Ci sarà un senso, un senso a tutto questo

Quante volte mi capita di pormi quella domanda. È una domanda che arriva così, all’improvviso, quando meno me l’aspetto. Ma arriva. Mi coglie di sorpresa. Mi tormenta. Mi seduce. Insomma… ci sono certi avvenimenti, nel corso della mia esistenza, che quasi naturalmente mi portano a chiedermi: ma c’è un senso a tutto questo? E se c’è, qual è? Perché?

Ci sono delle volte in cui mi rispondo che un senso, la Vita, ce l’ha. E si chiama Morte. La Morte sembra essere il metro di tutto, il fine ineluttabile di ogni cosa, l’entropia cioè il caos finale a cui tutti noi siamo inesorabilmente destinati. Sono momenti di sofferenza, momenti in cui sono avvolto nella solitudine interiore. Sono quegli attimi, quegli approdi, quelle pennellate, che paiono senza colore. Grigie. Come una giornata di pioggia che non finisce mai, come un banco di nebbia che impedisce alle navi di salpare, come un pittore che imbianca un vecchio muro con un pennello senza setole. Una malattia, che ti impedisce di abbracciare un amico, di sorridere ad un bambino, di ribellarti al tuo infido destino.

Sono quelli, i momenti più difficili. Sembra che non ci sia un motivo, in tutto questo, che ogni nostra singola azione sia priva di senso perché prima o poi bisogna andarsene. Che senso ha darsi da fare e affrontare il mondo con tutte le sue fatiche, le sue sofferenze, le sue storture, le sue delusioni e le sue malinconie, se tanto poi bisogna morire? Che senso ha amarla, la Vita, se già sappiamo che prima o poi ci tradirà? Qual’è il motivo che ci induce a correrle dietro, corteggiarla, sedurla, se poi questa Vita altro non è che una vacua illusione che sta in mezzo a due eterne parentesi di infinita non-esistenza?

Senza contare che non siamo padroni del nostro destino. Perché è inutile negarlo: il libero arbitrio, la libertà, l’autodeterminazione, forse, sono solo delle pie illusioni. Tutto è predeterminato, tutto è programmato. Ogni istante della nostra esistenza si basa su delle infinite catene di coincidenze di fronte alle quali noi siamo completamente inermi ed impotenti. Non possiamo prevederlo, il momento in cui moriremo. Non abbiamo deciso se e quando nascere, non potremo decidere quando andarcene. E questo è frustrante per uno come me che ama infinitamente la libertà, per uno che odia il potere e la sottomissione e la programmazione degli eventi!

Però è così che stanno le cose. Oggi ci siamo, domani chissà… basta un nonnulla. Un’inezia. Quindi, che senso ha il tutto se poi il tutto finisce? Purtroppo, questa, altro non è che uno di quei tanti quesiti senza risposta, un enigma senza soluzione, una foresta senza via d’uscita. Uno si può lambiccare il cervello dedicando tutto il proprio tempo alla ricerca di questo senso, di questa risposta, ma poi alla fine si renderà conto di essere solo in grado di riformulare diversamente la domanda.

E così, solo e sconsolato, prendo a camminare incerto lungo le grigie strade della Vita o di quel mistero che noi chiamiamo Vita. Sono accompagnato dal vento gelido che stiletta le mie guance arrossate, che presto diventano degli infiniti mari dove navigano delle lacrime che lentamente corrono verso il mento e il collo, fino a rimanere spiaccicate nella mano tutta pelle e ossa. Sono circondato dal gelo e dalla nebbia, dall’indifferenza e dalla malinconia, dalla solitudine e dalla paura. Paura di non restare, paura di non durare, paura di un domani che si fa via via sempre più incerto. Ma paura anche di un presente che sento distante, che m’impedisce di esprimere appieno le mille sfaccettature della mia turbolenta personalità.

Ma poi, all’improvviso, sento dei passi che si muovono nella nebbia. Qualcuno mi tocca il cappotto ed io, avviluppato nell’incertezza del domani e abbracciato al trasognato vagheggiamento di quel passato che non c’è più, mi volto. E vedo la risposta, o almeno, una delle tante possibili risposte. Una parvenza di soluzione, forse una migliore formulazione della domanda, ma comunque qualcosa che mi sorprende con una ventata d’aria calda. Con il sole, un insolito tepore, un fazzoletto di seta che mi asciuga il viso malinconico. Non servono le parole, perché in certe occasioni basta uno sguardo per dirsi tutto. Basta un sorriso, una pacca sulla spalla, un invito a proseguire ad andare avanti. Insieme.

Insieme, ecco tutto. Con un parente, con un amico, con un compagno d’avventure, con un amore ritrovato. Non si dà un senso a tutto quanto, se si sta insieme, ma quantomeno ci si può permettere di ignorare quell’infido dilemma. Che importanza ha trovare il senso della Vita? Ci è capitata, ecco tutto. A ciascuno di noi, è capitata. E che fatica… che fortuna abbiamo avuto, il giorno in cui siamo diventati Vita! Siamo tutti dei vincitori, se siamo qui, siamo tutti degli eroi. E se ancora esistiamo, un motivo c’è, un motivo ci sarà. In un romanzo, nessun personaggio entra in scena senza uno scopo. Avremo uno compito, una missione, un obiettivo da portare avanti. Un senso.

E qual è, quindi, questo senso? E chi lo sa… solo il Narratore, lo sa. Sembra inutile star qui a gingillarsi in inutili questioni, perché la verità – cioè quell’istinto animale che ruggisce ancora dentro di noi – ci dice che vivere è il nostro unico imperativo categorico. Unirci agli altri che vivono, vivere insieme a loro. Camminare insieme a loro. Respirare insieme a loro. E ridere, e scherzare, e amare. Ma anche piangere, soffrire, tormentarsi. Ma sempre insieme. Poi, quando il nostro personaggio avrà assolto la sua funzione, se ne andrà. Anche gli altri, se ne andranno. E non sarà la fine. Ma il fine.

Che cos’è, quindi, la Vita? Non lo so, mi rendo conto che ancora non lo so. Nessuno lo sa. Ma forse proprio perché è una domanda senza senso, una domanda che non esige risposta. Intanto, noi ci siamo. Io ci sono. Respiro. Cammino. Rido. Piango. Magari sarò uno di quelli che campa fino a cent’anni o forse oggi è il mio ultimo giorno di vita, e ancora non lo so. Basta poco. C’è sempre quell’incredibile catena di coincidenze che, così come ha decretato il nostro inizio, può facilmente decretare la nostra fine. Una catena che non dipende da nessuno, non dipende da niente, se non da quell’eterno Narratore che sta scrivendo il romanzo della nostra Vita..

Lui lo sa, qual’è il fine. Uno scrittore sa sempre quello che scrive, sa già come andrà a finire il suo romanzo. Un romanzo composto da una moltitudine di personaggi che interagiscono tra loro. Personaggi che nascono, vivono e muoiono. Nascono quando vuole lui, muoiono quando e come vuole lui. E non è vero che è la Morte, il metro di tutto. È la vita. Certo… è la vita, la forza ineluttabile verso cui converge ogni cosa. Se non esistesse la Vita, non esisterebbe manco la Morte. E quindi è la Morte che è succube alla Vita, è la Morte che viene schiacciata dalla Vita, è la Morte che è destinata all’entropia cioè al caos finale.

Non è forse un privilegio, la Morte? Un privilegio dettato dal fatto che muore solo chi è nato. E nascere, della fin dei conti, è sempre meglio alla sua alternativa che è non-nascere. Chi non nasce non ha nulla da raccontare, non ha nessun motivo per crogiolarsi nel dubbio, non ha nulla per cui vale la pena lottare. Nessuno da amare. Nessuno che lo ama.

È vero… prima o poi, quel romanzo finirà. Nessun libro dura in eterno, nessuna opera è priva di finale. Ma un libro non lo si giudica dal fatto che sia finito, bensì dal fatto che sia durato. Lo si guarda per quello che è, lo si apprezza o lo si disprezza per quello che racconta. Di certo, non importa il quando. E non importa neanche il perché. Importa il come. Importa il con chi. Importa il per chi. Per tutto il resto… Insciallah. Se Dio vuole, se il Destino ce lo permette, se il Narratore ce lo consente.

Alessandro Frosio

Il silenzio di questa penna sognatrice

Man man che passa il tempo, la mia cara e vecchia penna diventa sempre più muta. Lei scrive, scrive, ma scrive d’altro, come se si fosse dimenticata la sua antica tradizione. Una volta cantava, si librava su nel cielo, fiera, guardando questo fugace mondo tra un colpo d’ala e un cinguettio leggero.

Ma oggi, la mia penna, sta pian piano dimenticando quel suo gaudio andamento. Forse la colpa è di questo tempo, che tra mille malattie l’ha gelata nel suo cuore, lasciandola senza parole in un campo di terra senza vita. Questo tempo che ci ha preso alla sprovvista, allontanando corpo e mente dalla voglia di cantare. E ci siamo ritrovati, tutti, in questa piccola e buia stanza. Dove il mondo non ha più rumori, dove le voci non hanno più un nome, dove si può guardare il mondo solo da una piccola finestra solitaria. E questo solo per vedere un tempo fermo, di morte, che ha incatenato questa penna sognatrice al pavimento, impedendole di uscire. Come si fa a cantare in un luogo in cui, anche se strilli, nessuno ti può ascoltare?

Questo è stato un tempo che ha rubato il tempo, questo è un mondo che sta inghiottendo il mondo. Ogni giorno, sempre di più. E la mia penna non è più riuscita a scrivere, e scrivere del bello. L’inchiostro continua a sgorgare, ma non sgorga più d’amore, non si occupa più dei voli fantasiosi di quando sognava ad occhi aperti. Ora si spreca, qui, per cose terrene. Scrive per denunzia, osserva la realtà, ne trae le sue amare conclusioni. Scrive cose di mondo, che oggi appaiono incerte e domani si disperderanno, inesorabilmente, in un confuso girotondo.

A scrivere cose di mondo, si sa, non si può spiccare il volo. Si scrive per la rabbia, per l’orgoglio, perché qui ci si azzuffa per la fame e ci si odia per la sete. Questo è il mondo, il mondo d’oggi, che manca di fantasia. Un mondo che non conosce soluzioni se non quella della guerra, della lotta, della perdizione, della resa. Un mondo che non ama. Un mondo che non sogna. Un mondo che non crede.

Un mondo che distrugge, distrugge tutto, ma che è incapace di creare.

Ecco, la mia gelida penna che tanto era nobile, e di nobili virtù, ora s’è abbassata a questo mondo che l’ha intrappolata, impedendole di continuare il suo viaggio senza confini. E questa penna, la mia penna, scalpita coraggiosa come una piccola fiammella che lotta con il buio della notte. Ma per quanto tempo ancora resisterà? Guardando e vivendo le infamie di questo mondo storto, quale sarà la prossima volta che oltre ad esso scriverà?

Perché oggi, in questo mondo, la penna che sogna si sente un po’ smarrita e fa fatica, sempre più fatica, a rincorrere la vita.

Alessandro Frosio

Questo, lo so, è il tormento dei miei sogni amari

Questo è il tempo, lo sporco del progresso traditore, quell’atroce e feroce ticchettio che mi sbrana ogni giorno senza riposo e senza sosta. Quel vagheggiamento ad un’epoca passata che mi lascia da solo, inerme, di fronte ad un sogno che non potrà mai diventare realtà.

Io lo se che non appartengo a questo tempo, lo percepisco ad ogni passo del mio cammino. In molti mi dicono “sei nato nel secolo sbagliato”, sei vecchio, anti diluviano, attaccato ad un passato che non hai mai vissuto. Oggi tutto è il contrario di quel che sono, di quel che voglio, di quel che cerco. Vorrei poter tornare indietro, vivere in un’altra epoca, dove tutto era più vero, dove tutto era più vivo.

Voglio andare in quel periodo in cui ci si incontrava di persona, non si dipendeva dalla tecnologia e si aspettavano dei giorni per ricevere una lettera. Quel passato in cui tutto si poteva toccare, vedere, annusare, vivere. Non come oggi, in cui tutto è retto dal nulla. Dove non siamo noi i padroni del tutto, della tecnologia, ma è essa ad essersi impadronita di noi. Dove si parla di lavoro a distanza, didattica a distanza, relazioni a distanza, acquisti a distanza, esperienze a distanza… tutto è a distanza, tutto è lontano, tutto è così irraggiungibile.

Io voglio una vita vera, vissuta, dove il tempo scorre a tempo senza fretta e senza noia. Dove basta il sorriso di un fratello, l’abbraccio di un amico, la risata di un vicino, una lettera di carta, una visita inaspettata. Dove tutto è materiale, dove niente è lasciato al caso e dove ci si incontra, ci si tocca, ci si ama per davvero. Perché un mondo a distanza è un mondo finto, vuoto, che è destinato a fallire nella sua socialità.

Ora è tutto così triste, così lontano, così incerto. Viviamo la nostra vita attaccati ad uno schermo. Su quello schermo abbiamo ridotto tutte le nostre funzioni essenziali: ridiamo, scherziamo, piangiamo, compriamo, impariamo, leggiamo e scriviamo. E così non abbiamo mai il tempo di ridere, di scherzare, di piangere, di comprare, di imparare, di leggere e di scrivere per davvero nel mondo reale che ci ha dato i natali. Non abbiamo il tempo di vivere, di uscire di casa, di evadere da questa gabbia e andare a conoscere il mondo vero che sta là fuori ad aspettarci. Abbiamo dimenticato cosa vuol dire vivere in un mondo materiale, fatto di cose concrete, di cose conquistate, di cose vissute.

Un mondo così rischia solo di peggiorare. Questo mondo non è il mio. È questo mondo che non mi appartiene o sono io che non appartengo a questo mondo? E così ritorna, petulante, quell’immensa insoddisfazione che mi porta lontano. In un passato che non c’è più, in un ricordo che pian piano sta scomparendo annacquato dagli infiniti mali di questo mostro che chiamiamo progresso. Il progresso che ci porta alla stupidità, il progresso che ci ha reso esseri ininfluenti e inermi di fronte ad un mondo invisibile, fatto di nulla.

Siamo alle porte del mondo del nulla.

Questo, lo so, è il tormento dei miei sogni amari. Quei sogni che rimangono sogni. Quei pensieri, insomma, che alimentano le mie illusioni.

Mi sento in trappola, chiuso tra due morse, alla presa con un potere che è molto più forte di me. Vorrei sopraffarlo, vincere su di esso, ma alla fine cado sempre in un vortice di illusioni vane. Mi sento perduto, solo, in questo strano mondo in cui tutto è come non dovrebbe essere e in cui tutti i sogni, quelli belli, portano ad immaginare un’utopica realtà che è esistita, ma che pian piano ci stiamo lasciando alle spalle con una noncuranza raggelante.

Sono qui. Queste forze sobillatrici mi prendono alla sprovvista, mi bloccano le gambe e non mi fanno andare avanti. Posso solo guardare da lontano, tra la foschia del mattino, quell’idilliaco castello che si erge sulle nubi. Forse esiste, forse è un miraggio… chissà, non lo scoprirò mai. C’è un’aria pesante, che mi opprime le spalle stanche e i capelli inariditi dal sale della pioggia e dal levigare della sabbia. Posso solo osservare, fermo, lontano, qualcosa che non c’è più. Posso solo stare qui, inerme. Posso solo sospirare e ogni sospiro, ogni vano sospiro, è doloroso come un’accetta che pian piano mi logora le ossa.

Sono stanco di stare qui, sono stanco di questo incubo. Ma non riesco a togliermelo dalla testa, è più forte di me. Ho bisogno di libertà, ho bisogno di sentirmi sciolto da ogni laccio e iniziare a correre senza pensieri in un campo di erbe armoniose. Ma non posso, sono legato a questa pianta dai mille rami, ma che non ha radici. E io ho bisogno, tremendamente bisogno di radici. Altrimenti rischio di cadere, di essere spazzato via dalla prima folata di vento. E ho paura. Paura di non farcela, paura di soffrire. Paura che il ricordo possa essere, in futuro, il mio solo e unico rifugio.

Vorrei che non esistesse il progresso, la tecnologia sobillatrice, vorrei che il tempo tornasse indietro e vorrei anche che l’umanità capisca quali sono le cose veramente importanti nella vita. Vorrei che tutto quanto scomparisse, riportandomi in quel passato, mai vissuto, a cui io in realtà appartengo. Vorrei non soffrire più, insomma, e iniziare a vivere una vita piena non solo nell’apparenza. Perché la vita di oggi è così: bella fuori, logorante dentro. C’è sempre, quella forza, che spinge dentro di me fino a farmi sospirare.

Questo, lo so, è il tormento dei miei sogni amari. Questo è quello che genera il tumultuoso vortice dei sentimenti umani, questo è quanto risulta dall’inerme condizione malsana di questo mondo miope e traditore. Questo è quanto, questo è tutto. E questo tutto è niente, vuoto, come un sacco di iuta in un freddo campo invernale lasciato a maggese.

Perché questo, lo so, è il tormento dei miei sogni amari.

Alessandro Frosio

Seguendo quella stella

Ma seguendo quella stella
dove andrò?
Forse in un mondo magico
e poi chissà…
.
Sono ricco e sono povero
dentro me.
Senza forza né coraggio
nel mio cuor.
.
Ma è arrivato
il momento
di partire senza affanno,
con la gioia e i dolori
di chi non sa!
.
Perché nel mondo non esiste
una ragione che ti assiste,
solo con la fantasia
tu puoi volar!
E poi
lasciarti andar,
perché
così respirerai.
.
Con queste vecchie scarpe rotte
marcerò,
e con gli occhi di cristalli
sognerò.
.
Con la luna tra le stelle
canterò
Con la luce dietro i rami
riderò!
.
Con lo zaino sulle spalle
e il passato dietro a valle,
con amore e con speranza
io marcerò!
Perché non si ha una vera fede
se non si è ciò in cui si crede,
in questo cammino senza fine
ci crederò!
Perché
io amerò,
e poi
io volerò.
Alessandro Frosio

La ribellione della mia penna

Sei contento, o mondo? Mi stai togliendo le parole.

Passano i giorni e la mia fantasia è sempre più ristretta. E sei tu, o mondo, che mi stai succhiando la bellezza. Sto disimparando ad amare, mi sto adeguando al tuo fare volgare. La mia penna è sempre più muta, il foglio di carta è sempre più bianco. Non so più cosa scrivere, non so più perché vivere. E questa è colpa tua, o maledetto mondo umano, che non mi accogli per quel che sono, non capisci che tutti noi siamo un dono.

O mondo umano, che tutto fai e nulla sai. Per te uguali dobbiamo essere, senza identità e senza nettare. E siamo tutti allo sbaraglio, come gocce tra le onde. E andiamo tutti, nella stessa direzione, confondendoci nella massa come fossimo dei pesciolini in branco. E siamo come loro, tutti uguali, senza ricchezze e senza fantasia.

Tu ci stai provando, o mondo, a risucchiarmi in questo mare immondo. E forse, in parte, ci stai anche riuscendo. Stai provando a togliere le parole dalla mia penna, mi sta tentando con il tuo dettato pensiero, mi stai attirando in una trappola senza fuga.

Ma non ce l’hai ancora fatta. Io qui sono, io qui resisto. Mi vuoi togliere la parola? E io qui continuerò a parlare.  Mi vuoi impedire di scrivere? Troverò linguaggi che non potrai decifrare. Perché io non sono uno fra tanti, non sono un inerme pesce del branco. Io sono solo io, nessuno è uguale a me. E così, per sempre, la mia essenza sarà qui, libera da ogni pensiero altrui, libera da ogni costrizione.

Mi vorrai togliere la fantasia, ma io non ti concederò la sua eutanasia. Vuoi che del mio amore io ne faccia un aborto, ma troverai il mio cuore ancora una volta risorto. Mi vuoi solo, in questo strano mondo di castelli. Mi vuoi chiuso dentro di te, con le sbarre alle finestre e l’incapacità di parlare.

Vacci. Vacci tu nell’indifferenza di quel cieco branco di “non vedenti”, con tutte le sue accuse, il suo odio e le sue sacrosante correttezze. Vacci tu, perché io resto qua. Perché il mio pensiero può sollevare la Terra, la mia parola può smuovere le montagne e le mie azioni possono prosciugare gli oceani. E non sono un Dio come tu ti credi, sono solo io. Un essere umano, come tutti noi dovremmo essere.

Ma un giorno tutto questo finirà, tra le onde e le fronde di questo impietoso girotondo. La catena si spezzerà, o caro mondo umano, e il branco si scioglierà. Solo allora saremo veramente liberi e ognuno noterà le tue promesse vane. La fantasia e il libero pensiero torneranno, da soli, ad essere i fautori della verità.

Io non sono un pesce in un branco. Io sono io, e come sempre, con orgoglio, mi troverai controcorrente.

Alessandro Frosio

La malattia della paura

Ecco, è tornata, si è fatta viva pure oggi. È la paura di non restare, è l’ansia di lacrime amare, è quella tensione che c’è nell’aria che ti impedisce di pensare.

Le strade sono deserte e nessuno esce di casa, mentre le sirene dell’ambulanza continuano a viaggiare per la via, come prese da una fugace malattia. È un ambiente surreale, perché niente è più normale. Il parco è deserto, con le altalene cigolanti che si cullano con il vento. Lo scivolo luccica al sole, senza amici, con del fango rinsecchito e una gran voglia di giocare. Dove sono finite le care voci dei bimbi? Dov’è finita quella pazza euforia che impregnava il vento di quella sana allegria?

Mi ricordo dei bambini, nei giardini, che osannavano la vita con un gelato in mano e un pallone da calciare. Mi ricordo la panettiera, che mi serviva con dolcezza e un sorriso ancor scoperto, senza maschere né sospetti. C’era la gente che camminava per le strade, salutandosi senza affanno con le braccia o con le mani. E c’era vita, c’era sale… tutto era bello, perché tutto era normale.

Oggi i bambini al parco sono solo un ricordo, che si conserva in quel pallone sgualcito abbandonato tra le piante. I locali sono vuoti e serrati verso sera. La gente va in giro per le strade, di nascosto, coprendosi il viso e accennando dei saluti solo a chi è ancor lontano. Sembra di essere soli, in un vuoto mare senza sale. E tutti noi corriamo all’impazzata, senza sapere dove andare. Siamo stati conquistati dalla paura, che si è impossessata del nostro corpo, uccidendo il normal pensare di chi un tempo sapeva amare.

Siamo vittime di noi stessi, che ci credevamo tanto forti in questo strano mondo di cristalli. E ora siamo, inermi, di fronte a questo imprevisto surreale.

È la paura, la malattia più colossale. Quel sentimento che ti coglie all’improvviso, che entra dentro il cuore senza nome e senza viso. Ti fa tremare lasciandoti atterrito, ti fa sospettare del tuo migliore amico. Ed è proprio lei che dobbiamo combattere, affidandoci alla mente come unico vero vaccino. Dobbiamo credere nel futuro, dobbiamo lottare per quel che siamo e abbattere con furore ogni ostacolo e ogni muro. Perché con il panico non si fa nulla, non si lotta e non si vince. Dobbiamo credere in noi stessi, senza sospettare ansiosi l’arrivo del domani.

Ora basta. Basta aver paura di una stupida malattia! Chiudiamo gli occhi e torniamo a volare.

Alessandro Frosio

Il futuro di un pomeriggio silenzioso

Dedicato ad un pomeriggio di giugno, dedicato al vento della mia casa.

E ascolto la tua brezza, che mi giunge da lontano. Mi accarezza il viso tiepido, mi coglie con un leggero fremito. Emozioni e ricordi mi tornano alla mente, anche se c’era un tempo in cui non sentivo niente. E questo fremito mi sorprende all’improvviso, smuovendo i meandri della mia mente come le frasche di questa pianta che mi sovrasta. Una pianta amica, che mi macchia di sole il viso lasciandomi or scoperto, or avvolto, in questo magico mosaico di luce.

E non riesco a capire che cosa sto facendo, dove credo di approdare domani. Perché del domani, lo si disse, non c’è certezza. Eppure sono sempre qui, avvolto nella mente del passato, cercando in quel che fui ciò che domani forse sarò.

Ma la vita è troppo breve per fare tutto, troppo fuggente per assaporarla con l’uso di questa maledetta ragione. Oggi sono qua, tra questi monti e questo cristallino mare in cielo. E domani chissà. Chissà cosa, chissà dove, chissà con chi.

E cosa sarò, io, il giorno che segue? Potrei essere un viaggiatore, che cammina spensierato verso un mondo sempre nuovo. Potrei cantare e continuare a viaggiare, ora con la fantasia, ora con una valigia da portar via. Potrei essere d’aiuto a qualcuno, potrei non servire a nessuno. Potrei provare ad amare… ma chi mi assicura che non raccoglierò solo lacrime amare?

Perché è difficile, difficile camminare in questo mondo. Non si sa mai dove andare, non si sa mai dove si finisce. Si conoscono tante persone, ma è impossibile fidarsi di loro con estrema certezza. Perché è tutta una finzione. Una finzione umana, per problemi umani.

E allora, intanto, resto qui. Sì, resto qui da te, abbracciato dai tuoi profondissimi silenzi e coccolato dalla gioia immensa delle tue antiche cantilene. E resto con te, perché lo so. Lo so che, alla fine, tu mi prenderai per mano e mi porterai lontano. Lontano, da questo mondo di vane finzioni amare. E mi donerai, ancora una volta, quell’ancestrale energia che mi mette le ali ai piedi e mi permette di volare.

Alessandro Frosio

Lantana, semplicemente Lantana

C’è un luogo, sperduto nell’infinità del mondo, che si chiama Lantana. È un posto che, come il nome suggerisce, è lontano da tutto. È protetto dall’aura di magici monti che, abbracciandola come fosse una figlia, la proteggono dagli atroci mali di una società sempre in tempesta. Si tratta di un sottile anfratto di vita, che sembra essere la proiezione di quei tempi antichi dove nel mondo c’era ancora un po’ di magia.

È la casa del Vento, che leggero spira tra le fronde degli abeti. Si diverte, col suo rigoglioso coro, ad allietar la terra con i suoi antichi canti. E scivola, frusciando chetamente, trasformando i versanti in piccoli mari con le onde spumeggianti. E poi s’inoltra, agilmente, tra gli anfratti delle rocce: penetra curioso tra le pietre e nelle cave zampillanti, salutando sibilante il viso dolce di Maria.

È la casa dell’Acqua, che scivola e rigola saltellando verso valle. E avvolge tutto, come solo ella sa fare, con il proprio chiacchiericcio e la sua voglia di cantare. E scende giù, gorgogliando verso la calma della piana. E poi la raggiunge, la valle, che di Tede prende il nome. È qui che luccica: accarezzata di giorno dai raggi del sole e confortata, di notte, dall’amore della Luna e dalla guida delle stelle. L’Acqua come specchio, che dialoga con gli abeti che gli si affacciano dall’alto, nel silenzio, mentre dei girini si destreggiano in gruppo ai primordi della vita.

È la casa del Fuoco, che ballando si esibisce nei camini delle case. È sempre lui, coraggioso, che dona sicurezza e allegria alle Famiglie. Egli scoppietta, gioioso, sfrigolando e canticchiando nei domestici focolari. Fuori c’è buio, imperversano le tenebre, e la sua luce felice ristora tutti i figli del Signore. E poi ci sono loro, sottili e sante fiamme, che ondeggiano tutte insieme di fronte agli occhi della Vergine e del suo Bambin Gesù. Raccolgono pensieri, azioni e lacrime amare, che chiedono perdono e grazia a chi è lassù. E tutto questo è lì, di fronte a quell’antico affresco illuminato dalla luce saltellante di quegli umili lumi della gente.

È la casa del Ghiaccio e della Neve, che in inverno candidamente scende trasformando tutto quanto in un incredibile miraggio. È una cosa magica, ancestrale e misteriosa. Lei scende, non si sa perché, appoggiandosi sui rami e i tetti delle case e riposandosi lungo i prati sonnacchiosi dove sotto si fa il pane. La natura è immobile, in pausa, riposa in pace in attesa che il sol si desti dal tacito riposo del mondo antico delle nebbie. Intanto tutto è bianco, i Bambini escono a giocare con la neve e all’albeggiar qualcuno raggiunge il Pora, per rendergli omaggio accarezzandolo con gli sci. Ed è tutta una festa, che scende senza affanno, adagiandosi delicatamente sull’accogliente suolo di Lantana. I leprotti fanno capolino dalle loro tane e saltellano curiosi lasciando impresso il lor passaggio, mentre un bambino e una bambina, tenendosi per mano, escono di casa con indosso i berretti fatti dalle mani di chi dell’amor ne fa un mestiere. E ridono, come solo loro sanno fare, di fronte a tutta questa bellezza senza fine.

È la casa della Terra, che accoglie la Vita, la custodisce e la protegge. È la Madre di immensi boschi eterni, dove la resina cola dai tronchi degli abeti e la luce fende a macchie. Si sente, nell’aria, quel pungente dolce aroma. Ci sono gli aghi delle piante e la rugiada del mattino, che accompagnano festose la fragranza dei funghi e la pazza euforia del muschio che ricopre ogni cosa. Il Bosco è un luogo sicuro, che protegge accogliendo con onore l’essenza pura della vita prosperosa. E poi ci sono loro, i Prati, abbracciati con amore dagli amanti della Valle. Ed ecco qui gli amati fiori canterini, che ondeggiano con i loro colori seguendo il ritmo che vien dall’alto.

Amici ronzanti, che si spostano da una margherita a un dente di leone, da un bucaneve ad un croco bianco, approdando su quel fior giallo che per molti, di Lantana, ne è l’essenza del suo coraggio. E poi c’è l’estate, con le sue erbe alte, popolate dai grilli e dalle loro armoniose sinfonie. E scende la sera, con qualcuno che s’accende, imitando le misteriose stelle che da qui splendono ancora.

E questa è Lantana: la casa di tutto ciò che la Vita genera, accoglie e protegge. È il luogo del mondo in cui basta esser sé stessi, dove il Tempo scorre a tempo senza fretta e senza noia. Quello spaccato di mondo, reale, dove si torna accanto a lei, la Madre di tutto quanto, che ci accoglie a braccia aperte intonando una silenziosa musica d’amore. Ed è tutto un trionfo di emozioni, che ci insegnano con amore come uscir di casa col sorriso. Un sorriso che ci accompagna in questo viaggio, accarezzandoci al risveglio e baciandoci la notte come una madre affettuosa.

Ecco che cos’è Lantana: una creatura nascosta e fuori da ogni rotta, conosciuta solo dai suoi figli e da quegli occhi, del cielo, che la proteggono con il soffio del vento e un mazzolin di fiori appena colti.

Lantana, solo Lantana. Un puntino nell’immensità perversa del mondo, un insieme di grandi ed inestimabili ricchezze, di cui l’amore silenzioso ne è il prezioso custode.

Alessandro Frosio

Ecco, lo sento, è arrivato il vento

Ecco, lo sento, è arrivato il vento. Arriva da lontano, mi percuote mestamente, mi sorprende all’improvviso accarezzando corpo e mente. E le foglie vanno a volteggiare, nell’aria, si uniscono agli uccelli iniziando a danzare. Scricchiolii, brividi a fior di pelle: sento la natura mormorare e il mio essere sussultare, insieme ad una lacrima che naviga sul mio volto. Ed è tutto un fruscio, che corre, tra i rami canterini. Un suono, potente, sommesso, che abbraccia tutto quanto lasciandomi in ascolto. E poi silenzio. Silenzio che m’accompagna, silenzio che mi accarezza, mi assorda, mi lascia libero di pensare.

Sono qui, lontano. Lontano da quel mondo, che consuma, sulle menzogne amare.

Qui è al bando la distrazione, qui non esiste l’illusione. Qui ci si alterna, tra alba e tramonto: qui c’è il sole nel profondo turchese del ciel solìngo, le stelle e la luna in lunghe notti di chete meraviglie. Una scia cadente, là in fondo, e disegni di antiche virtù: sembra quasi di star lassù, in alto, a giocare sulle note di lontani luccichii.

Osservo, ammiro, rifletto nel mio petto. Sono qui, col naso all’insù, a sognare un mondo nuovo come quando ero un bambino. Un bambino felice, semplice, che era capace di sollevarsi da terra ed iniziare a volare. Come quel bambino che era capace, da solo, a toccare il cielo con un dito, a trasformare ogni secondo in un’incredibile avventura.

E io sono qui, abbracciato dalla quiete, mentre dei cristalli fatti d’acqua si fondono col sale delle lacrime mondane. Pioggia, pioggia a non finire. Acqua che scende, leggera, avvolgendo tutto quanto in un vaporoso tintinnio, posandosi lontana dalle vane glorie di un’illusione di finzioni.

E alla fine torno dentro, sotto il fuoco del mio tetto, attendendo con speranza il nuovo giorno che verrà. Rintanato qui, tra le mie amate mura, ripenso qualche volta a quella nostra furia. Così nascosta, potente, che ci lascia su un piedistallo con un pugno vuoto in mano.

Sibili, mormorii, piccoli passi ed antiche eterne danze. Ecco dove sono, dove l’essere è più importante dell’avere. Dove basta un fruscio per aprire  cuore e mente, dove basta un bel fuoco per trovare il conforto. Dove tutto quanto appare logico, in un mondo senza senso.

Guardo il fuoco scoppiettante, che sfrigola curioso dentro il buio della stanza. Mi dice, senza dubbi, che forse c’è ancor speranza. Che un giorno ce la faremo. Che un giorno lo capiremo. Ci renderemo conto, insomma, che per ritrovare il nostro essere, bisogna solo spegner tutto. E tornare, tornare al nostro posto. È arrivato il momento, per noi, di chiedere scusa a nostra madre. È arrivato il momento, per il ribelle, di tornare a casa propria e di ricominciare.

   Alessandro Frosio

Non so chi l’ha voluto, non so chi l’ha deciso

Siamo amici. Sì, siamo proprio amici. Non so chi l’ha voluto, non so chi l’ha deciso. È così che stanno le cose, non ci sono altre spiegazioni. E non ci è voluto neanche molto: è bastata una partita a Monopoli, non ancora terminata, per capire che eravamo sulla stessa lunghezza d’onda. Perché la vita è così: è immediata, fuggente… fatta di piccoli attimi che bisogna saper cogliere. Ne basta uno per capire, ma bisogna usarli tutti per spiegare.

E così pensando mi chiedo: ma che cos’è l’amicizia? Non lo so, forse nessuno lo sa. Esiste e basta, anche questa volta non ci sono altre spiegazioni. L’amicizia può essere vista come un calderone turbinoso di cose indefinite. Si può essere amici di chi è uguale da noi, ma anche di chi è completamente diverso. L’amicizia ci rende vivi, estrapola la vera essenza del nostro essere. Lei ci scopre, ci sradica dal nostro nido e ci fa volare lontano, oltre i confini di questo indefinito mondo irto di sorprese e di speranze. Inizialmente la guardiamo con occhio titubante, non sappiamo se fidarci o rimanere nel nostro guscio. È una cosa che attrae e respinge allo stesso tempo, qualcosa che vogliamo vedere, ma che abbiamo paura di toccare.

Rischiamo di sbagliare amicizie, di rimanere delusi. Succede che diamo la nostra fiducia alle persone sbagliate, alle persone che ci fanno soffrire. Non erano veri amici, loro non ci volevano… non gli importa se, a causa loro, stiamo qui a soffrire cercando nel nostro mondo le risposte inesistenti della loro indifferenza. E così si soffre, si annega nel vorticoso mare della disperazione e altro non si vuole che tagliare i collegamenti con il mondo crudele che ci ha causato tutto questo.

Ma io e lui siamo amici, questo è sicuro. L’amicizia che ci lega è, senza dubbio, la ciambella uscita con il buco. Ci vediamo poche volte, abitiamo distanti… ma poco importa. Lui è la persona a cui posso dire qualunque cosa, senza vergogna o ripensamenti. È con lui che mi diverto di più, che rido e gioco con la vita. È con lui che condivido le mie stranezze e i miei eccentrici progetti che non capisce mai nessuno. Non facciamo chissà che cosa: qualche risata seduti sotto i portici di una chiesa, una passeggiata immersi nella natura, una bibita comprata in un super alimentari… nulla di più. Perché l’amicizia non è una cosa sofisticata, anzi, è la massima espressione dell’essenza della vita: la semplicità.

Non serve chissà che cosa per essere felici, basta solo essere qualcosa. Che cosa siamo non importa, viviamo apposta per scoprirlo. Ma questo non sarebbe possibile se, al nostro fianco, non avessimo qualcuno con cui condividere le infinite bellezze di questo viaggio mozzafiato. Perché andare avanti da soli è difficile ed insensato, mentre camminare insieme significa vivere un’incredibile avventura senza confini. Dove andremo? Non lo so… intanto, andiamo.

Alessandro Frosio

Ho sollevato i piedi da terra

Siamo un gregge di pecorelle smarrite. Abbiamo perso la strada, stiamo vagando alla cieca in un mondo sconosciuto che crediamo di possedere. Abbiamo smesso di sognare, abbiamo smesso di ascoltare, abbiamo smesso di correre per i prati. Ci basiamo sulla freddezza di una ragione che non esiste, abbiamo perso il contatto con la natura delle cose e non abbiamo più il coraggio di sollevare i piedi da terra. Sollevarli, invece, significherebbe ritornare ad essere noi stessi e ritrovare la vera essenza che sta dietro a questo meraviglioso palcoscenico.

Me ne sono reso conto. Nella vita di tutti i giorni non facciamo altro che basarci sulla razionalità, credendo che essa possa capire tutto e risolvere qualunque cosa. Crediamo che il nostro obiettivo sulla Terra sia quello di diventare ricchi e potenti, di fare soldi. Ma cosa sono i soldi? Sono carta straccia e, per la maggiore, impulsi elettrici che non hanno sostanza. Viaggiano veloci in una dimensione che non esiste, che non possiamo vedere, che non possiamo ascoltare.

Ma allora cosa dobbiamo fare? Cosa dobbiamo fare per ritrovare la retta via? Non riuscivo a darmi una risposta, per questo ho deciso di chiederlo a chi ne sa più di me. Ed è così che, in un caldo pomeriggio di giugno, ho sollevato i piedi da terra arrampicandomi su un albero. Sì, su una maestosa magnolia verde che sovrasta una triste strada asfaltata di grigio. Mi sono seduto su uno dei suoi rami. E ho aspettato. Che cosa? Non lo sapevo, aspettavo e basta. Poi ho iniziato ad ascoltare il lieve fruscio delle foglie che venivano mosse da dolci brezze invisibili. Mi sono messo ad annusare ciò che mi circondava e l’aria sapeva di… aria. Sì, proprio di aria. Non di smog, non di vanità. Semplicemente aria, aria fresca e cristallina come un antico lago montano incastonato tra una catena di rocce alpine.

Mi sono reso conto che una pianta è viva, i rami che stringevo mi hanno trasmesso una magica energia che pian piano si è insinuata nel mio corpo. Mi sono sentito sollevato, in pace con me stesso, mentre la frenesia delle nostre finzioni scompariva  sbiadendo dalla mia mente. Mi sono sentito vero. Mi sono sentito a casa, come se tornato dopo un lungo viaggio. Ero in alto, la pianta sovrastava ogni cosa: la strada, il parcheggio, i pedoni… io e lei vedevamo tutto insieme, ma il tutto non era in grado di vedere noi.

L’albero è più che un pezzo di legno. Ci tiene su, è il nostro sostegno, la nostra protezione. L’albero è la fonte di tutto quanto. L’albero ci sovrasta, mentre noi ci ammazziamo a vicenda sotto l’ombra indiscreta delle sue fronde. È come un amico silenzioso, che ci comunica sensazioni senza parlare. È qui che sta la forza della natura: esiste, esiste e basta. Non ha bisogno di essere spiegata perché è lei che dà le spiegazioni a tutto. E noi, che ci siamo allontanati da lei, dovremmo solo star zitti e rispettarla ascoltandola meravigliati.

Il nostro vivere quotidiano si basa su dei pilastri di cartapesta. Abbiamo costruito un mondo che non esiste. Ogni giorno creiamo finzioni basandoci su altre finzioni, tracollando periodicamente nel tumultuoso vortice delle nostre falsità. Abbiamo perso l’equilibrio, abbiamo perso noi stessi. E siamo stupidi. Perché, per proteggere il nostro mondo inesistente che ci affligge, stiamo pian piano distruggendo il vero mondo che, pazientemente, ci protegge ogni giorno. Quel vero mondo che, per amore, ha generato tutto quanto.

Alessandro Frosio

La Mamma è quella persona che…

La Mamma è quella persona che tutto dà senza chiedere nulla in cambio, quella che non ti lascia mai solo e che ha sempre una parola di conforto nei momenti difficili. È la spalla che ti ha sostenuto nel pianto, è il sorriso che ti ha reso felice. La Mamma è colei che ti ascolta da sempre e ti parla, insegnandoti tutto quello che ha imparato in questo meraviglioso viaggio che è la vita. È lei che ti ha nutrito, coccolato e amato per anni. Ti ama senza chiedere nulla in cambio ed è disposta a tutto pur di renderti felice, senza pretendere una ricompensa. È colei che fa un lavoro difficile e duro, forse il più impegnativo di tutti. Un lavoro importante, non retribuito, che agli occhi del mondo moderno sembra inutile perché non crea ricchezza materiale.

Non crea ricchezza… ma ne siamo così sicuri?

La Mamma… quando entrava nella tua camera da letto, con le luci soffuse e le finestre serrate, per lasciarti un dolce bacio sulla fronte. E poi ti rimboccava le coperte, ti pettinava i capelli da bimbo con le sue mani soffici che profumavano di crema per la pelle. Ti cantava una di quelle cantilene, che ascoltavi e riascoltavi mille volte con lo stesso sguardo assonnato d’incredula meraviglia. Oppure, certe volte, si sedeva al tuo fianco e accendeva la lampada del comodino. Usava la sua fantasia per raccontarti storie, storie che non hai mai dimenticato e che per anni ti hanno accompagnato nel dolce mondo dei tuoi sogni segreti. Altre volte leggeva un libro con il suo solito tono di voce, che mai scomparirà dalla tua memoria.

Per non parlare di quando veniva a prenderti a scuola. Le correvi incontro e lei ti prendeva per mano sorridendo, mentre le raccontavi le mille avventure della giornata appena trascorsa lontano da lei. E poi ti preparava la merenda e ti portava al parco a giocare, oppure ti faceva fare dei disegni con i colori nuovi.

Non è questa, forse, una fonte di inestimabile ricchezza?

La Mamma… è sempre la Mamma! Oggi spesso la metti in secondo piano, a volte ci litighi. Ma devi saperla perdonare, e devi farti perdonare. Perché tu sei, e sarai sempre, il più prezioso dei suoi tesori. E lei per te è, e lo sarà sempre, la tua principale fonte di ricchezza.

Alessandro Frosio

Evasione

Evasione. Una piccola, semplice e breve parola.

Cosa vedo, quando guardo fuori dalla finestra? Vedo un fiume luminoso, un torbido torrente di frenetiche automobili perennemente in gara tra di loro. Un via vai continuo di gente impegnata ad essere di fretta, tra sbuffi bianchi e minacciose volute grigiastre di caligine malata. Non vedo sorrisi, non vedo felicità, non vedo spensieratezza… dove sono finiti i bambini? Ho bisogno di bambini, questo mondo in paralisi ne ha bisogno.

Ma è questo il mio posto? La mia casa? È qui che devo stare? Una strana sensazione inizia a pervadere le mie membra, la mente si abbandona a cari ricordi. Ricordo una leggera brezza, che dolcemente si adagia sulle fronde degli alberi che si esibiscono in un’antica ed eterna danza, cantando una melodia silenziosa. Ricordo un laghetto, e un ruscello, dove si adagiano liberamente le foglie e l’acqua chiacchiera in una sinfonia di zampilli. Ricordo una chiesetta, delle risate di bambini, grandi e piccoli, che giocano a nascondersi e si fanno gli scherzi. Si respira un piacevole profumo di allegria intrisa fino all’osso di felicità, dove tutto è legato indissolubilmente da un denso rapporto di amicizia. Mi pare di sentire ancora le risate dei miei amici e l’appiccicoso profumo della resina sugli alberi, che cola lungo i tronchi fino a raggiungere morbidi tappeti di aghi d’abete.

Vorrei tanto essere là, ora, nella mia vera casa. Essere ancora rincorso per le strade e sentieri, saltando staccionate e cancelli arrugginiti. Vorrei sentire ancora la fronte imperlata di sudore tentando di fare quell’agognato gol al parco che, purtroppo, non arriva mai. Vorrei tornare a svegliarmi con il sole, al mattino, a respirare quella magica aria frizzantina a pieni polmoni e ad osservare divertito i buffi leprotti che saltano nei prati bagnati dalla cristallina magia del mattino. Questa è la mia vera vita, non quella della fretta cittadina. Una vita lenta, a passo d’uomo, fatta di piccole cose. Dove basta un sorriso per sentirsi felice, un piccolo fiore che sboccia. Dove non c’è guerra, dove non c’è rumore.

Viviamo in un mondo finto. In un mondo senza vita, che ci illude di essere onnipotenti. Ma non è vero, è tutto falso. Non c’è nulla di reale. E dobbiamo rendercene conto. Dobbiamo ribellarci a questa farsa sonnolenta. Ed evadere, ritrovare la nostra strada. Evadere da tutto questo ed andare dove ci sentiamo veramente liberi, dove la nostra vita possa ritrovare la propria essenza.

Alessandro Frosio

La rivoluzione di un vecchio

C’era una volta un vecchio che guardava il vuoto. Non faceva altro, nella sua vita, che fissare il nulla. Ogni mattina si alzava sempre presto, alla stessa ora, quando il sole ancor dormiva dietro il confine dell’ignoto. E partiva, col suo camminare lento e goffo, per prendere quel vecchio pullman che portava in città. Il cielo era sempre bigio, le nuvole piangevano e le grondaie mormoravano sommessamente. Saliva, timbrava il biglietto, prendeva posto a sedere. E poi si metteva a guardare fuori dal finestrino, triste, con una mano che gli avvolgeva il collo. Osservava i disegni delle gocce sul vetro, le pozzanghere che si infrangevano per la strada quasi come i suoi sogni perduti. E si immergeva in quei fantastici mondi da lui inventati, cercando di trovare ristoro negli anditi più nascosti della propria immaginazione. Il mondo reale era lontano, complicato, ostile… non gli poteva più dare nulla di buono. Infine pensava a lei, a quella donna scomparsa anni prima e che forse non era mai esistita, ma che era riuscita a rubargli il cuore. Lei non l’amava e lui lo sapeva, ma non gliene importava, lei ed il suo ricordo erano il suo unico motivo di vita. Il suo unico stimolo, la sua unica ragion di vita. E soffriva, soffriva sommessamente, avvolgendosi in un antico ed eterno pianto silenzioso. Lacrime amare gli bagnavano gli occhi, gli rigavano il viso fino ad inumidire le labbra rugose di chi ormai non vuole più niente dalla vita. Era forse venuta l’ora di farla finita, gettarsi sotto quel pullman e… farla finita, una volta per tutte. Il mondo era ordinario e andava avanti come aveva sempre fatto, senza alcuna novità. Il mondo era privo di stimoli, il mondo era privo di vita.

Ma un giorno, una giovane voce si alzò dal deserto, e iniziò ad urlare. A questa piccola ma forte voce, se ne aggiunsero altre, raccogliendosi in un concitato coro che iniziò a mettere in subbuglio qualcosa. Il sistema iniziò a mostrare le proprie crepe, il mondo iniziò ad apparire meno ordinario. Si capì che qualcosa non andava, che bisognava cambiare ogni cosa. Era ora di finirla, di voltare pagina e di ricominciare da capo. Il futuro era in pericolo, ma nessuno pareva rendersene conto.

E lui ascoltò. Si rese conto che era ora di agire, che peggio di così non si poteva andare. Bisognava cambiare, bisognava andare avanti. Così si alzò, premette il pulsante della fermata e scese dal pullman. L’autista lo guardò stupito e gli chiese: “Che fai?”, ma lui non rispose e gli volse le spalle per sempre. Il ricordo della donna provò a trattenerlo, ma non ci riuscì. Il cielo era limpido, il sole padroneggiava infuocato illuminando le torri ed i campanili della città posta sul colle. Improvvisamente sentì un boato e una forte brezza di cambiamento gli sfiorò il viso, asciugandogli le lacrime rimaste. E così si trovò quasi incredulo in mezzo alla folla, che agguerrita marciava per le vie della città, in cerca di uno stimolo per riportare la vita in un mondo ormai alla deriva. Si sentì parte di qualcosa, si sentì ancora utile in qualche modo. Ecco, il momento del cambiamento era arrivato.

Ora c’è un giovane che sorride alla vita. Non fa altro, nella sua vita, che gioire per ogni cosa. Il cielo è sempre limpido, il sole alto e splendente, la temperatura piacevole. Risate. Risate di nuovi amici, risate di una nuova vita. Il grigiore della vecchiaia è ormai un brutto ricordo dimenticato, racchiuso in una vecchia fotografia sbiadita. Lei non c’è più, finalmente se n’è andata. E la bicicletta, quella della vita, ora pedala veramente e la catena gira come non mai. Il vento gli accarezza il viso fiero e sicuro di sé, portandolo in compagnia di chi vuol cambiare il mondo.

Ognuno deve fare la propria rivoluzione, ognuno deve trovare la propria felicità. Non sappiamo cosa c’è dopo la morte. Un’altra vita? Il paradiso? E se invece non ci fosse niente? Nel dubbio, cerchiamo di essere felici in questa. E se non lo siamo, dobbiamo trovare il coraggio di cambiare tutto quanto e di ricominciare.

Alessandro Frosio

La catena deve girare, il viaggio non deve conoscere confini

Mi sveglio. La prima cosa che noto è che mi fanno male i denti e tutta la mandibola, una cosa che mi capita spesso quando sono nervoso e carico di fatica. È una bellissima domenica mattina, il sole ride in cielo e gli uccelli cantano allegramente spostandosi spensierati da un albero all’altro: loro sì che sanno cos’è la libertà. Ma io sono veramente libero? Forse per la Costituzione sì, ma nella realtà? Questa domanda mi fa riflettere, ma non riesco a darmi una risposta soddisfacente. L’unico modo per capirlo, forse, è mettersi in viaggio.

Sono le nove, per le strade non c’è anima viva. Prendo un lungo respiro e poi, dopo una vigorosa rincorsa data con il piede destro, salgo sulla sella della bicicletta. Non so dove sto andando, so solo che sto cercando la libertà. La città è deserta, le case dormono ancora con le ante chiuse e le tapparelle abbassate. Passo di fronte ad una serie di villette a schiera che lasciano presto il posto a grigi condomini, finché non raggiungo la riva del fiume che dà il nome alla mia città. Lo vedo calmo, piatto, come se anche lui stesse ancora dormendo. Affascinato dal suo moto timido e silenzioso, decido di seguirlo prendendo un sentiero che costeggia la sua riva sinistra, quella più arida e fredda. Sto pedalando. Il sole illumina d’immenso il mio viso, mentre i sibili del vento scompigliano i miei capelli, accarezzandoli con brezze materne. Gli unici suoni che sento vengono dagli uccelli, sempre allegri, sempre liberi. E poi il chiacchiericcio della ghiaia, accompagnato dal continuo cigolio della catena della bicicletta che va sempre avanti, senza mai fermarsi, inoltrandosi in un mondo che ancora non conosce. Nell’aria è intenso il profumo dell’acqua del fiume che, sempre alla mia destra, prosegue muto e sonnolento il suo eterno viaggio verso l’orizzonte. È un piacere ascoltare la dolce melodia dell’acqua nelle rogge, che zampillante gorgoglia sotto i ponticelli di legno che incuriosito mi appresto ad attraversare. Il paesaggio è brullo e secco, pieno di sassi e sterpaglie. Sembra quasi una di quelle tante brughiere che si possono trovare descritte nei romanzi inglesi di fine ottocento. Devo dire che da una parte mi inquieta, ma dall’altra mi intriga, portandomi alla folle idea di proseguire. Sto andando verso l’ignoto, attraverso luoghi che prima non conoscevo. Sto andando veloce e sento i muscoli delle mie gambe urlare come un gorilla, mentre percepisco l’acre sapore del sangue che mulina in bocca. Sto sudando. Il viaggio è difficile, ma non riesco ancora a trovare un valido motivo per fermarmi e fare marcia indietro. Il cielo è terso, il sole caldo, la catena continua a girare.

Ad un certo punto scorgo in lontananza una grande cupola ed un campanile. Mi fermo e la osservo, chissà che cosa è! Condotto da un brivido di fervida curiosità, lascio la strada maestra e mi lascio trasportare dall’emozione della scoperta. Dopo qualche pedalata su un aspro sentiero sassoso, mi trovo improvvisamente all’inizio di un quartiere residenziale. Sotto la mia bicicletta c’è l’asfalto, attorno a me solo case. Procedo lentamente per questa strada senza capire dove sono e, soprattutto, perché mi trovo qui. Un cane in un giardino mi accoglie abbaiando, per il resto regna il silenzio più assoluto. Giro l’angolo ed ecco che rivedo la cupola. La guardo, si sta avvicinando sempre di più. Ad un certo punto il silenzio che mi accompagna da ormai troppo tempo viene rotto da delle grida. Sono dei bambini, che festosi si divertono giocando nel campo di un oratorio. Loro sì che sono felici, loro sì che sono spensierati, loro sì che sono in possesso della formula della libertà. Sorrido e poi, dopo poche pedalate, raggiungo l’enorme cattedrale che avevo visto in lontananza. Qui mi fermo e scendo dalla bicicletta.

La vita è un grande ed immenso viaggio. Un viaggio che certe volte può apparire faticoso o senza significato, altre volte intrigante e pieno di emozioni. Anche se spesso il percorso può apparire arido e sterile, prima o poi si riesce a raggiungere la propria destinazione. Una destinazione che conosciamo solo quando la vediamo e che spesso si trova in luoghi lontani che mai ci saremmo aspettati di visitare. Certe volte la strada può farsi accidentata e pericolosa, altre volte semplicemente sbagliamo sentiero. Ma l’importante è che non dobbiamo mai fermarci, perché la catena della nostra bicicletta deve sempre girare. Pensate alle montagne: sono lì da milioni di anni. Per non parlare dei fiumi e del mare… il mare c’è da sempre, mentre un albero vive per secoli. E invece noi? Al massimo arriviamo a novant’anni e spesso non in perfetta forma. La vita è troppo breve, non dobbiamo mai permetterci di fermarci, bisogna sempre guardare avanti. È inutile fermarsi alle apparenze, bisogna accettare il paesaggio che ci circonda anche se è secco ed inquietante, trasformarlo in un motivo per andare avanti e dare sempre il massimo.

La catena deve continuare a girare e girare, bisogna faticare, bisogna credere nel viaggio, per poi godersi l’idilliaca destinazione che ci aspetta alla fine.

Alessandro Frosio

La lettera nella scatola di latta

Sono seduto alla mia scrivania a ripassare francese, quando d’un tratto il mio occhio si posa su un contenitore di latta che sta nello scaffale dei libri. È una vecchia scatola di biscotti rettangolare e ha un coperchio decorato con un quadro ritraente un’incantevole bambina pensierosa. La apro e, tra sorrisi e ricordi, scorro tutte le cartoline e le lettere che contiene, finché non arriva il turno di una lunga busta rettangolare. Alla sua vista le dita si fermano e il mio respiro sembra farsi più faticoso. Per qualche secondo sto fermo, immobile, come una statua di cera. Il sorriso scompare di colpo e lascia il posto ad un velo di malinconia che, silenziosamente, prende a coprire gli occhi socchiusi e pensierosi che già navigano in un eterno mare di ricordi. Ed è lì che mi tuffo, immergendomi in quell’acqua calda e azzurrina che ospita il mio passato.

Poi la mia mano tremolante decide di afferrare la lettera e la apre. La carta è morbida e liscia, emana uno strano calore che svelto si dirama in tutto il corpo. Ed ecco che, davanti a me, si presenta un foglio piegato in tre parti, scritto a mano con una calligrafia stanca e malferma che rievoca l’antico culto per la bella grafia. La lettera mi saluta: “Caro Alessandro” e un leggero tremore mi prende alla sprovvista, accompagnandomi per quasi tutta la lettura fino alla sua firma. Leggo il suo nome e poi lo rileggo. Medito su quei tratti, quasi me la immagino mentre stava scrivendo, seduta al tavolo del tinello della sua vecchia casa. Esco dal mare in cui mi ero immerso e mi asciugo gli occhi lucidi che immediatamente si posano sulla sua fotografia che sta sul tavolo, vicino al portapenne.

È l’ultima lettera che mi ha scritto la mia bisnonna quasi un anno prima di morire. La conservo come il più prezioso dei miei tesori e per me ha un valore inestimabile: non c’è ricchezza al mondo che vale tanto quanto quel semplice pezzo di carta.  Al giorno d’oggi, con l’avvento delle nuove tecnologie, scriversi lettere è un atto ritenuto obsoleto. Ma chi ha detto che non si possono più scrivere? Le lettere sono sicuramente più belle rispetto ai messaggi elettronici e sono per sempre. L’emozione che si prova nel ricevere una lettera, o una cartolina, è ben diversa rispetto a quella che si prova con il cellulare. Sai che qualcuno ti ha pensato veramente, si è scomodato per comprare il francobollo sostenendone il costo e imbucare la lettera, si è messo al tavolo e vi è rimasto magari parecchio tempo per pensare cosa scrivere. C’è un duro lavoro di ricerca per rendere la lettera a te destinata perfetta: dalla busta, alla carta e alla penna con cui è stata scritta… tutto solamente per te.

Ogni volta che rileggo quella lettera, la mia bisnonna che oggi non c’è più ritorna magicamente al mio fianco e la sento più viva che mai. Dobbiamo tornare ad impugnare la penna e a scrivere su carta, alla riscoperta delle dolci emozioni che si provano nel ricevere messaggi intrisi d’amore, impressi su calda carta da lettere.

Alessandro Frosio

Alessandro, lo pseudo scrittore meno conosciuto della storia

Buongiorno a tutti. Mi chiamo Alessandro, ho diciassette anni e momentaneamente sto studiando ragioneria presso un istituto tecnico commerciale di Bergamo. Mi piace poter studiare l’economia e conoscere le leggi del diritto, ma la mia vera passione è la scrittura. Io amo scrivere e lo faccio in continuazione. Cosa scrivo? Dipende… principalmente racconti, ogni tanto qualche poesia (ma quelle non mi vengono molto bene! Devo ancora migliorare.). Anche se, da ormai cinque mesi, ho incominciato la stesura di un romanzo. Ho tentato diverse volte di scrivere un libro, ma per il momento ho collezionato solamente una lunga serie di buchi nell’acqua. Ma questa mi sembra la volta buona, le idee non mi mancano e sono già ad un buon punto. Mi sento ottimista, speriamo bene! Intanto preferisco non anticipare niente a nessuno riguardo il romanzo, cerco di stare con i piedi per terra non facendomi illusioni.

Da quanto tempo scrivo? Da tanto, veramente tanto. Precisamente avevo otto anni quando ho impugnato per la prima volta la penna con l’intenzione di scrivere qualcosa. Una sera vidi un film che narrava la storia di uno scrittore di libri gialli e ne rimasi meravigliato. Il giorno dopo mi svegliai con una sola idea in testa: “Scrivere un libro giallo!”. E così incominciò l’avventura: mi misi di fronte alla tastiera dell’elaboratore e, pieno d’entusiasmo, iniziai a fare quello che poi sarebbe diventato una delle mie più grandi passioni. Al tempo ero lentissimo a scrivere e premevo un tasto al minuto, con il dito indice, alla costante ricerca dell’ubicazione delle lettere. Capii subito che la professione dello scrittore è a dir poco complicata, ma che può regalar anche parecchie soddisfazioni. Quel libro che incominciai a otto anni? Ci ho lavorato per molto tempo e ne è uscito un breve racconto che forse non riuscirò mai a finire veramente. La mia prima esperienza, il mio primo mondo fantastico, i miei primi personaggi… ogni tanto lo rileggo, lo arricchisco aggiungendo qualcosa o correggendo qualche refuso e mi lascio abbandonare ai ricordi che vedono un piccolo Alessandro alle prese con una stravaganza molto più grande dei suoi occhi colmi di entusiasmo.

Finché poi, un giorno, iniziai a scrivere “Una storia istantanea”. Era un caldo pomeriggio del giugno del 2015 e in quel periodo ero alle prese con l’esame di terza media. Che cosa è “Una storia istantanea”? Boh, sinceramente non lo so neanche io. L’ho finito un anno più tardi e per molto tempo l’ho considerato il mio “primo libro” e ne andavo fiero. Poi mi sono reso conto che era un’oscenità assurda e così ho deciso di scrivere “Una storia singolare” (notare la fantasia che avevo al tempo nella scelta dei titoli), che è decisamente molto meglio rispetto al primo, ma comunque molto distante dall’essere definito un componimento accettabile. Due libri… o meglio, due pseudo libri.

Poi dopo ho iniziato a scrivere racconti. Ho incominciato a fare pratica e ad affinare la tecnica, senza più avere la mira di pubblicare un libro di successo. Mi sono concentrato sulla scrittura in sé, definendo pian piano il mio stile che mai finirò di perfezionare. Insomma… ho solo diciassette anni, ho ancora molta strada da percorrere di fronte a me! Il racconto che preferisco l’ho scritto il maggio scorso, dopo un sogno. Appena svegliato, mi sono catapultato al mio portatile e, ancora in pigiama e con i capelli che sparavano da tutte le parti, ho incominciato a battere furiosamente le dita sulla tastiera, preso da un’euforica urgenza espressiva. L’ho finito in meno di due ore e l’ho fatto leggere a mia madre, che da sempre è la critica d’eccellenza del mio pattume letterario, nonché prima lettrice. Ma quella volta, anziché affossarmi con decine di commenti non eccessivamente positivi, venne da me con gli occhi lucidi ringraziandomi per avere scritto quel racconto. Si era emozionata, non era mai successo. E devo dire che, anche io, mentre lo scrivevo, mi sentivo emotivamente partecipe. Riuscire a scalfire i sentimenti di una persona mi ha infuso un forte senso di ottimismo e fiducia in me stesso, lì ho veramente capito che voglio scrivere per tutta la vita. Poi quel racconto l’ho inviato, circa due mesi fa, a “Campiello Giovani” della Confindustria del Veneto, un concorso letterario aperto a tutti i giovani italiani che scrivono. Aspetto notizie… chissà se qualcuno della giuria noterà la mia storia! Speriamo, ci tengo veramente tanto. Nel frattempo, aspetto.

Cosa voglio fare da grande? Beh… sicuramente un lavoro che abbia a che fare con la scrittura. Diciamo che il mio sogno sarebbe proprio quello di diventare uno scrittore autonomo, riuscendo in qualche modo a vivere con la mia “arte”, se così posso presumere di chiamarla. Nutro anche un profondo interesse nei confronti del giornalismo. La professione del giornalista mi ha sempre destato interesse e curiosità, la trovo un’attività assolutamente affascinante. Già alle scuole medie, quando il professore di lettere chiedeva “Chi vuole scrivere questo articolo per il giornalino?”, io ero sempre il primo (e spesso anche l’unico) che alzava la mano. E anche in questi anni di superiori ho collaborato più volte con il giornale degli studenti, in modo particolare l’anno scorso quando, oltreché scrivere articoli e fare interviste, curavo anche l’impaginazione grafica. Quest’anno, invece, ho deciso di staccarmi un po’ dal giornale scolastico perché mi impegnava troppo e ho deciso di impiegare il mio tempo libero ad una scrittura più libera e meno impostata. Sono anche fondatore, unico azionista, amministratore e direttore di un giornale! Si chiama “Mondo d’Oggi” ed è un vero e proprio periodico che pubblico personalmente e che, generalmente, distribuisco tra i miei parenti. Nulla di serio, non lo troverete mai nelle edicole! Ma per per me è importante, ogni tanti scrivo qualche articolo, qualche riflessione… è divertente, mi fa sentire un vero giornalista! Chissà, magari un giorno il “Mondo d’Oggi” potrà diventare un vero quotidiano… ma non montiamoci la testa!

Ops, ho scritto anche troppo oggi! Forse è meglio finirla qui, non so quanti di voi sono arrivati a questo punto senza essersi addormentati. Scusate, vi compatisco. Chiedo venia. Ciao e… alla prossima!

Alessandro Frosio