli si affacciano dall’alto, nel silenzio, mentre dei girini si destreggiano in gruppo ai primordi della vita.

È la casa del Fuoco, che ballando si esibisce nei camini delle case. È sempre lui, coraggioso, che dona sicurezza e allegria alle Famiglie. Egli scoppietta, gioioso, sfrigolando e canticchiando nei domestici focolari. Fuori c’è buio, imperversano le tenebre, e la sua luce felice ristora tutti i figli del Signore. E poi ci sono loro, sottili e sante fiamme, che ondeggiano tutte insieme di fronte agli occhi della Vergine e del suo Bambin Gesù. Raccolgono pensieri, azioni e lacrime amare, che chiedono perdono e grazia a chi è lassù. E tutto questo è lì, di fronte a quell’antico affresco illuminato dalla luce saltellante di quegli umili lumi della gente.

È la casa del Ghiaccio e della Neve, che in inverno candidamente scende trasformando tutto quanto in un incredibile miraggio. È una cosa magica, ancestrale e misteriosa. Lei scende, non si sa perché, appoggiandosi sui rami e i tetti delle case e riposandosi lungo i prati sonnacchiosi dove sotto si fa il pane. La natura è immobile, in pausa, riposa in pace in attesa che il sol si desti dal tacito riposo del mondo antico delle nebbie. Intanto tutto è bianco, i Bambini escono a giocare con la neve e all’albeggiar qualcuno raggiunge il Pora, per rendergli omaggio accarezzandolo con gli sci. Ed è tutta una festa, che scende senza affanno, adagiandosi delicatamente sull’accogliente suolo di Lantana. I leprotti fanno capolino dalle loro tane e saltellano curiosi lasciando impresso il lor passaggio, mentre un bambino e una bambina, tenendosi per mano, escono di casa con indosso i berretti fatti dalle mani di chi dell’amor ne fa un mestiere. E ridono, come solo loro sanno fare, di fronte a tutta questa bellezza senza fine.

È la casa della Terra, che accoglie la Vita, la custodisce e la protegge. È la Madre di immensi boschi eterni, dove la resina cola dai tronchi degli abeti e la luce fende a macchie. Si sente, nell’aria, quel pungente dolce aroma. Ci sono gli aghi delle piante e la rugiada del mattino, che accompagnano festose la fragranza dei funghi e la pazza euforia del muschio che ricopre ogni cosa. Il Bosco è un luogo sicuro, che protegge accogliendo con onore l’essenza pura della vita prosperosa. E poi ci sono loro, i Prati, abbracciati con amore dagli amanti della Valle. Ed ecco qui gli amati fiori canterini, che ondeggiano con i loro colori seguendo il ritmo che vien dall’alto.

Amici ronzanti, che si spostano da una margherita a un dente di leone, da un bucaneve ad un croco bianco, approdando su quel fior giallo che per molti, di Lantana, ne è l’essenza del suo coraggio. E poi c’è l’estate, con le sue erbe alte, popolate dai grilli e dalle loro armoniose sinfonie. E scende la sera, con qualcuno che s’accende, imitando le misteriose stelle che da qui splendono ancora.

E questa è Lantana: la casa di tutto ciò che la Vita genera, accoglie e protegge. È il luogo del mondo in cui basta esser sé stessi, dove il Tempo scorre a tempo senza fretta e senza noia. Quello spaccato di mondo, reale, dove si torna accanto a lei, la Madre di tutto quanto, che ci accoglie a braccia aperte intonando una silenziosa musica d’amore. Ed è tutto un trionfo di emozioni, che ci insegnano con amore come uscir di casa col sorriso. Un sorriso che ci accompagna in questo viaggio, accarezzandoci al risveglio e baciandoci la notte come una madre affettuosa.

Ecco che cos’è Lantana: una creatura nascosta e fuori da ogni rotta, conosciuta solo dai suoi figli e da quegli occhi, del cielo, che la proteggono con il soffio del vento e un mazzolin di fiori appena colti.

Lantana, solo Lantana. Un puntino nell’immensità perversa del mondo, un insieme di grandi ed inestimabili ricchezze, di cui l’amore silenzioso ne è il prezioso custode.

Alessandro Frosio

Ecco, lo sento, è arrivato il vento

Ecco, lo sento, è arrivato il vento. Arriva da lontano, mi percuote mestamente, mi sorprende all’improvviso accarezzando corpo e mente. E le foglie vanno a volteggiare, nell’aria, si uniscono agli uccelli iniziando a danzare. Scricchiolii, brividi a fior di pelle: sento la natura mormorare e il mio essere sussultare, insieme ad una lacrima che naviga sul mio volto. Ed è tutto un fruscio, che corre, tra i rami canterini. Un suono, potente, sommesso, che abbraccia tutto quanto lasciandomi in ascolto. E poi silenzio. Silenzio che m’accompagna, silenzio che mi accarezza, mi assorda, mi lascia libero di pensare.

Sono qui, lontano. Lontano da quel mondo, che consuma, sulle menzogne amare.

Qui è al bando la distrazione, qui non esiste l’illusione. Qui ci si alterna, tra alba e tramonto: qui c’è il sole nel profondo turchese del ciel solìngo, le stelle e la luna in lunghe notti di chete meraviglie. Una scia cadente, là in fondo, e disegni di antiche virtù: sembra quasi di star lassù, in alto, a giocare sulle note di lontani luccichii.

Osservo, ammiro, rifletto nel mio petto. Sono qui, col naso all’insù, a sognare un mondo nuovo come quando ero un bambino. Un bambino felice, semplice, che era capace di sollevarsi da terra ed iniziare a volare. Come quel bambino che era capace, da solo, a toccare il cielo con un dito, a trasformare ogni secondo in un’incredibile avventura.

E io sono qui, abbracciato dalla quiete, mentre dei cristalli fatti d’acqua si fondono col sale delle lacrime mondane. Pioggia, pioggia a non finire. Acqua che scende, leggera, avvolgendo tutto quanto in un vaporoso tintinnio, posandosi lontana dalle vane glorie di un’illusione di finzioni.

E alla fine torno dentro, sotto il fuoco del mio tetto, attendendo con speranza il nuovo giorno che verrà. Rintanato qui, tra le mie amate mura, ripenso qualche volta a quella nostra furia. Così nascosta, potente, che ci lascia su un piedistallo con un pugno vuoto in mano.

Sibili, mormorii, piccoli passi ed antiche eterne danze. Ecco dove sono, dove l’essere è più importante dell’avere. Dove basta un fruscio per aprire  cuore e mente, dove basta un bel fuoco per trovare il conforto. Dove tutto quanto appare logico, in un mondo senza senso.

Guardo il fuoco scoppiettante, che sfrigola curioso dentro il buio della stanza. Mi dice, senza dubbi, che forse c’è ancor speranza. Che un giorno ce la faremo. Che un giorno lo capiremo. Ci renderemo conto, insomma, che per ritrovare il nostro essere, bisogna solo spegner tutto. E tornare, tornare al nostro posto. È arrivato il momento, per noi, di chiedere scusa a nostra madre. È arrivato il momento, per il ribelle, di tornare a casa propria e di ricominciare.

   Alessandro Frosio

Eccomi qui, eccomi arrivato

Casa. Non c’è niente di meglio al mondo di ciò che ci fa sentire a casa. Viaggiamo, sperimentiamo, ridiamo e piangiamo. Ma poi, alla fine di tutto, torniamo sempre lì. Ma una domanda sorge spontanea all’orizzonte di questo incredibile viaggio: che cos’è veramente una casa?

Casa può essere intesa in mille modi, per esempio come la culla in cui siamo cresciuti. Oppure le mura in cui ci rifugiamo quando fuori sferza la tempesta. Una tempesta assordante, che batte furiosamente sulle tegole, graffia i vetri delle finestre illuminate dalla luce calda del nostro rifugio. Ci isola, proteggendoci dal mondo che ci fa sentire inutili puntini in un mare senza onde. Una casa fisica, ma anche una casa senza muri, per una burrasca silenziosa dove a graffiare sono soltanto i nostri pensieri, che minacciosi si addensano sopra le nostre teste malate di frenesia.

Una casa solitaria, in mezzo al nulla. Dove nessuno ci può trovare, dove siamo al sicuro dal mondo violento che imperversa là fuori. Ma poi c’è anche una casa di persone, una casa calda, con un bel fuoco che arde nel camino. Una casa di sorrisi e dolcezza dove la serenità regna padrona e in cui tutto è avvolto dal tenero abbraccio di un familiare aroma che viene dalla cucina. Una casa può essere sola ma sicura, ma anche accogliente e intrisa d’amore fino all’ultimo mattone.

Una casa. Solo una casa. C’è chi non ce l’ha, una casa. Chi non l’ha mai avuta. Chi l’ha persa. Chi l’ha vista cadere su sé stessa con i propri occhi impotenti. C’è chi viaggia, la cerca, prova a costruirsene un’altra lasciandosi il passato alle spalle. C’è chi scappa, chi fugge, chi viene cacciato perché non è più amato. C’è chi l’ha tradita, la propria casa.

Casa. Dopo un lungo peregrinare c’è sempre lei ad aspettarci. Una casa di mattoni, una casa di persone, una casa calda come il fuoco che scoppietta nel camino in una fredda e buia notte d’autunno. La casa che ha il suo odore, inconfondibile, che quando lo annusiamo ci fa capire che siamo arrivati. Profumo di capelli, calore della pelle, voci melodiose, parole, promesse, sentimenti mai espressi… già, perché ogni cosa può essere casa. Può anche essere qui, dentro di noi, al nostro fianco. Una persona cara, un’amicizia, un familiare, una vecchia fiamma, una persona a cui abbiamo affidato la nostra fiducia. È la spalla su cui piangiamo, gli occhi con cui ridiamo. Un libro. Una canzone. Un ricordo, magari di tempi e compagnie che non torneranno più.

Ecco che cos’è una casa. Ed eccomi, eccomi arrivato. Questa è la mia, questo è il luogo in cui mi sento arrivato. Casa, semplicemente una casa. Solo una casa. Una casa di mattoni, una casa di persone, una casa di pensieri, di promesse, di parole e di sogni ancora tutti da realizzare.

Alessandro Frosio

Non so chi l’ha voluto, non so chi l’ha deciso

Siamo amici. Sì, siamo proprio amici. Non so chi l’ha voluto, non so chi l’ha deciso. È così che stanno le cose, non ci sono altre spiegazioni. E non ci è voluto neanche molto: è bastata una partita a Monopoli, non ancora terminata, per capire che eravamo sulla stessa lunghezza d’onda. Perché la vita è così: è immediata, fuggente… fatta di piccoli attimi che bisogna saper cogliere. Ne basta uno per capire, ma bisogna usarli tutti per spiegare.

E così pensando mi chiedo: ma che cos’è l’amicizia? Non lo so, forse nessuno lo sa. Esiste e basta, anche questa volta non ci sono altre spiegazioni. L’amicizia può essere vista come un calderone turbinoso di cose indefinite. Si può essere amici di chi è uguale da noi, ma anche di chi è completamente diverso. L’amicizia ci rende vivi, estrapola la vera essenza del nostro essere. Lei ci scopre, ci sradica dal nostro nido e ci fa volare lontano, oltre i confini di questo indefinito mondo irto di sorprese e di speranze. Inizialmente la guardiamo con occhio titubante, non sappiamo se fidarci o rimanere nel nostro guscio. È una cosa che attrae e respinge allo stesso tempo, qualcosa che vogliamo vedere, ma che abbiamo paura di toccare.

Rischiamo di sbagliare amicizie, di rimanere delusi. Succede che diamo la nostra fiducia alle persone sbagliate, alle persone che ci fanno soffrire. Non erano veri amici, loro non ci volevano… non gli importa se, a causa loro, stiamo qui a soffrire cercando nel nostro mondo le risposte inesistenti della loro indifferenza. E così si soffre, si annega nel vorticoso mare della disperazione e altro non si vuole che tagliare i collegamenti con il mondo crudele che ci ha causato tutto questo.

Ma io e lui siamo amici, questo è sicuro. L’amicizia che ci lega è, senza dubbio, la ciambella uscita con il buco. Ci vediamo poche volte, abitiamo distanti… ma poco importa. Lui è la persona a cui posso dire qualunque cosa, senza vergogna o ripensamenti. È con lui che mi diverto di più, che rido e gioco con la vita. È con lui che condivido le mie stranezze e i miei eccentrici progetti che non capisce mai nessuno. Non facciamo chissà che cosa: qualche risata seduti sotto i portici di una chiesa, una passeggiata immersi nella natura, una bibita comprata in un super alimentari… nulla di più. Perché l’amicizia non è una cosa sofisticata, anzi, è la massima espressione dell’essenza della vita: la semplicità.

Non serve chissà che cosa per essere felici, basta solo essere qualcosa. Che cosa siamo non importa, viviamo apposta per scoprirlo. Ma questo non sarebbe possibile se, al nostro fianco, non avessimo qualcuno con cui condividere le infinite bellezze di questo viaggio mozzafiato. Perché andare avanti da soli è difficile ed insensato, mentre camminare insieme significa vivere un’incredibile avventura senza confini. Dove andremo? Non lo so… intanto, andiamo.

Alessandro Frosio

È mattino presto

È mattino presto. Il cielo è già luminoso, ma il sole dorme ancora dietro il profilo delle montagne. Nell’aria si sente solo il rumore dei passi sul sentiero e qualche flebile campanaccio proveniente dal pascolo vicino a casa. Per il resto c’è solo la musica del vento e la sinfonia degli uccelli, nient’altro. E il mio respiro. Un respiro lento, riposato, in pace con sé stesso e con il mondo. L’aria cristallina è intrisa di quel profumo inconfondibile che si sente solo qua, ottenuto da un incontro esplosivo della resina degli abeti, del muschio e della terra coperta di aghi secchi. La maggior parte dei fiori, invece, ha ormai fatto il suo corso e i funghi devono ancora arrivare. E poi niente. È una bella giornata, in cielo non ci sono nuvole ed è un trionfo di sfumature che vanno dal celeste chiaro al blu intenso, passando per un timido turchese inquinato da buffe espressioni violacee.

E intanto continuo a salire proseguendo su questo sentiero immerso nel bosco, fatto e rifatto mille volte, che mi rievoca tanti ricordi ed emozioni. Quante volte ho visto questi alberi, quante volte ho ammirato le forme di questi sassi! Prima a piccoli passi, poi con un bastone e uno zaino in cerca di tesori nascosti tra le sinuose radici degli alberi. L’ho fatto a piedi e in bicicletta, da solo e in compagnia. Sempre immerso nella natura, sempre con la testa nei miei pensieri.

Ed ecco un nuovo suono: il gorgogliar dell’acqua che si riversa in questo piccolo e caro laghetto e di quel torrente laggiù che nasce dove inizia il cielo. E poi arrivo qui. Salgo in piedi sulla staccionata, apro le braccia e chiudo gli occhi inspirando la magia di questa valle senza fine. Sotto di me il vuoto, davanti la bellezza dell’infinito. Il vento mi scompiglia i capelli ribelli che, essendo evaso in fretta e furia, hanno ancora la forma della notte e di quella vita ormai fuori dal tempo. La maglietta prende a svolazzare quasi come le foglie delle betulle e degli alberi di nocciole, mentre l’oscurità nella valle arretra sempre di più, lasciando il posto allo squillante scintillio dei primi raggi del mattino.

Quanto mi sono cari questi posti, quante volte ho sognato ad occhi aperti quest’immensa libertà. E qui è sempre così, ogni giorno. Ciò che a me pare straordinario, in verità non è nulla di speciale. Perché qui succede tutto questo ogni giorno. Gli alberi ci sono sempre, questa staccionata anche. Sono io che manco, sono io che sono distante.

 Ma ora riprendo la marcia, ci sono tante altre cose da fare e sensazioni da provare. Devo andare a togliermi queste scarpe e correre a piedi nudi nei prati popolati dalle sinfonie dei grilli. Devo andare ad arrampicarmi su un albero. Devo andare a salutare quel piccolo agnello che è nato con la pioggia della notte. Devo costruire un arco con quel ramo che ho intagliato ieri. Devo andare, devo cercare. Devo togliermi queste catene. E ritornare ad essere parte integrante di questo infinito mondo intriso di sorprese.

Alessandro Frosio

Siamo i custodi di una bellezza infinita

C’è un luogo, nel mondo, che è a dir poco meraviglioso. È bagnato da mari cristallini dai colori mozzafiato, su cui Eolo soffia senza affanno increspandoli bonariamente. E ci sono anche loro, le montagne, con alte vette perennemente innevate e popolate dai fischi delle marmotte. Ci sono anche le colline, abitate da filari di ulivi che danzano col vento ed interminabili vigne su cui cresce il nettare degli Dei. Ermi colli, che dell’ultimo orizzonte lo sguardo esclude, che tanto sono cari per i loro sovrumani silenzi e la profondissima quiete. La pianura… c’è anche lei: piatta come un tavolo da biliardo punteggiato da cipressi e cascine secolari, coltivata con cura e accarezzata ogni mattina dai tiepidi raggi del sole che asciugano la terra dall’innocenza della rugiada.

Qui c’è caldo e c’è freddo, ci sono storiche città e piccoli borghi arroccati sperduti nel nulla. Ci sono isole, governate dallo spumeggiar delle onde, che Venere fece feconde col suo sorriso. Ci sono valli e foreste oscure senza vie, con gli animali che fanno capolino dagli alberi secolari. Ci sono fiumi che trasportano storie, fiumi su cui sono state combattute gloriose battaglie e dove un tempo si sentiva il dolce sciabordare delle lavandare. E ci sono laghi. Laghi grandi, d’acqua dolce ed innocente, che giacciono tra delle catene non interrotte di montagne, tutte a seni e a golfi. Il vento trasporta ogni dove la sua magia, depositandola sulle sculture delle fontane zampillanti di acqua fresca, che rispecchiano gli affreschi dei caseggiati che circondano le piazze dove ci sono artisti che suonano e ridono.

Qui ci si sveglia al mattino con il richiamo del gallo e il flebile gorgoglìo del caffè che si prepara nella moka. E al mattino, per le vie, si sente il profumo del pane appena sfornato con la voce di qualcuno che canta sotto la doccia. Qui si ride e si scherza, si condivide un pasto tutti insieme rispettando la tradizione. È la patria degli artisti. È la patria degli eroi. È la patria della poesia e della bellezza dell’infinito. È la patria della musica, le cui melodie, viaggiando su ali dorate, si posano sui clivi e sui colli.

Questa è l’Italia, il Paese più bello di questo pianeta. Il Paese dove c’è tutto, il Paese dove tutto ha avuto inizio. Il Paese che non ha mai avuto la pappa pronta, ma che ha sempre dovuto lottare senza mai darsi per vinto. È il Paese di chi non molla mai, di chi nonostante tutto trova la forza di andare avanti. Siamo spesso derisi e messi da parte… dicono che siamo gli asini del Mediterraneo. Ma cosa ce ne importa! Noi siamo italiani, noi siamo i custodi di una bellezza infinita. E, nonostante tutto, dobbiamo andare fieri del nostro Paese. Perché noi siamo un popolo unico. Perché l’Italia è un Paese meraviglioso.

Viva l’Italia! Viva il Tricolore! Viva gli Italiani!

Alessandro Frosio

Riferimenti: Giacomo Leopardi, Ermete Giovanni Gaeta, Ugo Foscolo, Dante Alighieri, Alessandro Manzoni, Giovanni Pascoli, Giuseppe Verdi

Torniamo a pedalare, domani sarà un nuovo giorno

Sono su un piccolo ponte con la mia cara bicicletta. Abbiamo fatto un bel giro insieme e ora ammiriamo il dolce cammino del fiume che gorgoglia sotto di noi. Siamo qui, insieme, in questo magnifico spaccato di mondo che è stato parzialmente risparmiato dalla furia devastatrice dell’ossessione del profitto. Ci siamo io, lei e la natura. Dietro di noi ci sono dei bambini che giocano al parco, lo stesso dove mi portavano la mamma e la nonna diversi anni fa. Quanto mi sono divertito su quei giochi! Mi ricordo le corse che facevo nei prati cercando le margherite per chi, sorridente, stava a guardarmi seduta su una panchina all’ombra. Mi divertivo così, spesso con mia sorella, andando sullo scivolo e dondolandomi sull’altalena.

Davanti a noi, lungo la riva destra del fiume, ci sono dei ragazzi che giocano a pallavolo. Ridono, sono felici… come si fa a non essere euforici i primi giorni dopo la fine della scuola! Le mie mani sono ancora tinte di rosso… quelle more da gelso erano proprio buone! Chissà se quelle piante là hanno fatto le amarene quest’anno, potrei andare a vedere…

Potrei, ma non posso. Perché ora sono qui, seduto in un ufficio, intrappolato dalle spigolose mascelle di una fredda scrivania senza colore. Sono obbligato a stare qui, mentre fuori il mondo va avanti. I fiori sbocciano, gli uccelli cantano, le frasche degli alberi danzano con il vento, i bambini giocano sorridenti e il sole splende alto in cielo… ma io tutto questo posso solo immaginarlo. Qui c’è gente che sta seduta su delle lunghe file di scrivanie tutte uguali, come se fossero in trincea. Una trincea morta, per una guerra silenziosa. Mi chiedo se questa è vita, se è questo l’obiettivo che l’umanità deve raggiungere. Star seduti a creare qualcosa che non si può toccare, mentre tutta la concretezza della vita sorride distante dietro le grigie tapparelle di grandi finestroni indifferenti.

Chiudo nuovamente gli occhi.

Si sta bene, c’è un’ottima temperatura. Il sole è ormai calato dietro gli alberi, lasciando in cielo un tripudio di sfumature colorate che si riflettono su ogni cosa. Il fiume, gli alberi, i bambini, i grilli tra i fili d’erba… qui è tutto più bello, qui è tutto più reale. Ma ora è tardi, fra poco diventerà tutto buio e le lucciole si muoveranno nell’aria insieme ai pollini dei gelsi. La notte avvolgerà tutto quanto in un magico abbraccio, ma noi dobbiamo andare. Torniamo a pedalare, domani sarà un nuovo giorno.

Alessandro Frosio

Ho sollevato i piedi da terra

Siamo un gregge di pecorelle smarrite. Abbiamo perso la strada, stiamo vagando alla cieca in un mondo sconosciuto che crediamo di possedere. Abbiamo smesso di sognare, abbiamo smesso di ascoltare, abbiamo smesso di correre per i prati. Ci basiamo sulla freddezza di una ragione che non esiste, abbiamo perso il contatto con la natura delle cose e non abbiamo più il coraggio di sollevare i piedi da terra. Sollevarli, invece, significherebbe ritornare ad essere noi stessi e ritrovare la vera essenza che sta dietro a questo meraviglioso palcoscenico.

Me ne sono reso conto. Nella vita di tutti i giorni non facciamo altro che basarci sulla razionalità, credendo che essa possa capire tutto e risolvere qualunque cosa. Crediamo che il nostro obiettivo sulla Terra sia quello di diventare ricchi e potenti, di fare soldi. Ma cosa sono i soldi? Sono carta straccia e, per la maggiore, impulsi elettrici che non hanno sostanza. Viaggiano veloci in una dimensione che non esiste, che non possiamo vedere, che non possiamo ascoltare.

Ma allora cosa dobbiamo fare? Cosa dobbiamo fare per ritrovare la retta via? Non riuscivo a darmi una risposta, per questo ho deciso di chiederlo a chi ne sa più di me. Ed è così che, in un caldo pomeriggio di giugno, ho sollevato i piedi da terra arrampicandomi su un albero. Sì, su una maestosa magnolia verde che sovrasta una triste strada asfaltata di grigio. Mi sono seduto su uno dei suoi rami. E ho aspettato. Che cosa? Non lo sapevo, aspettavo e basta. Poi ho iniziato ad ascoltare il lieve fruscio delle foglie che venivano mosse da dolci brezze invisibili. Mi sono messo ad annusare ciò che mi circondava e l’aria sapeva di… aria. Sì, proprio di aria. Non di smog, non di vanità. Semplicemente aria, aria fresca e cristallina come un antico lago montano incastonato tra una catena di rocce alpine.

Mi sono reso conto che una pianta è viva, i rami che stringevo mi hanno trasmesso una magica energia che pian piano si è insinuata nel mio corpo. Mi sono sentito sollevato, in pace con me stesso, mentre la frenesia delle nostre finzioni scompariva  sbiadendo dalla mia mente. Mi sono sentito vero. Mi sono sentito a casa, come se tornato dopo un lungo viaggio. Ero in alto, la pianta sovrastava ogni cosa: la strada, il parcheggio, i pedoni… io e lei vedevamo tutto insieme, ma il tutto non era in grado di vedere noi.

L’albero è più che un pezzo di legno. Ci tiene su, è il nostro sostegno, la nostra protezione. L’albero è la fonte di tutto quanto. L’albero ci sovrasta, mentre noi ci ammazziamo a vicenda sotto l’ombra indiscreta delle sue fronde. È come un amico silenzioso, che ci comunica sensazioni senza parlare. È qui che sta la forza della natura: esiste, esiste e basta. Non ha bisogno di essere spiegata perché è lei che dà le spiegazioni a tutto. E noi, che ci siamo allontanati da lei, dovremmo solo star zitti e rispettarla ascoltandola meravigliati.

Il nostro vivere quotidiano si basa su dei pilastri di cartapesta. Abbiamo costruito un mondo che non esiste. Ogni giorno creiamo finzioni basandoci su altre finzioni, tracollando periodicamente nel tumultuoso vortice delle nostre falsità. Abbiamo perso l’equilibrio, abbiamo perso noi stessi. E siamo stupidi. Perché, per proteggere il nostro mondo inesistente che ci affligge, stiamo pian piano distruggendo il vero mondo che, pazientemente, ci protegge ogni giorno. Quel vero mondo che, per amore, ha generato tutto quanto.

Alessandro Frosio

Il tempo passa, scorre come sabbia

Ho sempre avuto timore a far leggere le mie poesie, credo che non siano all’altezza. Ma oggi ho deciso di proporvene una… lasciate un commento o scrivetemi nella sezione “contatti” e fatemi sapere cosa ne pensate! I consigli, ma anche le critiche costruttive, sono sempre molto gradite e mi possono aiutare a migliorare. Grazie e… buona lettura!

Il tempo passa
scorre come sabbia.
Sabbia tintinnante
che scorre via leggera,
frusciando sul mio corpo
per poi svanir nel nulla.

Il tempo passa
e non riesco ad afferrarlo,
c’e il sole e poi la luna
il bocciolo e poi il fiore.

Ma il fiore dura poco
s’incupisce troppo in fretta,
s’accascia sconsolato
lasciando il posto al mondo.

Piove e fa tempesta
la neve scende lesta,
la grandine distrugge
e il sole in alto splende.

Ma poi tutto
finisce,
lasciando amaro in bocca.
Andiamo a riposare
che domani è un nuovo giorno.
E come sempre
la vita tornerà.

Alessandro Frosio

Il viaggio dell’attesa

Grigio. Il cielo è grigio, l’asfalto è grigio, il sedile è grigio. Manca un pò di vita, mancano i colori. Le nuvole sono minacciose su nel cielo, forse pioverà fra un paio d’ore. Intanto sto qui. E aspetto, seduto su questo squallore grigio.

Nell’aria si sente un parlottar leggero, costante, che non cessa mai. Diverse voci silenziose che si sovrappongono, nascondendo solo in parte i sibili del motore a benzina. Benzina che brucia, rodendo i resti di antichi animali vissuti prima di noi. Milioni di anni di storia che se ne vanno, sfumando in sottili volute di gas tossico.

La vita va avanti, il viaggio continua. Si sente nell’aria sonnolenta un particolare senso d’euforia, di speranze e di attesa. È questo quello che stiamo facendo: attendiamo. Attendiamo di arrivare, di entrare in quello stadio e di cantare in nome della nostra città. È un evento importante, atteso da anni. Attesa… quanto tempo è passato! Tempo che fugge via malato, mentre il grigiore della strada corre veloce sotto i nostri sogni di speranza. Le montagne hanno lasciato spazio alla pianura: un tavolo da biliardo piatto ed infinito reduce dall’umidità della notte appena trascorsa. Dal frumento al riso, dal trifoglio al granoturco… colture diverse, che si alternano tra loro, accompagnandoci dolcemente verso la lontana Città Eterna.

Non so cosa sarà e come sarà. Il futuro è incerto ed imprevedibile, certe volte oscuro. Ma non mi importa. Intanto aspetto, godendomi questo unico ed euforico viaggio, diretto  verso una destinazione ancora tutta da scoprire.

Alessandro Frosio

La Mamma è quella persona che…

La Mamma è quella persona che tutto dà senza chiedere nulla in cambio, quella che non ti lascia mai solo e che ha sempre una parola di conforto nei momenti difficili. È la spalla che ti ha sostenuto nel pianto, è il sorriso che ti ha reso felice. La Mamma è colei che ti ascolta da sempre e ti parla, insegnandoti tutto quello che ha imparato in questo meraviglioso viaggio che è la vita. È lei che ti ha nutrito, coccolato e amato per anni. Ti ama senza chiedere nulla in cambio ed è disposta a tutto pur di renderti felice, senza pretendere una ricompensa. È colei che fa un lavoro difficile e duro, forse il più impegnativo di tutti. Un lavoro importante, non retribuito, che agli occhi del mondo moderno sembra inutile perché non crea ricchezza materiale.

Non crea ricchezza… ma ne siamo così sicuri?

La Mamma… quando entrava nella tua camera da letto, con le luci soffuse e le finestre serrate, per lasciarti un dolce bacio sulla fronte. E poi ti rimboccava le coperte, ti pettinava i capelli da bimbo con le sue mani soffici che profumavano di crema per la pelle. Ti cantava una di quelle cantilene, che ascoltavi e riascoltavi mille volte con lo stesso sguardo assonnato d’incredula meraviglia. Oppure, certe volte, si sedeva al tuo fianco e accendeva la lampada del comodino. Usava la sua fantasia per raccontarti storie, storie che non hai mai dimenticato e che per anni ti hanno accompagnato nel dolce mondo dei tuoi sogni segreti. Altre volte leggeva un libro con il suo solito tono di voce, che mai scomparirà dalla tua memoria.

Per non parlare di quando veniva a prenderti a scuola. Le correvi incontro e lei ti prendeva per mano sorridendo, mentre le raccontavi le mille avventure della giornata appena trascorsa lontano da lei. E poi ti preparava la merenda e ti portava al parco a giocare, oppure ti faceva fare dei disegni con i colori nuovi.

Non è questa, forse, una fonte di inestimabile ricchezza?

La Mamma… è sempre la Mamma! Oggi spesso la metti in secondo piano, a volte ci litighi. Ma devi saperla perdonare, e devi farti perdonare. Perché tu sei, e sarai sempre, il più prezioso dei suoi tesori. E lei per te è, e lo sarà sempre, la tua principale fonte di ricchezza.

Alessandro Frosio

Evasione

Evasione. Una piccola, semplice e breve parola.

Cosa vedo, quando guardo fuori dalla finestra? Vedo un fiume luminoso, un torbido torrente di frenetiche automobili perennemente in gara tra di loro. Un via vai continuo di gente impegnata ad essere di fretta, tra sbuffi bianchi e minacciose volute grigiastre di caligine malata. Non vedo sorrisi, non vedo felicità, non vedo spensieratezza… dove sono finiti i bambini? Ho bisogno di bambini, questo mondo in paralisi ne ha bisogno.

Ma è questo il mio posto? La mia casa? È qui che devo stare? Una strana sensazione inizia a pervadere le mie membra, la mente si abbandona a cari ricordi. Ricordo una leggera brezza, che dolcemente si adagia sulle fronde degli alberi che si esibiscono in un’antica ed eterna danza, cantando una melodia silenziosa. Ricordo un laghetto, e un ruscello, dove si adagiano liberamente le foglie e l’acqua chiacchiera in una sinfonia di zampilli. Ricordo una chiesetta, delle risate di bambini, grandi e piccoli, che giocano a nascondersi e si fanno gli scherzi. Si respira un piacevole profumo di allegria intrisa fino all’osso di felicità, dove tutto è legato indissolubilmente da un denso rapporto di amicizia. Mi pare di sentire ancora le risate dei miei amici e l’appiccicoso profumo della resina sugli alberi, che cola lungo i tronchi fino a raggiungere morbidi tappeti di aghi d’abete.

Vorrei tanto essere là, ora, nella mia vera casa. Essere ancora rincorso per le strade e sentieri, saltando staccionate e cancelli arrugginiti. Vorrei sentire ancora la fronte imperlata di sudore tentando di fare quell’agognato gol al parco che, purtroppo, non arriva mai. Vorrei tornare a svegliarmi con il sole, al mattino, a respirare quella magica aria frizzantina a pieni polmoni e ad osservare divertito i buffi leprotti che saltano nei prati bagnati dalla cristallina magia del mattino. Questa è la mia vera vita, non quella della fretta cittadina. Una vita lenta, a passo d’uomo, fatta di piccole cose. Dove basta un sorriso per sentirsi felice, un piccolo fiore che sboccia. Dove non c’è guerra, dove non c’è rumore.

Viviamo in un mondo finto. In un mondo senza vita, che ci illude di essere onnipotenti. Ma non è vero, è tutto falso. Non c’è nulla di reale. E dobbiamo rendercene conto. Dobbiamo ribellarci a questa farsa sonnolenta. Ed evadere, ritrovare la nostra strada. Evadere da tutto questo ed andare dove ci sentiamo veramente liberi, dove la nostra vita possa ritrovare la propria essenza.

Alessandro Frosio

La pioggia in una giungla di smog

Sono in mezzo ad una giungla di smog, e piove. Tante piccole gocce d’acqua che precipitano dal cielo, bagnando ogni cosa. Le foglie degli alberi si risollevano, gli insetti si nascondono, le lucertole si dileguano nelle loro tane, aspettando che finisca. Le grondaie iniziano a borbottare, i pedoni aprono gli ombrelli e molti corrono in cerca di un riparo. Le strade diventano trafficate, si azionano i tergicristalli. Sento urla e automobili che ruggiscono recalcitranti, mentre un innocente e costante ticchettio avvolge tutto quanto in un silente e vaporoso abbraccio. E io posso vedere e sentire tutto questo, stando dietro ad un finestrino graffiato da sottili rigoli d’acqua. Che cosa strana, la pioggia. Acqua che scende dal cielo, senza che nessuno la comandi, senza che nessuno la venda o la compri. Acqua di nessuno o acqua di tutti? Acqua prestigiosa, acqua fastidiosa, acqua che non si riesce a bere. In città scende malata, in campagna irriga i campi, in montagna saluta le marmotte che stanno a guardarla mentre scende. Ma che cosa ci serve, alla fine, questa maledetta pioggia? Sporca i vestiti, stropiccia i capelli, interrompe i lavori, sospende la partita, obbliga i bambini a stare al chiuso… a che serve? Non è conveniente, è anti economica, è roba d’altri tempi: è possibile che nel ventunesimo secolo non possiamo decidere di avere sempre il sole?

Intravedo in fondo alla via un piccolo parco, ha l’erba secca e degli alberi secolari con i rami striminziti. Ma tra una foglia e l’altra, di nascosto, si intravedono dei piccoli germogli. Delle piccole, ma grandi punte verdi di speranza, di vita, di coraggio. Ah, benedetta pioggia!

Sono arrivato, è ora di scendere. Il marciapiede è scivoloso, quasi rischio di cadere. Ah, maledetta pioggia! Però l’aria è buona… sa di pioggia. Non percepisco più quell’acre odore che fa arricciare il naso, ma un dolce profumo che non sentivo da ormai troppo tempo. E la strada è pulita, come se l’acqua avesse lavato via gli errori di una civiltà ormai alla deriva.

Oh mia pioggia, cara pioggia. Scendi e bagna cara amica, bagna ed irriga, irriga e pulisci questa sporcizia che noi ti lasciamo. Perché tu sei l’amica silenziosa, che scende copiosa, disturbando tutti e sollevando il mondo.

Alessandro Frosio

La rivoluzione di un vecchio

C’era una volta un vecchio che guardava il vuoto. Non faceva altro, nella sua vita, che fissare il nulla. Ogni mattina si alzava sempre presto, alla stessa ora, quando il sole ancor dormiva dietro il confine dell’ignoto. E partiva, col suo camminare lento e goffo, per prendere quel vecchio pullman che portava in città. Il cielo era sempre bigio, le nuvole piangevano e le grondaie mormoravano sommessamente. Saliva, timbrava il biglietto, prendeva posto a sedere. E poi si metteva a guardare fuori dal finestrino, triste, con una mano che gli avvolgeva il collo. Osservava i disegni delle gocce sul vetro, le pozzanghere che si infrangevano per la strada quasi come i suoi sogni perduti. E si immergeva in quei fantastici mondi da lui inventati, cercando di trovare ristoro negli anditi più nascosti della propria immaginazione. Il mondo reale era lontano, complicato, ostile… non gli poteva più dare nulla di buono. Infine pensava a lei, a quella donna scomparsa anni prima e che forse non era mai esistita, ma che era riuscita a rubargli il cuore. Lei non l’amava e lui lo sapeva, ma non gliene importava, lei ed il suo ricordo erano il suo unico motivo di vita. Il suo unico stimolo, la sua unica ragion di vita. E soffriva, soffriva sommessamente, avvolgendosi in un antico ed eterno pianto silenzioso. Lacrime amare gli bagnavano gli occhi, gli rigavano il viso fino ad inumidire le labbra rugose di chi ormai non vuole più niente dalla vita. Era forse venuta l’ora di farla finita, gettarsi sotto quel pullman e… farla finita, una volta per tutte. Il mondo era ordinario e andava avanti come aveva sempre fatto, senza alcuna novità. Il mondo era privo di stimoli, il mondo era privo di vita.

Ma un giorno, una giovane voce si alzò dal deserto, e iniziò ad urlare. A questa piccola ma forte voce, se ne aggiunsero altre, raccogliendosi in un concitato coro che iniziò a mettere in subbuglio qualcosa. Il sistema iniziò a mostrare le proprie crepe, il mondo iniziò ad apparire meno ordinario. Si capì che qualcosa non andava, che bisognava cambiare ogni cosa. Era ora di finirla, di voltare pagina e di ricominciare da capo. Il futuro era in pericolo, ma nessuno pareva rendersene conto.

E lui ascoltò. Si rese conto che era ora di agire, che peggio di così non si poteva andare. Bisognava cambiare, bisognava andare avanti. Così si alzò, premette il pulsante della fermata e scese dal pullman. L’autista lo guardò stupito e gli chiese: “Che fai?”, ma lui non rispose e gli volse le spalle per sempre. Il ricordo della donna provò a trattenerlo, ma non ci riuscì. Il cielo era limpido, il sole padroneggiava infuocato illuminando le torri ed i campanili della città posta sul colle. Improvvisamente sentì un boato e una forte brezza di cambiamento gli sfiorò il viso, asciugandogli le lacrime rimaste. E così si trovò quasi incredulo in mezzo alla folla, che agguerrita marciava per le vie della città, in cerca di uno stimolo per riportare la vita in un mondo ormai alla deriva. Si sentì parte di qualcosa, si sentì ancora utile in qualche modo. Ecco, il momento del cambiamento era arrivato.

Ora c’è un giovane che sorride alla vita. Non fa altro, nella sua vita, che gioire per ogni cosa. Il cielo è sempre limpido, il sole alto e splendente, la temperatura piacevole. Risate. Risate di nuovi amici, risate di una nuova vita. Il grigiore della vecchiaia è ormai un brutto ricordo dimenticato, racchiuso in una vecchia fotografia sbiadita. Lei non c’è più, finalmente se n’è andata. E la bicicletta, quella della vita, ora pedala veramente e la catena gira come non mai. Il vento gli accarezza il viso fiero e sicuro di sé, portandolo in compagnia di chi vuol cambiare il mondo.

Ognuno deve fare la propria rivoluzione, ognuno deve trovare la propria felicità. Non sappiamo cosa c’è dopo la morte. Un’altra vita? Il paradiso? E se invece non ci fosse niente? Nel dubbio, cerchiamo di essere felici in questa. E se non lo siamo, dobbiamo trovare il coraggio di cambiare tutto quanto e di ricominciare.

Alessandro Frosio

La catena deve girare, il viaggio non deve conoscere confini

Mi sveglio. La prima cosa che noto è che mi fanno male i denti e tutta la mandibola, una cosa che mi capita spesso quando sono nervoso e carico di fatica. È una bellissima domenica mattina, il sole ride in cielo e gli uccelli cantano allegramente spostandosi spensierati da un albero all’altro: loro sì che sanno cos’è la libertà. Ma io sono veramente libero? Forse per la Costituzione sì, ma nella realtà? Questa domanda mi fa riflettere, ma non riesco a darmi una risposta soddisfacente. L’unico modo per capirlo, forse, è mettersi in viaggio.

Sono le nove, per le strade non c’è anima viva. Prendo un lungo respiro e poi, dopo una vigorosa rincorsa data con il piede destro, salgo sulla sella della bicicletta. Non so dove sto andando, so solo che sto cercando la libertà. La città è deserta, le case dormono ancora con le ante chiuse e le tapparelle abbassate. Passo di fronte ad una serie di villette a schiera che lasciano presto il posto a grigi condomini, finché non raggiungo la riva del fiume che dà il nome alla mia città. Lo vedo calmo, piatto, come se anche lui stesse ancora dormendo. Affascinato dal suo moto timido e silenzioso, decido di seguirlo prendendo un sentiero che costeggia la sua riva sinistra, quella più arida e fredda. Sto pedalando. Il sole illumina d’immenso il mio viso, mentre i sibili del vento scompigliano i miei capelli, accarezzandoli con brezze materne. Gli unici suoni che sento vengono dagli uccelli, sempre allegri, sempre liberi. E poi il chiacchiericcio della ghiaia, accompagnato dal continuo cigolio della catena della bicicletta che va sempre avanti, senza mai fermarsi, inoltrandosi in un mondo che ancora non conosce. Nell’aria è intenso il profumo dell’acqua del fiume che, sempre alla mia destra, prosegue muto e sonnolento il suo eterno viaggio verso l’orizzonte. È un piacere ascoltare la dolce melodia dell’acqua nelle rogge, che zampillante gorgoglia sotto i ponticelli di legno che incuriosito mi appresto ad attraversare. Il paesaggio è brullo e secco, pieno di sassi e sterpaglie. Sembra quasi una di quelle tante brughiere che si possono trovare descritte nei romanzi inglesi di fine ottocento. Devo dire che da una parte mi inquieta, ma dall’altra mi intriga, portandomi alla folle idea di proseguire. Sto andando verso l’ignoto, attraverso luoghi che prima non conoscevo. Sto andando veloce e sento i muscoli delle mie gambe urlare come un gorilla, mentre percepisco l’acre sapore del sangue che mulina in bocca. Sto sudando. Il viaggio è difficile, ma non riesco ancora a trovare un valido motivo per fermarmi e fare marcia indietro. Il cielo è terso, il sole caldo, la catena continua a girare.

Ad un certo punto scorgo in lontananza una grande cupola ed un campanile. Mi fermo e la osservo, chissà che cosa è! Condotto da un brivido di fervida curiosità, lascio la strada maestra e mi lascio trasportare dall’emozione della scoperta. Dopo qualche pedalata su un aspro sentiero sassoso, mi trovo improvvisamente all’inizio di un quartiere residenziale. Sotto la mia bicicletta c’è l’asfalto, attorno a me solo case. Procedo lentamente per questa strada senza capire dove sono e, soprattutto, perché mi trovo qui. Un cane in un giardino mi accoglie abbaiando, per il resto regna il silenzio più assoluto. Giro l’angolo ed ecco che rivedo la cupola. La guardo, si sta avvicinando sempre di più. Ad un certo punto il silenzio che mi accompagna da ormai troppo tempo viene rotto da delle grida. Sono dei bambini, che festosi si divertono giocando nel campo di un oratorio. Loro sì che sono felici, loro sì che sono spensierati, loro sì che sono in possesso della formula della libertà. Sorrido e poi, dopo poche pedalate, raggiungo l’enorme cattedrale che avevo visto in lontananza. Qui mi fermo e scendo dalla bicicletta.

La vita è un grande ed immenso viaggio. Un viaggio che certe volte può apparire faticoso o senza significato, altre volte intrigante e pieno di emozioni. Anche se spesso il percorso può apparire arido e sterile, prima o poi si riesce a raggiungere la propria destinazione. Una destinazione che conosciamo solo quando la vediamo e che spesso si trova in luoghi lontani che mai ci saremmo aspettati di visitare. Certe volte la strada può farsi accidentata e pericolosa, altre volte semplicemente sbagliamo sentiero. Ma l’importante è che non dobbiamo mai fermarci, perché la catena della nostra bicicletta deve sempre girare. Pensate alle montagne: sono lì da milioni di anni. Per non parlare dei fiumi e del mare… il mare c’è da sempre, mentre un albero vive per secoli. E invece noi? Al massimo arriviamo a novant’anni e spesso non in perfetta forma. La vita è troppo breve, non dobbiamo mai permetterci di fermarci, bisogna sempre guardare avanti. È inutile fermarsi alle apparenze, bisogna accettare il paesaggio che ci circonda anche se è secco ed inquietante, trasformarlo in un motivo per andare avanti e dare sempre il massimo.

La catena deve continuare a girare e girare, bisogna faticare, bisogna credere nel viaggio, per poi godersi l’idilliaca destinazione che ci aspetta alla fine.

Alessandro Frosio